Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per Ottobre, 2007

Luttazzi in TV

Pubblicato da satiro su 31/10/07

Luttazzi in Tv non è molto capace di starci. Nel senso che infastidisce un sacco di gente ed in particolare qualche tempo fa un personaggio troppo noto e, forse, “malvagio” riuscì ad eliminarlo dalla televisione pubblica. Questo episodio la dice lunga su molte cose giacchè altre due persone, che come lui furono allontanate, vennero reintergate in Rai dai “buoni” mentre del Nostro si continuava a non vederne neppure l’ombra… A mio avviso ci sono altre questioni, forse non secondarie, riguardo l’allontanamento del Nostro: questo è un personaggio decisamente volgare che spesso, se non costantemente, urta i sentimenti di molti bacchettoni e di chi non legge alcun genere di intelligenza dietro la sua scurrilità.

Ebbene, per chi si perse Barracuda e Satyricon ora è in programma su La7 Decameron, da sabato 3 novembre ore 23.30: si accettano scommesse su quanto durerà!

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Blog, Siti Web Personali e altre fragili libertà

Pubblicato da Francesco Principe su 23/10/07

Solo qualche giorno fa abbiamo fatto notare, da questa stesse colonne, quanto sia incredibilmente semplice applicare la censura nell’era di Internet. Parlavamo della Birmania. Verrebbe da dire “grazie a Dio la nostra realtà nazionale è ben diversa”. Possiamo manifestare pubblicamente il malcontento, l’opposizione, esercitare la critica e, alle volte, persino la satira. Con un minimo di cautela e buon senso, ovvero senza scadere nell’eversione o nell’incitamento a delinquere, le nostre idee contro il potere e chi lo esercita possono viaggiare con sufficiente libertà. Il sale della democrazia è proprio questo. Il nostro paese è diverso non perché siano diverse le persone che lo governano, almeno non solo per questo, bensì perché sono differenti le leggi che regolamentano il modello di vita civile che adottiamo. Abdel Kareem Nabil Soliman è in carcere da oltre un anno, ne deve scontare altri tre, la sua colpa è quella di aver duramente criticato il presidente egiziano Mubarak dal proprio blog. Il Povero Kareem è un pacifista, non è un pericolo per nessuno, tuttavia, che volete farci, è finito in galera per le proprie opinioni, in quella nazione le leggi sono quelle che sono. Questo è il motivo per cui chi fa informazione ha il dovere di vigilare, denunciando implacabilmente ogni deriva liberticida, ogni tentazione a scadere nell’eccessivo controllo della società, ogni gemmazione di totalitarismo. Se la Birmania sembra ancora lontana, il rischio per chiunque di finire in galera a causa del proprio spazio web ci ha avvicinato, speriamo solo per pochi giorni, all’Egitto. Gentiloni e Di Pietro ammettono l’errore e si scusano, hanno firmato un testo senza averlo sufficientemente ponderato, un disegno di legge che costringerebbe chi fa editoria, persino non a fini di lucro e via Internet, parliamo quindi anche dei blog e dei siti personali, ad iscriversi presso il Registro degli Operatori di Comunicazione, assoggettando questi ultimi oltre che alla burocrazia del caso anche ad eventuali controlli. Il disegno di legge equipara queste attività all’editoria cartacea convenzionale. Fra le singolari conseguenze di questa discutibilissima interpretazione, qualora l’autore di un sito del genere dovesse ricevere una denuncia per diffamazione, questa sarebbe considerata diffamazione a mezzo stampa, vale a dire non diffamazione semplice ma aggravata, quindi con sanzioni più dure e possibile reclusione. Non si deve cedere all’allarmismo, tutelare chi può essere diffamato è giusto, tuttavia, questo disegno, se fosse approvato così com’è, si presterebbe a divenire uno strumento di possibili storture e censure. Molte le voci di condanna, anche fra gli stessi ministri. Sembra che le opportune correzioni verranno apportate. C’è però parecchio su cui riflettere, innanzi tutto sul fatto che i firmatari adesso si difendano affermando di non aver compreso cosa firmavano. Questo dimostra quanto le nostre fragili libertà siamo affidate a custodi troppo miopi o troppo furbi per non dichiararsi tali all’occorrenza. Inoltre ciò dimostra quanto sia facile scivolare, quasi senza rendersene conto, in una situazione diversa da quella in cui viviamo.

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De Magistris: l’amaro in bocca

Pubblicato da aggelos [OPS] su 21/10/07

In un sistema politico civile, non può essere un ministro a controllare la magistratura, perché altrimenti ci sarebbero soltanto indagini sull’opposizione, nessuna sulla maggioranza, che quindi attirerebbe tutti i corrotti garantendo loro l’impunità, ed il governo si trasformerebbe in dittatura della corruzione.

In un sistema politico civile, un magistrato non può pensare di svolgere indagini solo per candidarsi alle elezioni, od altrimenti il sospetto che siano di parte, le sue indagini, toglierebbe loro credibilità presso metà della nazione, e con loro anche alla magistratura.

Il primo punto era fondamentale già per Montesquieu, che progettava un mondo migliore, in cui i cittadini non dovessero aver paura del governo; il secondo punto sta diventando importante ora, che con la crisi dei partiti i giudici fanno campagna elettorale attraverso le televisioni  (il caso di Carlo Madaro, che suscitò il vespaio DiBella illudendo tantissimi malati per poi candidarsi alle elezioni, lo ricorda qualcuno? Ed i tanti giudici-deputati dell’Ulivo?)

Per mettere d’accordo queste due esigenze, in un sistema quale il nostro, in cui i magistrati sono autonomi, esiste un elemento terzo fra il giudice ed  il ministero, ed è il Consiglio Superiore della Magistratura.

Così, fosse stato il CSM a trasferire Luigi De Magistris –magistrato scomodo perché indaga su presunti gruppi politico-affaristici di destra e di sinistra in Calabria– per le gravi accuse mossegli dagli ispettori ministeriali,  non avrei avuto nulla da ridire. Sapere invece che l’inchiesta gli è stata avocata dalla procura, quindi dai diretti superiori, questo conserva alla vicenda tutto il barbaro sapore di regolamento di conti, e di gioco di forze.

E di questo, con Montesquieu, mi rammarico.

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Il modo Auspicativo

Pubblicato da satiro su 18/10/07

Giorni fa riflettevo sulla qualità della lingua italiana, in particolare mi bullavo dei nostri sette modi che portano ad un gran totale di 22 tempi verbali! Se si confronta, poi, tutto questo con lingue semplici come il giapponese dove non c’è il futuro se ne deduce un gran bel bullarsi. Eppure con tutti questi modi presto mi son reso conto che ancora ci manca qualcosa: il modo auspicativo, appunto.

Se, ad esempio, avessi per questa sera un’appuntamento a cui non ho ragione di mancare, ma allo stesso tempo so che cause esterne da me potrebbero impedirmelo e pur tuttavia queste cause esterne hanno una probabilità piccola (ma non irragionevolmente piccola…) di verificarsi come dovrei dire?

Necessitiamo assolutamente almeno dell’auspicativo presente passato e futuro!

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Indulto: e allora ?

Pubblicato da fadette [OPS] su 17/10/07

I dati del DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) segnalano che la popolazione di detenuti in Italia è di nuovo oltre i limiti dei posti disponibili: 47.000 detenuti per 43.000 posti. Prima del provvedimento di indulto (votato dai due terzi del parlamento, quindi da destra e da sinistra, e firmato dal ministro della Giustizia) c’erano 63.000 detenuti per 43.000 posti. Una situazione insostenibile che stava conducendo al collasso il sistema penitenziario italiano. Il rischio è che l’anno prossimo si torni alla stessa situazione, cioè al sovraffollamento.

L’indulto ha sostanzialmente cancellato tre anni di pena ai detenuti italiani. Ricordo bene il 1 agosto 2005, il giorno in cui è stato applicato. Ero al carcere di Pisa, ricordo la gente che usciva a getto continuo. Per lo più tossicodipendenti, i famosi “ergastoli bianchi”, gente che entra in carcere con piccole condanne, esce e rientra, e a botte di piccole condanne in carcere ci passa quasi tutta la vita. Quelli a più alto rischio di recidiva, perché il carcere non disintossica dalla droga, esci e commetti di nuovo reati per procurartela. E rientri.

Lo temevo, che molti di loro non sarebbero rimasti fuori a lungo. Temevo che il problema del sovraffollamento, in assenza di nuove carceri, di un’applicazione più efficace delle misure alternative alla detenzione, sarebbe tornato presto. Sovraffollamento che non è un problema solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di polizia penitenziaria, per i medici, gli educatori, tutti coloro che in carcere ci lavorano. 63.000 detenuti per 43.000 posti, immaginate di che stiamo parlando ? Le celle doppie devono diventare triple, quadruple. Il personale non riesce a diventare triplo e quadruplo. Si arriva al paradosso che i carceri devono rifiutare nuovi ingressi perché non sanno fisicamente dove mettere la gente, come è successo da più parti in Italia. Senza parlare del fatto che tentare strade di rieducazione attraverso lo studio ed il lavoro diventa difficilissimo. E allora ?

Allora l’indulto era necessario, forse indispensabile. Ma non da solo. Andava accompagnato da altre misure, e tuttavia queste misure sono costose, in un paese in cui ci si lamenta continuamente delle troppe tasse e di soldi ce ne sono pochi per tutti gli ambiti, anche i più importanti come scuola, sanità, ricerca. Ora, costruire nuove carceri costa. Assumere nuovo personale costa. Organizzare esperienze lavorative su grandi numeri costa, fra le altre cose, in termini di sorveglianza, è più facile ed economico sorvegliare tutta questa gente tenendola in cella per venti ore al giorno, e le rimanenti in un cortile chiuso. Le misure alternative alla detenzione vengono usate con parsimonia, perché è possibile andare in semilibertà o affidamento ai servizi sociali solo se si ha un lavoro esterno (e nel caso dell’affidamento, che richiede ai detenuti di essere ad un minimo di tre anni dal fine pena, anche un domicilio abitativo), se si danno quindi delle garanzie sul fatto di non tornare a delinquere, e non sono molti i detenuti con queste caratteristiche, soprattutto i tossicodipendenti.

Eppure sono costi che andranno sostenuti prima o poi, altrimenti l’indulto non avrà in effetti avuto altra ricaduta che di alleggerire la situazione per un paio d’anni. Tanti interrogativi restano aperti, come trovare i soldi, come risolvere il problema dei detenuti tossicodipendenti ad alto rischio di recidiva, come gestire inserimenti lavorativi, lavoro all’esterno quando ci sono le condizioni, e non esistono risposte facili. Ma qualche risposta bisogna trovarla.

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Grillo-Tribuno

Pubblicato da aggelos [OPS] su 12/10/07

Finalmente, dopo lunga attesa e lunga ponderazione legulea («Ho passato due settimane dagli avvocati prima di capirci qualcosa delle liste civiche», dice lo stesso Beppe Grillo), abbiamo finalmente i requisiti per poter presentare una lista grillobollata. Avevo detto in un altro post sul movimento di Grillo che queste condizioni minime si sarebbero tradotte in un problema politico: visto che la sola base è l’apoliticità, il bollino può essere concesso a liste in opposizione fra loro, tanto a quella ambientalista che a quella cementificatrice. Vediamo se le nuove permettono di risolvere questo problema.

Ora, il primo punto, l’estraneità ai partiti, è ingiusto per tanti che hanno fatto politica come passione e come servizio (ci sono anche buoni politici, o saremmo nelle condizioni del Botswana), ma passi; il secondo, la fedina penale immacolata, era noto a tutti, è discutibile, ma passi lui pure. Il punto 4, la residenza nel luogo dove ci si candida, ha senso per le elezioni comunali. Il punto 3 serve a stimolare il ricambio politico, che è cosa positiva, ma lo fa con uno strumento coercitivo che porta ad allontanare dall’attività politica attiva non solo gli incapaci, ma anche quelli che hanno esperienza, e che l’elettorato conosce perché si son dimostrati capaci. Impostata così, crea solo costi legati alla confusione.

Veniamo ora alla parte costruttiva, che forse darà risposta al problema sollevato: gli impegni dei candidati.

Il punto 2 è insignificante: ci si farà pubblicità anche sul web. Serve solo a rimarcare l’identità del gruppo.

Il punto 1 è terribile: spinge la lotta politica verso il Maccartismo, la caccia alle tessere negli armadi. E poi, una volta eletto, un assessore, come lo fai dimettere perché aveva, al momento della candidatura, ancora in tasca una tessera non scaduta? Gli si mandano i carabinieri in aula? Lo si picchia per strada? Gli si brucia la casa? A parte le potenziali ingiustizie, questo porta ad una spirale di `purezza’ che abbiamo già visto con Robespierre e Stalin («io sono più grillino di te») che porta solo a scissioni e dissidi.

Il punto 3 è il più qualificante di tutti. Esso impone alleanze solo con movimenti grillobollati. Questo significa che la lista civica non può allearsi a nessuno schieramento partitico, perché i partiti sono composti di elettori e di tesserati. Dunque, od un movimento grillobollato ha la forza di portare da solo un candidato sindaco in comune (ed allora ecco che si scatenerà la caccia alla sua vecchia tessera), oppure non porterà neanche un rappresentante in consiglio. In compenso esso toglierà dei voti agli schieramenti. Mettiamo che ne tolga un 5%, più a sinistra che a destra, ecco che tanti comuni, anche toscani e romagnoli, dove la distanza fra i due schieramenti è spesso attorno a quella soglia, vedranno finalmente l’alternanza. E le nuove giunte di destra, grate ai grillini, anziché gli ecologici bus a metano toglieranno le zone a traffico limitato, così invise ai bottegai (vedi Bologna con Guazzaloca).

E così questi apprendisti stregoni impareranno, dandosi una piacevole martellata sugli zebedei (in puro stile comunista, bisogna dire), che le regole della politica le si studiano, ed un bignamino e due settimane non bastano per passare l’interrogazione. Che certo si può imparare con l’esperienza, ma che si potrebbero pure aprire dei libri, qualche volta, ed imparare dall’esperienza del passato.

Gli altri, che soffriranno come loro la martellata che si daranno, sentitamente non ringraziano.

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Birmania o Myanmar?

Pubblicato da Francesco Principe su 9/10/07

A guardare la cosa dalle nostre comode poltrone europee tutto ciò sembra uscito da uno sconcertante, allucinante, romanzo di fantapolitica. Una nazione chiamata in due modi diversi, uno spontaneo e uno imposto, con due capitali, una ufficiosa e una ufficiale, quest’ultima edificata dal nulla per sostituire la prima, essendo l’ex-capitale indifendibile dal mare e non avendo questa l’indubbio vanto di sorgere a poca distanza da un villaggio, altrimenti insignificante, che ha dato i natali all’attuale dittatore. Poi processioni di religiosi e civili che immolano la propria esistenza per la democrazia, che sfilano innocenti e non violenti verso il mattatoio, senza alcun apparente desiderio di sottrarsi ad esso. Due fazioni, quella civile pacifica e quella militare violenta, due entità opposte a fronteggiarsi in uno scontro asimmetrico in cui da una parte c’è il diritto e dall’altra la negazione di questo diritto. Peccato che di romanzato, in questa vicenda, ci sia ben poco. Ci troviamo di fronte ad una distopia reale, ovvero una utopia rovesciata, negativa, fatta di ossa e sangue. Possiamo apprendere tanto da questa vicenda. inanzi tutto, cosa quasi incredibile, scopriamo che anche adesso le informazioni possono essere controllare, che la censura rimane incisiva anche nell’era del collegamento globale. Come la giunta militare ha fatto, basta affermare: “si è interrotto un cavo” oscurare Internet e di colpo ben poco arriva alle nostre orecchie e ai nostri occhi, quel poco non sappiamo se sia credibile perché a gestire l’informazione rimangono solo attori di parte oppure comprensibilmente anonimi e quindi per definizione non verificabili. Da quel punto in poi l’uomo comune non sa, dalle nostre comode poltrone possiamo solo perderci in mille sterili elucubrazioni. Questo facciamo. Algide analisi, fiumi di parole, interventi inesauribili, oceani di inchiostro e, in ultimo ma non per ultimo, manifestazioni spontanee di sdegno, giuste, lodevoli, quanto purtroppo poco efficaci. Auspicheremmo che a livello più alto le cose vadano diversamente, campa cavallo, l’ONU non fa che dimostrare la propria imbarazzante inadeguatezza di fronte al complesso scenario geopolitico che ogni giorno è chiamata ad affrontare. Basta il veto della Cina e nulla si può fare, né si farà. Pechino ha interessi da difendere, importa materie prime, inoltre come potrebbe giustificare un precedente del genere, ovvero aver consentito azioni contro un governo che viola i diritti umani e reprime nel sangue il dissenso, quando ad ogni piè sospinto viene accusato giustamente delle stesse cose? Allora la comunità internazionale rimane alla finestra, praticamente inerte, inventa altre sanzioni commerciali e il congelamento di qualche spicciolo, ben sapendo che il grosso non potrà essere bloccato perché si muove da e per nazioni che mai supporteranno alcun tipo di embargo. Paradossalmente l’unica possibilità di confidare in una qualche azione incisiva è affidata proprio a chi questa azione non può volerla, la Cina da un lato e l’attuale giunta militare al potere nella città di Naypyidaw, ovvero la città sorta dal nulla. Questo mondo non fa che stupirci, speriamo che lo faccia ancora una volta.

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