Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per Giugno, 2007

Evviva i concorsi truccati

Pubblicato da Il Crea [OPS] su 28/06/07

Sarò visionario, idiota e rincoglionito, ma questa è la mia esperienza.

L’altro giorno la capitale d’italia e la sua gentile arietta hanno ospitato il sottoscritto, pronto per un concorso pubblico. La sede dell’esame si mostra gentile e affabile, così come la simpatica vecchietta che chiamava l’appello.

Due minuti per spiegare le regole e si parte. Tirando fuori da una scatola non sigillata (magagna 1) con scritto “riviste consolari” una risma di cartelle, anch’esse non sigillate (magagna 2) , comincio a pensare che la cosa puzza. Con foglio e matita (magagna 3), inizio il test. Ci si chiede di mettere il nome a MATITA sulla cartella (magagna 4), rido e obbedisco.

Alla fine della prima prova ci chiedono di uscire per poter preparare la successiva, alcuni escono, altri no (magagna 5). Rientro, siedo per continuare e così si passa alla terza e ultima prova. Nell’intervallo si ripete il siparietto delle uscite (magagna 5 bis).

Durante il terzo scritto, estremamente difficile, la simpatica vecchietta dice ad alta voce: “i signori J, K, Y, W e Z non hanno ancora scritto il nome sulle precedenti cartelle, alla fine di questa venite a scriverli” (magagna 6).

Una volta finito, ci invitano ad andare presso un altro ufficio, ben distante dalla sede d’esame, così da verificare l’eventuale convocazione per l’orale e non avere l’opportunità di controllare il proprio scritto (magagna 7).

Misteriosamente, nonostante sia molto ferrato sulla materia, non vengo convocato.

Io ne ho viste 7 di magagne, potevano cambiare l’esito semplicemente compilando una nuova scheda e facendo inserire alla fine i nomi dei prescelti, oppure dettare i nomi degli eletti all’altro ufficio. Oltretutto l’esame è stato anticipato di SOLI 3 mesi, dandone due di preavviso, tagliando le gambe a gente come me che vive all’estero che ha avuto enormi problemi a compilare i fogli e a spedire le mille, inutili, certificazioni richieste. Avrebbero potuto direttamente chiedermi se conoscevo un deputato, così da farmi risparmiare tempo e denaro, perché io il deputato non lo conosco, ma scommetto che qualcuno dei fortunati vincitori sì.

Bene, non mi resta che brindare a chi organizza questi fantastici concorsi e ai loro figli, che possano nascere deformi, io tornerò fuori dai confini italici e ci resterò per molto tempo, almeno finché non si smetterà di parlare di politica e calcio. Forse sarà una lunga attesa.

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Bulletti cedroni e l’ingrato compito alla formazione

Pubblicato da aggelos [OPS] su 28/06/07

Quand’ero adolescente io, fui vittima delle fastidiose attenzioni dei bulli e bulletti del quartierino. Non erano tipi palestra-cannottiera-collanona-muscolinvista-coltello, erano anzi rampolli di famiglie-bene che, arrivati all’età in cui i galli cedroni e le quaglie mettono in mostra le penne per attirare le femmine della loro specie, replicavano l’istesso comportamento animale dimostrando la loro virile supremazia. Di gruppo (chè da soli erano poca cosa).
Io fui lasciato solo da tutti, anche dagli amici. Nessun intervento da parte dei professori. Ma li capisco; fossimo anche appartenuti alla stessa scuola, e fossero intervenuti in mia difesa, la loro eventuale forza finiva al limitare dell’edificio scolastico, mentre la nostra vita continuava oltre quei limiti. Difficile riuscire a stabilire un rapporto d’autorità con i propri allievi, verso i quali si ha l’arma del voto, figuriamoci verso quelli di altre classi od istituti.
Altre misure possibili sarebbero state di dubbia efficacia, o di dubbia legittimità. Espellere il bulletto per una settimana ogni volta che si presenta a scuola significa negargli un diritto costituzionale, e seminare generazioni di bulletti che s’inguaiano a 20 anni ed a 40 sono già uomini finiti. Riempirli di pasticche è una maniera economica per scaricare tutti, scuola e genitori, delle responsabilità che invece hanno, nella formazione di un carattere. Ridicolizzare il bulletto è una soluzione per rendergli la scuola un incubo, come lui la rende agli altri. Inoltre disgrega l’ambiente di coltura del bullismo, i gruppi (non ci sono bulletti senza gruppi di bulletti). Epperò il ridicolo è un’arma difficile da maneggiare, si corre sempre il rischio che qualcosa non funzioni, ed il bullo trionfi dell’arma con cui si voleva punirlo.
Che guaio.

Nella mia esperienza, io dovetti cavarmela da solo. Facevamo a botte, all’inizio dell’anno, tutti i giorni per due settimane di fila, io ed il bulletto, io ed il gruppo di bulletti. Un ceffone sulla faccia di un armadio, lo stupore negli occhi di chi pensava che la sola imponenza fisica bastasse a creargli un rango d’intoccabile, non lo dimenticherò mai. Me lo rese, il ceffone, ma finire pari e patta col colosso (ed i suoi scherani) fu una bella vittoria. Dopo 15 giorni, accettavano l’accordo tacito. Avevano supremazia su tutte le polle ed i polli, me escluso. Così, anno dopo anno. Eppure anche questa è una non-soluzione. Se qualcuno mi avesse imitato, ci sarebbe stata un’escalation di violenza, e per ripetere il comportamento ormonal-cedron-animale, allora sarebbero stati costretti a tornare alla carica con più forza, per piegare me, il villaggio gallico. Nessuno m’imitò, loro ad un certo punto crebbero, si fecero la macchina, la ragazza, e forse oggi scaricano sulla moglie ed i figli qualche trauma infantile non risolto.
Insomma, nessuna soluzione facile, nessuna ricetta. Forse bisognerebbe davvero provare a curare questi traumi infantili, questi rapporti mal e impostati verso genitori (i bulletti replicano pur sempre un’autorità, anche se non è quella dei genitori) e coetanei (verso i quali i bulletti esercitano la violenza). Sempre nell’ottica della formazione di un carattere.

Attendevamo con ansia la sentenza contro una professoressa di una scuola di Palermo, accusata di eccesso di metodi di correzione per aver chiesto che un alunno-bulletto riconoscesse per iscritto, 100 volte, di mancare di sensibilità e di sapienza, la stessa che impone di usare la forza solo coi forti. In latino, la mancanza è una deficienza. In toscano è scemenza o sciocchezza (mancanza di sale). Vi risparmio altre lingue, vi risparmio considerazioni etimologiche su altre forme dell’apostrofare che indicano mancanza stabilendo paralleli sessuali. Io non conosco un termine che esprima il concetto di mancanza e che non sia stato stigmatizzato, non sia divenuto un insulto anche nell’epoca del politicallycorrettismo (pensate ad «handicappato», od ai neutri composti con -leso, come «cerebroleso», divenuti tutti insultanti). E questo non è dovuto al fatto che gli aggettivi nascono marcati, connotati. È piuttosto perché un tempo, se un ragazzino si comportava come un deficiente, e non aveva cause fisiche a costringervelo, era il padre che s’incaricava della sua ri-educazione con lo strumento della mazza, oppure tutta la società con quello del disprezzo. Il debole in saggezza (dal latino: imbecille) o cresceva e metteva senno, oppure diventava un marginale, un brigante od un soldato (od un galeotto). Di figli ce n’erano tanti, e sempre bisogno di braccia sulle navi.
Tutti i sistemi che ho passato in rassegne (pillole contro gli ormoni cedroni, note in condotta, espulsioni, frammentazione del gruppetto bullidiota, corsi di kung-fu per le vittime) hanno dei problemi di realizzazione, e servono solo a nascondere il vero dramma: che qualcuno ha appaltato l’educazione dei figli alla scuola, disinteressandosene fino a che il danno era incorreggibile. Una professoressa ha provato a far capire che la società degli adulti si basa su una forza diversa che non la violenza di chi manca di sapienza. I genitori (ed il PM, non dimentichiamoci il PM) hanno perso la loro occasione per insegnare ad un figlio come ci si comporta, e che non tutto è concesso. Per fortuna esiste un giudice, non solo sempre a Berlino, che ha riconosciuto che ci sono traumi nella formazione, che sono i benvenuti, per formare un adulto.

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Sindacati e Bassosalariati

Pubblicato da Francesco Principe su 27/06/07

Beppe Grillo, l’arcinoto comico genovese, per quanto sarebbe ormai più giusto definirlo come l’opinionista nazionale più incisivo, ha reso disponibile sul suo blog un libro che tutti dovrebbero quantomeno spulciare. Sono storie di precari e precariato, storie vere del popolo che pur lavorando non arriva a fine mese e che le rivendicazioni di un sindacato mai le ha viste né mai le vedrà. Non credo che Montezemolo abbia avuto la possibilità di dare uno sguardo a quegli accorati racconti, preso com’é dal fuoco sacro della produttività, né che il suo entourage gli abbia mai permesso di avvicinare un precario, che sia infettivo? Fa sorridere amaramente pensare alla sua frase e a quanto sia algidamente lontana dai molti e vicina ai pochi. Per carità, in fondo fa il suo mestiere, Confindustria non è un Istituto di Muto Soccorso. Tuttavia definire i sindacati, sbrigativamente, come i difensori degli interessi dei fannulloni, anche se il tiro è stato poi maldestramente corretto specificando che il loro importante ruolo non era in discussione ma si voleva porre l’accento sulle resistenze alla modernizzazione, fare di questi proclami, è pericoloso e antistorico. Non che i sindacati siano immuni da particolarismi ma dire una cosa del genere fa tornare in mente il corporativismo fascista in cui qualcuno tentò di decidere a tavolino gli interessi di datori di lavoro e dei lavoratori senza di fatto appartenere a nessuna delle due categorie. Forse il ruolo del sindacato nel moderno mercato del lavoro va ridiscusso, non è questo il modo. Esistono esperienze, parliamo del nord Europa, di mercati del lavoro che funzionano egregiamente anche con organizzazioni sindacali assai meno potenti. In queste esperienze, però, lo stato sociale è forte e presente, gli ammortizzatori sociali non mancano e sono tangibili. Forse dietro il richiamo alla modernità c’era questo. Che gli industriali vogliano farsi carico, pescando nelle loro capaci tasche, di un nuovo, più efficiente, sistema di ammortizzazione sociale?

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Se il finto malato ti ruba il lavoro

Pubblicato da angela padrone su 27/06/07

finto-malato.jpgQuanti giovani, magari con un lavoro ancora incerto, lavorano anche quando stanno male? Quante donne lavorano fino alla fine della maternità e anche subito dopo, magari perché hanno un lavoro autonomo, sono professioniste, o comunque tengono a quello che fanno? Ho visto giornaliste sgobbare come pazze (anche troppo) fino al nono mese…senza arrivare al caso di una mia collega che girava in motorino, con la pancia ormai da parto!
Bene, cosa pensate voi di queste persone che invece si danno malate, bloccano gli ospedali, fermano i trasporti pubblici? E’ successo in questi giorni in tre ospedali romani: il Pertini, il San Filippo Neri, e il Grassi di Ostia. E’ successo sui mezzi della Transvesuviana a Napoli. In passato è successo a hostess e steward dell’Alitalia. Epidemie per protestare. Assenze che gravano sugli utenti, sui malati, e sui colleghi onesti.
Certamente quelli che lo fanno hanno le loro ragioni. “E che ragioni forti….!” diceva il servitore di Don Giovanni per giustificare i tradimenti del suo padrone. Vorrei vedere che neanche avessero delle ragioni …..
Ma sono sicura che l’Italia è piena di giovani che non stanno a casa per ripicca e che pagano tutto il loro biglietto da pendolare, anche se guadagnano poco. Che hanno paura di perdere il posto. A queste persone si chiede giustamente di essere flessibili. Ma non dovrebbero essere i primi a chiedere che le tutele di altri siano un po’ meno forti? Perché ci devono essere lavoratori intoccabili e lavoratori flessibili? Il dilemma è questo. E io non sto dalla parte di chi dice che la flessibilità non deve esistere.
E’ di due giorni fa il piano della commissione lavoro della Ue che chiede licenziamenti più facili, accompagnati da misure di protezione sociale, per sostenere la mobilità. E quindi rendere più facili le nuove assunzioni.

angela padrone

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La situazione del lavoro giovanile giapponese

Pubblicato da Il Crea [OPS] su 22/06/07

La vera vita di un giapponese inizia con l`equivalente della nostra scuola elementare. Da lì in poi sarà un continuo scalare gerarchie e confrontarsi con classifiche di merito. Il sistema scolastico nel Sol Levante, per quanto efficiente in termini di attività extracurricolari e infrastrutture, è piuttosto, e anche misteriosamente, scarno. Le materie insegnate sono tante, nessuna approfondita degnamente, si spreca troppo tempo sullo studio del loro sistema di scrittura a ideogrammi e materie importanti come le lingue straniere vanno perdendosi in test a risposta multipla, senza una vera e propria immersione, tanto che la loro abilità in inglese e francese risulti quasi imbarazzante. Conseguentemente lo scolaro sale di livello vedendo le proprie conoscenze sempre a un grado più che mediocre. La scalata è sempre puntata all`ammissione universitaria, perché più che da reddito o valutazione della scuola superiore, questa è decisa dalla graduatoria in cui si trova il futuro dottore, calcolata su tutti i suoi precedenti anni scolastici. Qui finisce il primo periodo duro. Le loro università sono considerate da tutti all`acqua di rose, tanto che il vero studente spende gran parte della giornata sui videogiochi, facendo shopping e giocando a baseball, non ponendosi troppo il problema della preparazione, tanto basterà il nome dell`ateneo da cui si licenzierà per dargli l`accesso in qualche azienda. La sua effettiva educazione inizierà lì.Tra scuola superiore e laurea si sviluppano le sue prime esperienze lavorative nel part-time, per loro “arubaito”, mutuato dal tedesco arbeit. I maggiori datori di lavoro sono i fast food alla statunitense, negozi di musica, ristoranti e videonoleggi, tutti alla ricerca di commessi. A quest`ultimi si garantiscono paga e certificazione, in alcuni casi anche addestramento, uniforme e bonus come viaggi premio e buoni sconto. La tariffa varia tra gli 850 e i 1500 Yen per ora, tra i 5 e i 10 euro circa, che considerando i bassissimi prezzi di merci e cibo, tornano molto comodi, anche perché pagare le spese per il trasporto da casa è una graditissima abitudine. Con le 20 ore concesse a settimana dalle non troppo ferree leggi nipponiche un giovane può aggiungere al proprio reddito una somma discreta, utilissima come compendio per borse di studio o per le gentili buste dei genitori e se proprio non dovesse bastare, c`è il trucco per venirne fuori e guadagnare di più: barare. Si puo` chiedere di lavorare fuori orario o accumulare un altro part-time, arrivando a guadagnare bene, e se si può pensare che il ricavo extra sarà a danno dello studio, non bisogna preoccuparsene troppo per i motivi sopraccitati.Le condizioni del lavoratore giapponese sono stressanti e ricche di sacrificio, ma non è per colpa di un regime castrante o privo di diritti, ma per una loro masochistica imposizione di orari massacranti solo per compiacere il capo o non deludere il collega anziano, visto come un faro. Così è anche grazie al servire patatine fritte che la mente di un suddito dell`imperatore Akihito inizia a tararsi su standard per molti europei impensabili.Ripetere sempre la stessa frase, usare il gergo alto (keigo) e sorbire ogni genere di angherie dal cliente irritante sono la prima, dolente piaga a cui dovranno abituarsi per sopravvivere nel loro mondo lavorativo. Non si lamenteranno, non risponderanno mai scortesemente e non lasceranno mai alla stanchezza l`opportunità di scalfire uno stentato sorriso. L`arubaito resterà forse nelle loro menti un momento felice, quasi l`ultimo bel ricordo del mondo lavorativo, perché la triste vita dei salary men nipponici è fatta di ripetitività, stress e turni infiniti, che li porteranno a vestire come sosia e a smettere di tornare a casa la sera, tanto che gli internet café offrono doccia e poltrone-sofa, dove l`impiegato può dormire e rilassarsi per qualche ora fino al prossimo giorno di lavoro. E` prima di questa grigia situazione, sui banconi dei Mc Donald`s, che il giapponese diventa un vero giapponese e se non ci si riesce proprio ad adattare, divenire barbone o comprare un biglietto per l`Australia sembrano essere le uniche due vie d`uscita.

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Senso di Corpo e senso di Stato

Pubblicato da aggelos [OPS] su 21/06/07

Il capo della polizia Gianni De Gennaro si è fatto un nome, e conquistato il rispetto, collaborando ad indagini pericolose, in anni forse più difficili di questi, quando il terrorismo s’intrecciava ad un fenomeno mafioso di cui non si voleva neppure parlare. Forte di questo prestigio, riconosciutogli da entrambe le parti, la sua nomina da parte dell’Ulivo non fu vista, due legislature fa, come una decisione di parte.
Spiace quasi, nel momento in cui il governo annuncia il suo avvicendamento a fine mandato, dover parlare dell’aspetto di questo settennato che più resterà legato al suo nome: le violenze del G8 di Genova, quelle targate dalla polizia, e coperte dall’omertà di stato.
Ricordiamo tutti tristemente quei fatti, la compresenza in un’unica manifestazione di pacifisti altermondialisti, convinti che un mondo migliore non sia impossibile, e di imbecilli violenti teppisti. Ricordiamo la polizia caricare i primi, le suore ed i giovani a volto scoperto, i giornalisti, e lasciar tranquillamente devastare Genova dai secondi. Ricordiamo i fatti terribili di Bolzaneto e della Diaz, terribili perché inaccettabili in uno stato civile, e che ci illudevamo propri ad una dittatura poliziesco-militare sudamericana. Ricordiamo i tentativi d’insabbiamento che vi furono da subito, i tentativi di costruire false prove per accusare le vittime. Ma se c’è una cosa che ricordo ancora con spavento di quei giorni, è la politicizzazione dello scontro, è il ricordo di aver visto per due volte, su Rai1, una giovane donna avvicinarsi mani alzate verso la polizia, per essere colpita da una manganellata in pieno viso; e quella sera stessa, su Rai2, la stessa sequenza censurata della scena più cruda. Io potrò dire ai miei nipoti di averla vista, la censura, di averla temuta.
Per fortuna lo Stato fu più forte, ed ora vi sono molti poliziotti indagati per reati gravi, ed un muro di omertà che scricchiola, se qualche capo inizia ad ammettere il macello, inizia a cercare di giustificare il silenzio, la falsa testimonianza (per istigazione alla quale è indagato l’attuale capo della Polizia) con lo spirito di corpo.
Ecco, è questo che io rimprovero a Gianni De Gennaro. La paura che ebbi in quei giorni. Il fatto che avrei voluto che il capo della Polizia di Stato mi tranquillizzasse indagando i teppisti fra i manifestanti e gli squadristi fra i poliziotti. Che facesse prevalere il senso di Stato al senso di Corpo. Che tutelasse me cittadino, e non dei colpevoli, anche nel momento tristissimo in cui i colpevoli sono i tuoi uomini, quelli che han condiviso con te mille rischi.
Credetemi, è un rimprovero triste, confortato solo dal vedere la verità riemergere, le responsabilità delinearsi. Lo Stato civile dimostrare la sua forza tranquilla, che è tutta un’altra cosa dalle violenze di gruppo, a volto coperto o con le mostrine sulle spalle.

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Odio gli stati uniti d’America

Pubblicato da Il Crea [OPS] su 21/06/07

Oggi sono un passeggero di un volo di linea e tristemente adesso anche questo status soffre del male che le stelle e strisce spargono sul nostro mondo. Non parlo di Liberia, ma della nazione tra Messico e Canada.

Nel costante e idiota legiferare di repubblicani e democratici, che oltretutto sono sinonimi, è mestamente finita qualche bigotta idea riguardo i trasporti, così anche il volare è diventato un seccante modo di muoversi, castrato da ottuse prassi per dar fastidio al viaggiatore.

Le torri gemelle sono state abbattute da due aerei di linea, così i lungimiranti masticaciambelle hanno deciso di far passare un po’ a tutti la voglia di salire su un aereo. Perquisiti in ogni possesso, orifizio e poro pilifero inguinale, i poveri passeggeri si trovano ad affrontare un calvario prima di posare le anch’esse esaminate chiappe sui sempre più stretti seggiolini da funivia.

Privati di pericolosissimi manufatti come tagliaunghie e caffelatte, gli aspiranti bovini da macello possono finalmente passare al di là dei metal detektor, tarati così certosinamente da percepire neuroni che pensano a musica metal e otturazioni stile retrò. Superata la linea Maginot della sicurezza ci si trova davanti al duty free dove poter comprare alcol, sigarette e accendini…

COSA?

Mi sequestrano il deodorante stick per ascelle perché considerato alla stregua di un’ascia bipenne e poi mi vendono liquidi infiammabili ed esche?

Perché le nazioni civilizzate permettono ancora a questi scarti evolutivi obesi e ignoranti di influire sul nostro quieto vivere? Perché i dannatissimi panzoni sequestrano deodoranti a ragazzi che tornano a casa e vendono fucili nelle banche (Michael Moore, Bowling for Columbine) ?

Hanno perso due palazzoni, poi raso al suolo Afghanistan e Iraq noi tutti siamo rimasti a guardarli metterci leggi da microcefali in casa. Li odio.

Aspettando che si estinguano continuo a sedere con le ascelle sudate, sperando di non doverli maledire ulteriormente per un mancato acchiappo in alta quota.

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