Quand’ero adolescente io, fui vittima delle fastidiose attenzioni dei bulli e bulletti del quartierino. Non erano tipi palestra-cannottiera-collanona-muscolinvista-coltello, erano anzi rampolli di famiglie-bene che, arrivati all’età in cui i galli cedroni e le quaglie mettono in mostra le penne per attirare le femmine della loro specie, replicavano l’istesso comportamento animale dimostrando la loro virile supremazia. Di gruppo (chè da soli erano poca cosa).
Io fui lasciato solo da tutti, anche dagli amici. Nessun intervento da parte dei professori. Ma li capisco; fossimo anche appartenuti alla stessa scuola, e fossero intervenuti in mia difesa, la loro eventuale forza finiva al limitare dell’edificio scolastico, mentre la nostra vita continuava oltre quei limiti. Difficile riuscire a stabilire un rapporto d’autorità con i propri allievi, verso i quali si ha l’arma del voto, figuriamoci verso quelli di altre classi od istituti.
Altre misure possibili sarebbero state di dubbia efficacia, o di dubbia legittimità. Espellere il bulletto per una settimana ogni volta che si presenta a scuola significa negargli un diritto costituzionale, e seminare generazioni di bulletti che s’inguaiano a 20 anni ed a 40 sono già uomini finiti. Riempirli di pasticche è una maniera economica per scaricare tutti, scuola e genitori, delle responsabilità che invece hanno, nella formazione di un carattere. Ridicolizzare il bulletto è una soluzione per rendergli la scuola un incubo, come lui la rende agli altri. Inoltre disgrega l’ambiente di coltura del bullismo, i gruppi (non ci sono bulletti senza gruppi di bulletti). Epperò il ridicolo è un’arma difficile da maneggiare, si corre sempre il rischio che qualcosa non funzioni, ed il bullo trionfi dell’arma con cui si voleva punirlo.
Che guaio.
Nella mia esperienza, io dovetti cavarmela da solo. Facevamo a botte, all’inizio dell’anno, tutti i giorni per due settimane di fila, io ed il bulletto, io ed il gruppo di bulletti. Un ceffone sulla faccia di un armadio, lo stupore negli occhi di chi pensava che la sola imponenza fisica bastasse a creargli un rango d’intoccabile, non lo dimenticherò mai. Me lo rese, il ceffone, ma finire pari e patta col colosso (ed i suoi scherani) fu una bella vittoria. Dopo 15 giorni, accettavano l’accordo tacito. Avevano supremazia su tutte le polle ed i polli, me escluso. Così, anno dopo anno. Eppure anche questa è una non-soluzione. Se qualcuno mi avesse imitato, ci sarebbe stata un’escalation di violenza, e per ripetere il comportamento ormonal-cedron-animale, allora sarebbero stati costretti a tornare alla carica con più forza, per piegare me, il villaggio gallico. Nessuno m’imitò, loro ad un certo punto crebbero, si fecero la macchina, la ragazza, e forse oggi scaricano sulla moglie ed i figli qualche trauma infantile non risolto.
Insomma, nessuna soluzione facile, nessuna ricetta. Forse bisognerebbe davvero provare a curare questi traumi infantili, questi rapporti mal e impostati verso genitori (i bulletti replicano pur sempre un’autorità, anche se non è quella dei genitori) e coetanei (verso i quali i bulletti esercitano la violenza). Sempre nell’ottica della formazione di un carattere.
Attendevamo con ansia la sentenza contro una professoressa di una scuola di Palermo, accusata di eccesso di metodi di correzione per aver chiesto che un alunno-bulletto riconoscesse per iscritto, 100 volte, di mancare di sensibilità e di sapienza, la stessa che impone di usare la forza solo coi forti. In latino, la mancanza è una deficienza. In toscano è scemenza o sciocchezza (mancanza di sale). Vi risparmio altre lingue, vi risparmio considerazioni etimologiche su altre forme dell’apostrofare che indicano mancanza stabilendo paralleli sessuali. Io non conosco un termine che esprima il concetto di mancanza e che non sia stato stigmatizzato, non sia divenuto un insulto anche nell’epoca del politicallycorrettismo (pensate ad «handicappato», od ai neutri composti con -leso, come «cerebroleso», divenuti tutti insultanti). E questo non è dovuto al fatto che gli aggettivi nascono marcati, connotati. È piuttosto perché un tempo, se un ragazzino si comportava come un deficiente, e non aveva cause fisiche a costringervelo, era il padre che s’incaricava della sua ri-educazione con lo strumento della mazza, oppure tutta la società con quello del disprezzo. Il debole in saggezza (dal latino: imbecille) o cresceva e metteva senno, oppure diventava un marginale, un brigante od un soldato (od un galeotto). Di figli ce n’erano tanti, e sempre bisogno di braccia sulle navi.
Tutti i sistemi che ho passato in rassegne (pillole contro gli ormoni cedroni, note in condotta, espulsioni, frammentazione del gruppetto bullidiota, corsi di kung-fu per le vittime) hanno dei problemi di realizzazione, e servono solo a nascondere il vero dramma: che qualcuno ha appaltato l’educazione dei figli alla scuola, disinteressandosene fino a che il danno era incorreggibile. Una professoressa ha provato a far capire che la società degli adulti si basa su una forza diversa che non la violenza di chi manca di sapienza. I genitori (ed il PM, non dimentichiamoci il PM) hanno perso la loro occasione per insegnare ad un figlio come ci si comporta, e che non tutto è concesso. Per fortuna esiste un giudice, non solo sempre a Berlino, che ha riconosciuto che ci sono traumi nella formazione, che sono i benvenuti, per formare un adulto.