Osservatore Politicamente Scorretto

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Pubblicato da Francesco Principe su 27/02/13

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Sono rimasto sinceramente disorientato dall’affermazione alle urne del M5S. Nella pancia dall’elettorato morde fame di ricambio, questo lo avevano capito in molti, che questo si sarebbe tradotto, nel chiuso dell’urna, in un votante Grillo ogni quattro questo invece non lo aveva profetizzato quasi nessuno, io sicuramente non lo avevo ipotizzato e, secondo me, non lo aveva ritenuto plausibile neanche Grillo. A sentire i grillini “avevamo delle sensazioni in tal senso” forse addirittura “noi lo sapevamo”. A constatare invece l’autentico sbigottimento con cui Grillo ha aggirato le prime domande sul prossimo futuro del movimento non c’è da crederlo. Si erano consacrati quale intransigente opposizione ad ogni inciucio per poi giungere al governo, la prossima tornata, senza imbarazzanti accordi alle spalle, ancora puri e immacolati. Oggi invece sono loro malgrado costretti, da numeri forse troppo ampi, a giocare un ruolo di autentico protagonismo per cui non erano preparati. Questo potrebbe logorarli, entrare…

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Stasera che se ne è andato…

Pubblicato da fadette [OPS] su 13/11/11

Stasera che se ne è andato, che a guardarlo è solo un vecchio stanco e amaro. E basta.
Stasera che se ne è andato, che forse è un crepuscolo, non un’alba, che c’è rabbia e paura, più ancora che festa. Ci sono troppi ricordi intorno a quel vecchio stanco. Ricordi di leggi infrante e ricostruite ad personam. Di un’economia nazionale demolita per arricchire singoli. Di migranti annegati fra gli scherni dei suoi alleati, di sopravvissuti respinti nelle prigioni dell’allora amico libico, o rinchiusi per mesi senza aver commesso reati. Di ricercatori senza lavoro, di università senza ricerca, di disoccupati senza speranza. Di giovani che son scappati all’estero e di altri che non ci son riusciti. Di ammalati senza cure e di terremotati senza casa. Di dittatori abbracciati e poi rinnegati, di orge a spese dello stato. Di minorenni prostituite e di prostitute mantenute dai soldi pubblici. Di un parlamento diventato mercato e di battute che non facevano ridere. Di aggressioni mediatiche, censura, televisioni a senso unico.
E poi basta, che stasera deve essere anche festa. Perché domani sarà dura e dopodomani pure, perché non sappiamo cosa verrà, perché i dubbi sono tanti e le incertezze pure, ma stasera beviamo e basta.
All’addio a lui, alla sua corte dei miracoli. Alla speranza che ad andarsene, più faticosamente, sia il sistema che si lasciano alle spalle, in un paese deluso e disilluso, dove in tanti hanno la responsabilità di aver contribuito a tutto questo.
Oggi comunque lui se ne va. La sua corte pure.
On commence et puis on voit.

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Di immagine e di dignità

Pubblicato da fadette [OPS] su 31/01/11

Sul Corriere della Sera, un editorialista scriveva, poche settimane fa: «Una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna e ne faccia –diciamo così– partecipe chi può concretarla non è automaticamente una prostituta. Il mondo è pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l’indulgenza all’esame o al capo ufficio per fare carriera. Avere trasformato in prostitute –dopo averne intercettato le telefonate e fatto perquisire le abitazioni– le ragazze che frequentavano casa Berlusconi, non è stata (solo) un’operazione giudiziaria, bensì (anche) una violazione della dignità di donne la cui sola colpa era quella di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo».

Giocare con le parole non sempre aiuta. Queste donne che «sono sedute sulla loro fortuna» e «ne rendono partecipe chi può concretarla» non sono state trasformate in prostitute dai giudici che le indagano, bensì dal professore che regala loro l’esame in cambio dei loro favori, dal capoufficio che regala loro la carriera, dall’uomo che in qualsiasi modo o forma le compra. Quel concretare la fortuna su cui si è sedute ricorda troppo le arrampicate sugli specchi cui si sono abbandonati i membri meno degni –da un punto di vista religioso– della Compagnia di Gesù quando dovevano giustificare a tutti i costi i comportamenti dei regnanti dell’epoca. Diciamolo in altre parole, meno elaborate: «avete un bel culo, usatelo per ottenere quello che volete, anche se non vi spetta, anche se spetterebbe ad altri che hanno studiato per passare l’esame, che hanno lavorato come muli per fare carriera. Tanto non è prostituzione». Ed invece lo è. Lo è perché chi scrive, chi pensa queste cose, senza rendersene conto, sta dicendo alle donne che se han un bel culo non importa che abbiano cervello, intelligenza, talento. Che prendere una laurea con un bel voto conta meno di quanto non conti saper vendere il proprio corpo, in un paese in cui le donne che studiano, con dottorati di ricerca, specializzazioni, titoli, sono spesso ridotte a lavori dequalificati da meno di mille euro al mese, mentre se avessero pensato di offrirsi a chi di dovere (sempre se belle) avrebbero guadagnato in un mese quel che ora vedono in un anno. Non è questo il paese che voglio mostrare a mia figlia. E pazienza se sono moralista, perbenista. Se penso ancora che donne ed uomini debbano avere pari opportunità, che vendere il proprio corpo o la propria anima, per entrambi i sessi, non sia una vera opportunità.

Ed è ancora peggio se un discorso del genere viene fatto a chi ritiene di non avere altro che il proprio culo per sopravvivere, chi non ha famiglia, né sostegno affettivo, emotivo, chi non ha mai avuto qualcuno che da bambina la forzasse a fare i compiti e le leggesse libri per addormentarla. L’Italia è piena di ragazzine prive di tutto, di autostima prima che di altro. Con quale forza si continuerà ad andare nei quartieri degradati, nelle case-famiglia per minori, per dire a delle graziose adolescenti di sedici, diciassette anni, ma anche a belle giovani donne di diciotto o vent’anni, di lottare per prendere un diploma che (forse) le porterà ad una borsa lavoro di cinquecento euro al mese, quando l’alternativa sono migliaia di euro in regali? E per cosa poi ? Solo per aver “fatto uso del proprio corpo” (eventualmente). Il guaio è che il prezzo è un po’ più alto. E riguarda una dignità che non è di un paese, ma è la propria, quella individuale, quella che viene calpestata da una compravendita, e che non si recupera poi facilmente. Certo, basterebbe che “l’offrire a chi può concretarla, la fortuna su cui si è sedute” non venisse più chiamata prostituzione. Se non la chiami così, se non la nomini proprio, non esiste. Non esiste per le donne giovani e belle, non esiste per i parlamentari la cui fortuna risiedeva nel proprio scranno a Montecitorio da offrire il giorno della fiducia ad un premier in difficoltà, ad un ministro che lascia distruggere per incuria una bellezza che perfino un vulcano ha risparmiato congelandola nel tempo. Per un paese dove troppa gente sta dicendo che tutto questo è normale. Salvo poi lamentarsi se qualcuno che ha un corpo più bello, un parente più importante, un potere di scambio maggiore ottiene quello che si sperava per sé. O per il proprio figlio, marito, amico. E parlare brutalmente di codici etici, e di puttane.

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A Piero Ostellino

Pubblicato da aggelos [OPS] su 30/01/11

Piero Ostellino dice di sé di essere un liberale scomodo. Se il sostantivo può magari essere contestato, è invece difficile non riconoscere l’aggettivo a taluni suoi commenti. In particolare ha fatto scalpore quello, pubblicato sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, in cui parlando de «l’immagine e della dignità del Paese», ha concluso delle considerazioni che condivido con una difesa delle ragazze coinvolte nell’inchiesta dalla «barbarie» di un epiteto per «la [...] sola colpa [...] di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo». L’articolo seguiva uno dedicato alla privacy dei frequentatori del Presidente del Consiglio, alle «libertà individuali» di chi entra in contatto con lui; sono preoccupazioni squisitamente libertarie che mancano del tutto il punto che se fosse pubblicato l’elenco delle telefonate di Obama o di Cameron, e vi fossero un sacco di donne, dei primi e delle seconde non si penserebbe che l’oggetto delle telefonate è sessuale. Di Berlusconi, si. E questo non per preconcetto, ma per le risultanze dell’inchiesta che, come Ostellino, spero anch’io vengano dibattute nell’unica sede legittima, il Tribunale, quello comune. Insomma, non è il giornalista parlandone a fare di qualcuno un ladro, ma l’azione del furto. E qui di azioni ce n’è a sufficienza per giudizi, come riconosce Ostellino, potenzialmente «devastanti».

Ostellino ha controreplicato dipoi citando Machiavelli, Bobbio e Croce, e la differenza fra essere e dover essere. Insomma, l’ha buttata in filosofia. ed a questo punto la risposta diventa necessaria, e dev’essere il più possibile precisa.

L’argomento di Ostellino può essere ridotto (mi corregga se sbaglio) al fatto che l’essere deve essere preferito al dover essere, e che nell’essere, da che mondo è mondo, in tanti si comportano in questo modo. Insomma, chiudiamo un occhio sul caso Berlusconi perché il comportamento è n uso; smettiamo di parlar di B. per parlare di un sistema.

Ora, anche per Machiavelli, Spinoza ed Hegel, i massimi filosofi della razionalità dell’essere, il fatto che esistano i ladri non toglie senso alla legge che punisce il furto; fuor di metafora, il comportamento di quelle donne potrà anche essere comune, può però non essere né normale né legale. Non parlo qui di moralità, alla maniera di Kant («se fosse morale, allora tutte dovrebbero farlo») perché Ostellino parla di legalità e non di moralità. Non parlo di moralità, per la quale sarei anche indulgente verso B. ed i suoi piaceri, ma di legislazione. Ora, se il principio della legislazione è l’utilità collettiva non della singola norma ma del complesso di norme (definizione accettabile per un liberale quale Stuart Mill), io sostengo che il fatto che «da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici», il fatto che «Il mondo» sia «pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l’indulgenza all’esame» non può essere legale se non riguarda soltanto due individui maggiorenni e consenzienti, ma anche individui terzi, danneggiati dalla pratica, la cui tutela aumenta l’output del sistema, e giustifica dunque filosoficamente la condanna legale (e non morale). In altri termini: se sono donna, e la mia collega, concedendosi, fa carriera, sono danneggiata io che ho titoli migliori (nel senso che interessano la collettività, e non il vecchio sporcaccione per 10-20 minuti), sono danneggiata doppiamente perché a questo punto se il comportamento si diffonde diventa legittimo per il professore pensare che se le altre, per andare avanti, ci stanno, allora non si vede perché io non ci debba stare, ed infine viene danneggiata la collettività, visto che magari diventa medico chi ha, come unico titolo, fatto sesso un certo numero di volte con un certo numero di persone, e non chi sa curare.

Il discorso, sinteticamente, è quello del doping. Se uno si dopa va più forte; gli altri sono danneggiati nel senso che perdono, ed anche nel senso che se non si adeguano, continuano a perdere. Insomma, la loro libertà di non doparsi viene lesa in nome della libertà di qualcun altro di far fortuna usando doti diverse da quelle che andrebbero valutate nella corsa. Il discorso è quello della corruzione, dove se chi corrompe va avanti, chi merita per le proprie doti resta danneggiato, e con lui la collettività. E non ditemi che questo non danneggia l’immagine e la dignità di un Paese.

Insomma, se nel caso del doping il pubblico non subisce alcun danno, io chiedo a Piero Ostellino: lei sarebbe tranquillo se l’anestesista che l’addormenta prima di un’operazione chirurgica ha quel lavoro perché si è conquistata l’indulgenza del professore la sera prima dell’esame, un certo numero di volte? Mi risponda si, ed io non le crederò.

P.S.: e per favore, la prossima volta non tiri per la giacchetta un Machiavelli conosciuto scolasticamente (lei cita il Principe, non conosce i Discorsi), e più ancora un Bobbio ed un Croce, per difendere l’entourage del premier in questa sporca vicenda. Grazie. Sentitamente grazie.

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Flaccido

Pubblicato da aggelos [OPS] su 29/01/11

Pare che sia un predicato riferibile ai glutei dell’attuale primo ministro italiano. Tralasciando come non interessante la questione della corrispondenza fra aggettivo e realtà (anche senza una verifica empirica, la cosa non è particolarmente incredibile, data l’età), ne parlo perché questa vicenda segna una tappa nella comprensione della psicologia dell’uomo che governa uno dei paesi più problematici d’Europa.

Berlusconi è un uomo solo. Come tanti con una mentalità all’antica, ha inteso l’affetto come legato ad un dono, ed ha inteso il dono come un dono materiale. Forse perché si è realizzato nel lavoro ed ha avuto poco tempo per cercare un altro linguaggio affettivo che non fosse legato alla disponibilità materiale. Forse perché l’aumentata disponibilità materiale era, di per se stesso, gratificante per chi era partito da poco ed ora poteva permettersi tanto, Berlusconi ha finito per realizzarsi nell’acquisire, ed ha legato a sé le persone tramite contratti e/o doni. Magari si è anche illuso di essere amato; forse sapeva di essere circondato da attenzioni nel limite e nella misura in cui poteva legarli a sé. Certo questa storia, dall’amico che lo prende per un bancomat a quella che lo ritiene un vecchio assai poco muscolare, mette allo scoperto le ipocrisie che circondano un uomo solo.

Un uomo solo al potere, circondato da persone che san solo dirgli di si perché sono lo specchio della sua volontà, della sua potenza. Non è la prima volta che accade, non è la prima nazione, non è neanche del tutto negativo, quando questo permette di realizzare degli obbiettivi. Walpole ebbe un controllo tale sull’Inghilterra, da quasi estinguere il partito tory; e l’Inghilterra iniziò la sua marcia per dominare il mondo. Ma Berlusconi non è Walpole. E non per questioni di moralità, ma per risultati. Berlusconi è un uomo solo, ma se anche questo limite non lo ostacola troppo in politica interna, date le divisioni fra i suoi avversarî, questo limite è invece enorme in politica internazionale. Berlusconi supera quest’isolamento replicando il linguaggio che sa usare; ed il suo linguaggio trova consonanti altri leaders che –tramontato Bush– non sono proprio quelli del mondo evoluto, occidentale. Berlusconi parla con Putin, con Gheddafi, con Lukašenko. Allo stesso modo, Stalin trovava un interlocutore in Hitler perché non riusciva a trovarne nelle élites francesi ed inglesi. Mussolini aveva la stessa fascinazione, con alla base la stessa esigenza. Ovviamente noi oggi non rischiamo, a livello collettivo, gli stessi problemi che ci derivarono dall’aver scelto quel partner politico-militare nella seconda guerra mondiale. Ma certamente è un ulteriore segno del fatto che le nostre élites non parlano la lingua del mondo occidentale (che cercano lo sviluppo legandolo alla libertà individuale e collettiva), bensì al mondo che insiste sull’autorità, sul comando. Le nostre élites parlano non al mondo della legge, ma dell’arbitrio. Non al mondo delle sfide, ma a quello del rispetto dell’età.

Auguri. A noi. Tanti.

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Umiltà e umiliati. Aboliamo la scuola

Pubblicato da aggelos [OPS] su 28/01/11

Manca l’aria. Sentire tre ministri parlare di «inattitudine all’umiltà» da parte dei giovani fa mancare l’aria. Ci chiedono umiltà. Chiedono che sia superato il pregiudizio sociale verso il lavoro manuale. Ed hanno perfettamente ragione.

Il guaio è che… il guaio ha due aspetti.

Il primo guaio è che i ministri ignorano che di umiltà, in giro, fra i giovani, ce n’è tanta. Di bamboccioni che aspettano inoperosi il concorso pubblico truccato, e fino ad allora si divertono alle spalle di ma’ e pa’, io non ne ho conosciuti. Io ho conosciuto un’altra realtà, in cui con una laurea in qualche disciplina, magari di frontiera, un ragazzo od una ragazza si sono ingegnati a riconvertirsi e si sono inventati un altro lavoro. Hanno cercato un dialogo con il mercato del lavoro in Italia, senza presunzioni. Ed hanno trovato un mercato depresso, imprese piccole che non investono in ricerca, che investono poco sulle tecnologie. Centrate orgogliosamente più su quel che sanno fare che su quel che potrebbero imparare dagli altri. Un mercato con tanti diritti per alcuni, e nessuno per i giovani. Il ministro Sacconi insiste sul recupero dei lavori manuali. Ma il guaio è che i lavori del passato non hanno futuro. Al massimo valgono per piccole nicchie, legate a produzioni di alta moda. Formare alla tecnologia di oggi non avrà senso fra vent’anni, come chi si fosse formato al VHS vent’anni fa non avrebbe mercato oggi, se non si fosse nel frattempo riconvertito. La cruda verità è che in Italia abbiamo le persone del futuro, ma il lavoro del passato. Ed allora dopo la laurea o si fa la commessa ed il panettiere, mettendo da parte sogni ed aspirazioni, e vivendo il dramma della rinuncia, oppure si emigra. Noi abbiamo smesso da trent’anni di essere un paese di emigrazione di lavoratori con bassa professionalità, e l’abbiamo ritenuto un risultato importante, siamo diventati la settima potenza economica del pianeta. Ci siamo addormentati sugli allori, e siamo ormai ridivenuti un paese di emigrazione di lavoratori, ma lavoratori con alta professionalità. Lavoratori che costano tantissimo, perché formarli richiede decenni di spesa pubblica. Uno spreco enorme, che chiaramente non possiamo permetterci. Ed allora? O cambiamo il lavoro, adeguandolo alla ricchezza rappresentata dai giovani, oppure chiudiamo la scuola, perché è uno spreco insostenibile. Mi spiace dirvelo, ma i nostri governanti hanno già preso la decisione.

Ed a questo si lega il secondo guaio. Un discorso del genere suonerebbe meglio sulle labbra di chi avesse titoli per farlo. Ma se avete conquistato dei titoli, una laurea a pieni voti, un dottorato, una abilitazione, allora sentir parlare di umiltà chi ha meriti discutibili e dubbi, è umiliante. Perché lei è lì, e non un’altra, un altro? Chissà. Non sto parlando solo di un ministro in particolare, ma di tutto un ceto dirigente sotto accusa.

Ecco, i due guai sono il fatto che chi parla del futuro parla di quel che era futuro quarant’anni fa; e non ha neanche la credibilità per farlo.

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Asfissia

Pubblicato da aggelos [OPS] su 27/01/11

Non siamo arrivati alla fine di un regime che gli scandali non possono indebolire perché non si basa più sulla trasmissione di un sogno, ma su un’alleanza di potere. Alleanza che sembra reggere il paese molto meglio di come Robespierre poté reggere la Francia durante il Terrore: Robespierre, a furia di ghigliottinare dissenzienti, si fragilizzò e perse la testa; Lui no. Siamo tutti un po’ stanchi di tutto questo fango, di questa situazione al di là dell’imbarazzo, ma questo non consiglia al premier un passo indietro, quanto, piuttosto, una prevedibile controffensiva fangosa su qualcun altro.

Manca l’aria.

Manca l’aria sui giornali, i vecchi giornali della borghesia conservatrice dove una famosa penna descrive la corte dei miracoli di cui di è circondato il premier mettendo in mostra l’ingratitudine di questi nani e ballerine, senza però un accenno al fatto che una corte del genere, il premier, se l’è scelta con cura, perché erano gli unici che non gli avrebbero mai detto un «ni», gli unici compatibili con il suo ego. E se si è rivelata pessima, questa corte, le responsabilità sono sue, del premier-re. Ma anche  di chi non ha la forza di scrivere una critica, e fa dunque idealmente parte della logica della corte.

Manca l’aria nella Chiesa cattolica. All’epoca di Pio XII si disse che la preoccupazione di tutti quegli ebrei nascosti nei conventi fece tacere il Papa, gli sconsigliò una condanna forte degli orrori del nazismo. Scelta difficile, anche condivisibile, che il papato paga ancor oggi. Ma oggi, quali sono gli ostaggî in mano al premier, che impediscono ai vescovi di parlare? Almeno la furbizia di saltar via dalla nave prima che affondi, non l’hanno più, oltretevere? A Pio XII fu perdonato il silenzio perché vi era una chiesa fortissima, in Italia, diffusa capillarmente, che aveva nel papa l’unico punto di riferimento. Oggi non ci son più neanche i preti, sono rimaste solo le scuole materne delle suore, e forse servirebbe il coraggio di liberarsi da un fardello che, via sgravî fiscali, limita la libertà del magistero. Giusto per non rischiare di non aver nulla da opporre allo zapaterismo. Ed ammesso che sia rimasto, là, oltretevere, qualcosa da insegnare.

Manca l’aria nell’imprenditoria. In quel ceto che rappresenta il dinamismo di questo paese. Certo, c’è chi ha visto le condizioni propizie per scardinare un sistema politico-sindacale che durava da quasi mezzo secolo, e ne ha approfittato. Ma gli altri? Si lamentano. Si prevede una ripresa potente, alla quale l’Italia non parteciperà. Ma voi, scusate, cosa avete fatto per sperare di partecipare alla ripresa? Avete fatto, nel frattempo, ricerca e sviluppo, o vi siete limitati a borse di pelle di nuova foggia? E se vi siete limitati a questo, sapendo bene che in Vietnam le sanno fare uguali ad un centesimo del vostro prezzo, allora perché vi lamentate? ma ecco, anche voi vivete di sussidî, ed i soldi di tutti vi fanno comodo, e comodo vi fa il loro liberale elargitore.

Manca l’aria, in questo paese. Manca l’aria.

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