E’ domenica. Non sono credente, non pratico nessuna religione, caso mai l’ateismo. Sto leggendo, con un certo divertimento, il libro di Piergiorgio Odifreddi (matematico) “Perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)”, Longanesi. Però mi capita di entrare in una chiesa, di tanto in tanto, e mi è capitato anche recentemente di partecipare a funerali e battesimi. Perciò non rimango indifferente alla riabilitazione della messa in latino, voluta da Papa Ratzinger.
Non sono immune al richiamo dei riti. Suscitano in me un misto di rabbia e ammirazione: capisco il fascino che esercitano sulla mente delle persone. Attraverso di essi si sentono rassicurate, soprattutto nei momenti di passaggio della vita e della morte. I riti assicurano coesione sociale e consolano, nelle circostanze più impossibili. A un funerale, recentemente, ho visto tra le persone più commosse proprio degli atei: di fronte alla morte loro sono, noi siamo, inconsolabili. Gli altri credono, sperano, se ne fanno una ragione.
Papa Ratzinger con la messa in latino intende “riunire” la cosiddetta comunità dei fedeli. Secondo alcuni commentatori il rito antico avvicina ad un’esperienza mistica. Bè, tutto ciò mi mi fa ribollire il sangue. Se c’è una cosa che faccio durante queste messe alle quali mi capita di assistere, è di ascoltare le parole. Le parole della liturgia, le parole delle preghiere, le parole del prete. E nulla di tutto ciò mi lascia indifferente.
La lettura del vangelo spesso mi commuove per la sua umanità, ma mi fa anche arrabbiare perché penso che la Chiesa nei millenni ha mille volte tradito le parole e l’esempio di Gesù di Nazareth. Le omelie dei preti come sempre sono soggette al valore e al metro umano, in base a chi le pronuncia, ma la rassegnazione che induce la liturgia mi fa un po’ imbestialire. Perché, essendo la vita unica, credo che dovremmo darle più valore, dovremmo accettare meno le ingiustizie, le ruberie, le furbizie, le cattiverie.
Quindi, se la messa può mai avere un senso, un senso umano, è solo quello di “parlare” al cuore degli uomini, di indurli a guardarsi dentro e a guardare accanto a sé, vedere un vicino che come noi tutti spera e soffre. Sempre che alle messe qualcuno ascolti e non segua semplicemente il rito come un puro suono.
Con la messa in latino, invece, si perde proprio la dimensione umana. Visto che il latino nessuno lo capisce, la messa, le parole, tutto si trasforma in suono, ci si appella al senso più profondo della massa, all’istinto primordiale dell’uomo che si fa ipnotizzare da un rituale collettivo. Il prete certo non si fa pecora vicino alle sue pecorelle, non è umile tra gli umili, ma gira le spalle a chi segue la messa. Se al posto dell’altare dedicato a Gesù Cristo ci fosse il vello d’oro di biblica memoria, non ci sarebbe nessuna differenza. La messa in latino ristabilisce tutti i simboli e le distanze che sono proprie del potere. E’, sempre, il latinorum di Manzoni (che era un vero cristiano), fatto per gabbare gli sprovveduti. (E scusate se tutto ciò lo dice una laica).
angela padrone