Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per Marzo, 2007

Pantano Iraq

Pubblicato da Francesco Principe su 30/03/07

Forse l’America abbandonerà presto l’Iraq, sembra molto improbabile che ciò accada, un eventuale inasprimento del conflitto interno è una responsabilità politica di cui nessuno vuole realmente farsi carico. Molte analisi sostengono che ritirare le truppe straniere equivarrebbe a consegnare lo stato al caos, alle pulizie etniche alle scissioni regionali. Non tutti sono concordi, altri credono che lo squilibrio attuale sia imputabile al rafforzamento della componente sciita operata dagli americani. Gli strateghi del Pentagono ritenevano che per contenere le altre forze in campo convenisse armare e addestrare gli sciiti, maggioranza della popolazione, oppressi dal precedente regime. In un certo senso ciò ha, ovviamente, inasprito gli scontri etnico-religiosi nelle zone con popolazione mista e consentito a diversi sciiti iracheni, che avevano riparato nell’Iran largamente sciita, di tornare a ricoprire ruoli importanti nell’organizzazione dello stato, conservando però profondi legami ideologici e politici con la nazione considerata oggi il maggior avversario statunitense. Lasciando l’Iraq a se stesso potrebbero nascere sconcertanti alleanze fra Iran e Iraq, destabilizzanti per l’intera area. Unico tangibile risultato ottenuto, fra i 59.000 e i 65.000 civili uccisi. Per aver un’idea della devastazione arrecata, immaginate l’intera città di Benevento completamente vuota, cancellata per sempre. I profughi sono oltre tre milioni. Chi poteva è fuggito, ovvero una buona parte della classe media, proprio quelli che rendevano possibile l’ordine e il funzionamento della società.

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Il futuro del mediterraneo

Pubblicato da Lex su 29/03/07

Il mediterraneo è uno strano mare.
Non troppo lontano dalle sue coste sono state combattute battaglie che hanno disegnato il mondo così come lo conosciamo, nel corso dei secoli ha cullato potenti civiltà ed ha visto nascere e crollare imperi.

Ieri, ad al-Riyadh (الرياض) un anziano re saudita, durante il vertice della Lega Araba, ha ammesso che l’unità araba è un obiettivo oggi assai più difficile da raggiungere di cinquant’anni fa. Ed intanto si è dicusso dell’occupazione dell’Iraq (العراق), considerata illegittima, e della questione Palestinese (فلسطين), per la quale si auspica il ritiro israeliano dalle terre arabe occupate nel 1967, una soluzione equa per la questione dei profughi palestinesi, ma anche il riconoscimento dello Stato ebraico (מדינת ישראל).

Oggi a Bruxelles, riprenderanno le trattative per l’adesione della Turchia (Türkiye Cumhuriyeti) all’Unione Europea. E, mentre lo spettro della questione di Cipro (Κύπρος o Kıbrıs) continua ad aleggiare irrisolta, si discutono i capitoli ad essa non correlati.

Il mediterraneo è uno strano mare, ed i popoli cresciuti intorno ad esso sono spesso stati, in un modo o nell’altro, al centro della storia dell’umanità.
Quello che verrà domani è difficile dirlo.

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Buon compleanno, Europa!

Pubblicato da aggelos [OPS] su 25/03/07

Quando sono nato io, eravamo già Comunità. Comunità Economica, è vero, ma per un ragazzino che amava le storie, era la prima volta dopo millenni che delle questioni venivano risolte insieme a francesi e tedeschi, senza che gli eserciti degli uni imponessero la legge sulle città degli altri. E più di questo, era la sensazione, nel nome «Comunità», che vi fosse qualcosa in comune con francesi e tedeschi ed olandesi e belgi e lussemburghesi, qualcosa che facevamo insieme, che progettavamo insieme, la cui soluzione cercavamo insieme perché il problema riguardava tutti. E non era solo il carbone e le braccia per scavarlo, ma qualcosa di più. Il sentirsi più che soltanto italiano, ma europeo, mi evitava lo sciovinismo di pensare che il campanile del mio paese fosse il più bello del mondo, e guardare con affetto, come fosse fratello, un campanile oltre le —un tempo temute come sacre— frontiere.
Quando sono cresciuto, è stata la volta dell’Interrail, da me visto come un sogno, invidiato agli amici che potevano farlo. È venuta l’ora dell’emigrazione, che mi ha fatto scoprire che un altro mondo era possibile là, fra cugini, ed allora non si vede perché anche non da noi. È arrivata l’ora di Schengen, poi dell’Euro. La Comunità è diventata Unione, ed ha accolto un numero enorme di nuovi paesi. L’antica capitale imperiale di Praga è tornata in Europa, così pure Budapest e la Polonia, e per una volta, senza nessun Napoleone di mezzo, col fumo dei cannoni e le urla dei feriti.
Poi è vero, la politica della CEE, che nei primi decenni era stata quella di allargare i diritti dei cittadini europei al di là di quello che vietavano le legislazioni dei singoli stati nazionali, e di uniformare i diritti, per cui un italiano poteva sentirsi un po’ più olandese, ogni tanto, grazie alla Comunità, è vero che la politica della CEE in questi ultimi anni ha iniziato a mostrare il peso che le lobbies potrebbero avere su tutte le nostre vite, se solo riuscissero a far pesare i loro soldi nei posti giusti. Per il brevetto sul software la levata di scudi di tutti, italiani e francesi e tedeschi ed inglesi, contro la proposta, ha avuto successo. Ma non sarà sempre così. Abbiamo vinto insieme, come fratelli, ma abbiamo avuto paura di perdere, e questo ci ha spaventati verso qualcosa che avevamo sempre visto come materno.
Ma al di là delle nuvole presenti, e future, vorrei fare gli auguri all’Unione-Comunità, che oggi compie 50 anni. I sogni di chi ha sofferto le guerre del Novecento, e dell’Ottocento e del Settecento e del Seicento etc., messi sulla carta nei Trattati di Roma del 25 marzo 1957, e poi realizzati con prudenza, un passettino alla volta, talora tornando indietro quando una soluzione non era ancora possibile (fare un esercito europeo nel 1954, a meno di dieci anni dalla fine delle guerra) ma con coraggio, ché ci vuole tanto coraggio per un olandese, nel ‘57, ad accettare di considerare un tedesco come un cugino e non come un nazista invasore, quei sogni si sono materializzati nel mio presente. Che non sarà bellissimo, no, ma è certo meglio che se con i cugini francesi e tedeschi, le questioni, le risolvessimo con guerre e battaglie e morti, e non con discussioni e litigi, e qualche sana partita di calcio.
Buon compleanno Europa. Ad maiora.

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Mastrogiacomo libero: fra gioia e perplessità

Pubblicato da fadette [OPS] su 21/03/07

Mastrogiacomo è stato liberato. La gioia, il sollievo, pensando all’angoscia sua e dei suoi cari, sono grandi. Tanto abbiamo sussultato di contentezza, in questi anni, alla notizia della liberazione di Giuliana Sgrena, dei colleghi di Quattrocchi (che invece è stato ucciso), delle due Simone, quanto è stato triste apprendere della morte, appunto, di Quattrocchi e di Baldoni, dalle idee politiche probabilmente opposte, ma uniti dal fatto di essere stati ostaggi, di aver sofferto, di essere morti lontano dalla propria terra.

Perché allora, oggi, alla gioia si mescolano domande difficili, domande forse senza risposta, già affiorate in passato ma rimosse, forse proprio perché difficili da porre/porsi ? Vi dico chiaramente che stamattina, quando ho saputo che in cambio della liberazione del nostro giornalista sono stati liberati cinque talebani, che forse diventeranno sei la settimana prossima, ho avuto un momento di forte inquietudine.

Mi sono chiesta cosa sarebbe successo, in Italia, se la Mafia avesse rapito un giornalista francese, ed il governo francese avesse sostanzialmente chiesto al governo italiano di liberare cinque mafiosi (tipo Riina o Provenzano, per intenderci) più un collaboratore di giustizia di cui i rapitori avrebbero avuto voglia di vendicarsi, in cambio della liberazione del loro ostaggio, che altrimenti sarebbe stato ucciso. Il tutto, chiedendo che le trattative fossero svolte esclusivamente da un’ong umanitaria,  che contatta i rapitori, gli chiede cosa vogliono, porta le richieste al governo e organizza lo scambio di prigionieri.

Che avremmo fatto ? Che avrebbe fatto il governo italiano ? Chissà perché sospetto che avrebbe risposto picche, dato che il rapporto con il governo francese non è attualmente di dipendenza. Il governo afghano, in una situazione analoga nei confronti del nostro governo, del cui aiuto però ha bisogno, ha accettato. Ha anche detto che sarà l’ultima volta. Perché non vuole che ad ogni italiano catturato corrispondano cinque talebani liberati. Altrimenti si avvierà, in Afghanistan, una caccia spietata agli italiani, ad ogni talebano arrestato.

Che dire ? Certo non posso dire che avrei preferito per questa storia una fine diversa. Certo, se fossi la moglie di Mastrogiacomo, non me ne fregherebbe niente che in cambio della vita di mio marito fossero liberati anche ventisette guerriglieri. Ma ho difficoltà ad immaginare cosa sarebbe successo se al posto degli afghani, nell’esempio che ho fatto prima,  ci fosse stato il nostro paese. Il nostro paese che ha stroncato l’Anonima Sequestri attraverso la procedura del blocco dei beni, malgrado le proteste delle famiglie delle vittime. Il nostro paese che ha stroncato le BR sacrificando Moro, perché, al di là di tutti i vantaggi che potevano averne le correnti di partito diverse da quella di Moro, al di là di tutte le dietrologie possibili, sarebbe comunque stato difficile spiegare alle famiglie dei membri della scorta e di tutti gli uccisi o gambizzati dal terrorismo, che con i terroristi si trattava quando era in gioco la vita di uno statista, che li si liberava per avere in cambio il proprio ostaggio importante, li si rimandava in strada ad organizzare nuovi attentati e nuovi morti.

Non ho risposta a questi problemi. Non so cosa sia stato o sarebbe stato meglio fare. Ma ugualmente questi problemi mi assillano, e volevo porli.

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Secondo Patto di Varsavia

Pubblicato da Francesco Principe su 20/03/07

Il Patto di Varsavia nacque come naturale evoluzione nella logica di mutua opposizione fra superpotenze. Era guidato dalla Russia con forza, attraverso la forza venne mantenuto in piedi sino alla fine della guerra fredda. Oggi è il freddo e la fame di risorse, non la cortina di ferro, a rendere le alleanze con il Cremlino nuovamente appetibili. Il gas russo riscalda le case e i cibi, il petrolio russo è buono quanto quello mediorientale per far marciare industria, energia e trasporti, con un pregio aggiuntivo non da poco, costa meno. Sulla stampa russa la visita italiana di Putin e del suo vasto seguito di ministri ha avuto molta eco, in parte per l’indubbia valenza economica degli accordi contratti, specialmente in campo energetico, ma anche per l’opportunità di avvicinamento tra le due chiese scaturita dall’incontro in Vaticano fra il Presidente della Federazione Russa e il Pontefice. L’Italia sembra sempre più rappresentare un partner privilegiato per il Cremlino. Forse dovremmo chiederci in che direzione sarà traghettata la Federazione. Questione tutt’altro che semplice da intuire ma decisamente preoccupante, dato il notevole peso sullo scacchiere internazionale in larga parte acquisito, a valle della perdita d’influenza imputabile alla dissoluzione del colosso comunista, attraverso le leve del “ricatto energetico” dallo stesso Putin e dal suo entourage. Le differenze di visione sulla politica estera fra Russia, Europa e America sono notevoli in molti campi, fra tutti il Kosovo e la Cecenia. L’economia della Federazione dipende per il 40% dall’esportazione di materie prime e le piccole e medie imprese controllano meno del 25% del PIL, i grossi gruppi sono direttamente o indirettamente sotto il controllo dello Stato. La libertà di stampa è pressoché utopica e le dinamiche democratiche di successione nella stanza dei bottoni sono rigidamente decise da chi il potere lo detiene, sulla linea di una continuità che sacrifica la rappresentatività. Per ultimo, ma non come ultimo, i diritti umani non sono proprio seguiti alla lettera nei confini della Federazione. L’interesse a tenere ben calda la stufa crea strani compagni di letto.

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Proprietà Cinese

Pubblicato da Francesco Principe su 20/03/07

La Cina accoglie nel proprio territorio un sesto dell’intero genere umano.
Fino a qualche decennio fa era un luogo remoto che viveva di una vita propria, aliena e indipendente rispetto il resto del pianeta. Oggi parlare della Cina è come parlare del cortile di Casa. Il commercio al dettaglio è mutato radicalmente nelle nostre città perché Pechino si è affacciato al mondo. Le borse del vecchio e del nuovo continente crollano, come a fine febbraio, se Shanghai arretra per un temuto aumento di controllo sulle speculazioni. In risposta all’interesse manifestato dalla Cina nell’assegnare alla costa ellenica il ruolo di porta commerciale verso l’Europa, la Grecia pianifica di spendere 750 milioni di euro per ammodernare gli scali portuali del Pireo e di Salonicco. Se il mondo cambia per via di Pechino è anche vero che il mondo cambia Pechino. La Cina ha riconosciuto in questi giorni, per legge, la proprietà privata. Un seme di profondi mutamenti, facilmente intuibili, dove l’unico partito è ancora quello comunista. Pare che la determinazione di distinguere il pubblico dal privato porrà un freno agli abusi di potere e alla corruzione nei livelli politici intermedi. Molti conservatori nel ”Paese di Mezzo” hanno subito malamente questa evoluzione comunque inevitabile, ormai solo il 20% della produzione di beni è in mano allo Stato. Tutti in Cina parlano del disagio delle zone rurali e il partito sostiene che vi porrà rimedio, alcuni però temono che la nuova legge abbia rotto l’argine e che innescherà una rivoluzione violenta delle masse povere e disilluse contro i ricchi e il governo.

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Cinque anni fa. A Marco Biagi.

Pubblicato da aggelos [OPS] su 19/03/07

Cinque anni fa un gruppetto di persone che, dopo aver preso il latte e le merendine per la colazione di domani e le scatolette per i gatti, giocava a fare la rivoluzione proletaria e comunista, uccise il professor Marco Biagi. Reo di fronte al preteso tribunale del popolo, di un popolo immaginario, di aver studiato il mercato del lavoro in Italia, i suoi drammi e le sue storture, e non essersene rimasto zitto e muto, ma di aver proposto delle soluzioni non immaginarie. Soluzioni diverse cioè dai vecchi slogan «i mezzi di produzione al popolo lavoratore»; diverse perché quegli slogan hanno portato solo ad esiti catastrofici sia quando si è tentato di applicarli (cfr. URSS) che quando si è provato a non applicarli più (cfr. Cina). Slogan che portarono alla morte di un uomo giusto.
A quei tempi, in cui parlare di un dramma di tutti i giorni era vietato, se non lo si faceva secondo il rituale accettato, io il suo vituperato Libro Bianco sul Mercato del Lavoro in Italia - proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità, io, lo lessi. Cosa ne ricordo a tanta distanza? Ricordo un’attenzione acutissima verso il dramma di non avere lavoro, del cercarlo e non riuscire a trovarlo, delle speranze sempre deluse mentre il tempo piove sulle nostre braccia che deperiscono nella depressione, nell’alcool, con una famiglia che ci crolla attorno come i nostri sogni. Ricordo un’attenzione acuta verso il problema che, in Italia, le donne sono troppo occupate a farlo loro, il welfare, al posto di uno Stato assente per tutti (tranne che per i baby-pensionati) per potersi occupare di un lavoro che le renda autonome. Cittadine di serie-B, che devono mortificare le loro professionalità e sogni perché altrimenti non c’è nessuno che porti i bambini all’asilo e li vada a riprendere dopo solo 4-5 ore. Oppure i giovani al primo impiego, che nessuno assume perché non hanno esperienza, e non assunti non faranno mai esperienza. Ricordo una grande sensibilità verso il problema geo-politico che, se la disoccupazione in certe aree è endemica, allora non stupitevi di mafia e mala politica, se mafia e mala politica danno quello che con l’altra mano tolgono: il lavoro, la possibilità di campare. Ricordo l’utopia della lotta al sommerso, cioè la lotta contro chi priva di ogni risorsa una famiglia se un’incidente sul lavoro fa di un padre di famiglia un paralitico, proprio come nel `lontano’ 1600. Ricordo che mi colpì la constatazione che alcune formule politiche (la concertazione fra le parti, p. es.) avevano dato dei buoni frutti in condizioni d’emergenza, ma che ora significavano solo che il veto dei più retrogradi condannava tutti gli altri a marcire nei loro problemi. Tutto questo ricordo che mi stupì, nelle pagine del Libro Bianco di Marco Biagi.
Cosa suggeriva quel libro, in risposta a questi problemi? Di abbandonare quella vergogna della sinistra che erano i co.co.co, che in un mercato del lavoro rigidissimo avevano rappresentato una sorta di riserva cinese, in cui poter sfruttare i lavoratori senza garantire loro niente. D’introdurre contratti più adatti alle esigenze del mercato, e quindi focalizzando su orari non standard (il part-time, per esempio) o su progetti (perché in assenza di un progetto limitato e finalizzato, una collaborazione continuativa significava solo un lavoro a tempo indeterminato, ma senza … il problema della pensione). Togliere le barriere, far incontrare chi cerca un lavoro con chi cerca qualcuno che lavori con lui. Ma al contempo dare qualche sicurezza in più, rispetto ad un co.co.co, rispetto ad una partita IVA. Dare maggior facilità all’accesso al lavoro, perché sono un’occasione di crescita per i giovani, ed una speranza per i disoccupati di lungo corso. Pensare un lavoro diverso dal solito lavoro 8-ore-al-giorno-domenica-davanti-alla-televisione-15-giorni-di-ferie-ad-agosto-a-Rimini. Un lavoro non solo da padre di famiglia, ma anche da madre, nella speranza che riescano a farla, una famiglia.
La mia esperienza, da allora? Ho visto un co.co.co trasformarsi in partita IVA perché il cosiddetto imprenditore (che rischiava però solo se i soldi ce li metteva lo Stato) era terrorizzato dal nome «contributi». Sono stato assunto in un lavoro, con un progetto fittizio, quando non avevo esperienza, e l’esperienza me la son fatta. Contributi per la pensione? 0. Ché tanto io alla pensione statale non arriverò mai, manco a piangere. Sarebbe stato meglio se avessi impiegato il mio tempo a far altro? Non sono ancora riuscito a darmi una risposta, ma non credo. Alla fine queste tante esperienze si son sommate, e mi hanno permesso di avere un profilo che è riuscito ad interessare alcuni. Merito anche di chi non si è arreso, di un prof. che tornava a casa in bicicletta, ed aveva il coraggio di non considerare la disoccupazione come una condanna alla quale non si poteva fare nulla. E memento a chi non ha il coraggio di affrontare una riforma degli ammortizzatori sociali, e per paura di perdere voti (o delle reazioni dei trotzkisti) non gli rimorde l’animo che affoghi chi ha bisogno, donne ed uomini giovani e meno giovani, se non hanno la fortuna di disporre di un parente pensionato, e non tirchio.

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