Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per Novembre 2007

Come è triste il corteo delle donne contro la violenza

Pubblicato da angela padrone su 24/11/07

Oggi a Roma c’è stata una grande manifestazione di donne contro la violenza, lo stupro. Hanno anche contestato le ministre e altre politiche di destra. Complimenti! Grande prova di forza delle donne, quasi un ritorno alla grande del movimento femminista, dirà qualcuno. E che brave a non farsi prendere in giro da queste “politiche” della casta, no?!.

No,  io non sono d’accordo. Questa manifestazione secondo me è veramente triste. E spiegherò rapidamente perché.

Perché credo che sarebbe ora che noi donne ci dessimo degli obiettivi un po’ più ambiziosi. Non è possibile che stiamo ancora lì a dire no allo stupro! Questo è scontato, dovrebbe essere scontato. Se poi ci sono le violenze difendiamoci, chiamiamo la polizia, i carabinieri, denunciamo. Ma se questo non basta non è possibile esserne anche orgogliose. Non è possibile darsi degli obiettivi così minimalisti!  Invece pare che il problema vero delle donne, dopo 40 anni, sia ancora “scendere in piazza” per parlare di temi legati alla fisicità.

Cadiamo ancora nella trappola degli uomini, (non tutti) che sempre della nostra fisicità parlano, non di altro. Ma quando in una riunione una donna interviene, allora  a malapena la stanno a sentire. Penso che se le donne continuano così non combineranno mai niente. E’ ovvio che poi una donna al potere viene  considerata una bestia strana. Cominciamo a porci degli obiettivi più “alti”, cominciamo a contestare una organizzazione della società secondo logiche maschili, scendiamo in piazza, che so, contro le guerre (magari quelle definite portatrici di pace) . Scendiamo in piazza per poter “parlare”, facciamo ascoltare di più su argomenti disparati. Non parliamo sempre del nostro corpo! Mi sembra una giornata veramente triste.

vedi anche angela padrone su cambiamondo

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Il senso del ridicolo, il senso del diritto

Pubblicato da aggelos [OPS] su 21/11/07

Il senso del ridicolo manca completamente agli ultimi eredi della dinastia cui Cavour, Mazzini e Garibaldi consegnarono l’Italia. Quando, in un momento perlomeno difficile per la storia nazionale, l’allora re-re-imperatore Vittorio Emanuele III infilò in sordina la strada per Brindisi, aggiungendo l’abbandono del suo esercito alle responsabilità per non aver fermato Mussolini perlomeno dopo che questi si era riconosciuto pubblicamente responsabile dell’omicidio di Matteotti, alcuni pensarono che l’unico modo per salvare alla dinastia Savoia almeno il Regno d’Italia fosse quello di un salto generazionale, di una doppia abdicazione e di consegnare il trono al neonato Vittorio Emanuele, figlio di Umberto II. Col senno di poi bisogna dire che per fortuna questi non seguì il consiglio, viste le discutibili vicende del prodotto dei suoi lombi.

Così, quello che per errore alcuni chiamano Vittorio Emanuele IV (ma lui, a differenza del padre, re non lo è stato mai), chiede il risarcimento dei danni morali e materiali per le conseguenze della decisione democratica d’istituire la Repubblica. Ora, passato il primo momento d’incredulità e sgomento di fronte a tanta faccia tosta, da parte di un uomo che comunque è benestante, sia per i noti commerci in armi, sia per i più recenti commerci in titoli onorifici, la questione è più spinosa del previsto.

Diciamo subito che la XIII disposizione finale e transitoria della nostra Costituzione fu duramente discussa già nel momento in cui fu approvata dalla Costituente: essa infatti ha un contenuto particolare contro alcune persone specifiche, e non generale e verso tutti come dev’essere una legge; essa è in contrasto con l’art.16 della Costituzione (libertà di soggiorno in Italia per tutti i cittadini), con l’art. 42 (esproprio contro indennizzo e per utilità generale, e mai confisca per ragioni politiche), ed infine era equiparabile ad una condanna penale data senza processo ed estesa a persone potenzialmente innocenti (gli eredi alla 15a generazione, ad es.). Nella stesura della Costituzione il testo fu reso più preciso, e però approvato per legittime ragioni di stabilità politica, che la presenza di ex-re e pretendenti al trono avrebbero potuto indebolire.

I problemi vengono dopo, dall’approvazione della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950. Questa, nel IV Protocollo Addizionale (firmato a Strasburgo il 16 settembre 1963) nell’art. 3 fa esplicito divieto di mandare in esilio (comma 1) e di tenere in esilio (comma 2) un cittadino di uno stato firmatario.

Ora, l’Italia rese esecutivo quel protocollo con il D.P.R. 14 aprile 1982, facendo però espressa riserva all’art. 3, dichiarandolo non preclusivo della perdurante applicabilità della XIII disposizione finale della Costituzione (ed è ovvio che sia così, perché altrimenti il dettato di una convenzione internazionale darebbe ad un organismo diverso da quelli previsti in Costituzione il potere di sconvolgere tutta la legislazione cambiando il dettato di una norma costituzionale, che gli è superiore nella gerarchia delle fonti). Dunque, non è appellandosi a quelle leggi che il ramo imbarazzante della dinastia Savoia può pretendere altro che il meritatissimo disprezzo.

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Qualcuno lo ha fatto davvero

Pubblicato da satiro su 18/11/07

Tempo fa asserivo che non appena fossi diventato padrone del mondo avrei imposto a tutte le donne grasse una sveglia che, invece del solito trillo, svegliava con un terribile “SEI GRASSA!!”…  Poi ho scoperto quanto le ragazze in carne possano essere stupende…

Ma la mia idea intanto ha contagiato il mondo e così ecco cosa accade in nuova zelanda

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Resistenza all’Evoluzione

Pubblicato da Francesco Principe su 14/11/07

In questi giorni si è fatto un gran parlare del parroco che svolge il proprio ufficio a Paderno di Ponzano Veneto, ovvero don Aldo Danieli. La vicenda è interessante. Il maturo uomo di culto, illuminato da una coscienza innovatrice e da uno spirito autenticamente rivoluzionario oltre che, presumiamo, da una genuina fede cristiana, ha deciso, apriti cielo, di destinare un ampio locale inutilizzato della propria parrocchia ai fedeli islamici per le loro necessità religiose. Difficile immaginare diversamente, la sua comunità e l’opinione pubblica nazionale si sono spaccate disponendosi su due opposti fronti. Da un lato chi pensa che ciò sia giusto o almeno che non rappresenti qualcosa contro cui indirizzare la propria indignazione, dall’altro chi ha visto in questo un cedimento, una crepa in quel muro che dovrebbe tenere le due entità “noi” e “loro” ben distinte. Il parroco, dal canto suo, dichiara di essersi informato sulla serietà delle persone, di aver sentito il parere della Digos, di aver tenuto un consiglio pastorale e infine di aver deciso la nuova destinazione d’uso. La cosa è andata avanti senza particolari intoppi per circa due anni, poi, quasi per caso, balza sulla prime pagine dei giornali. Subito entra in scena la macchina da guerra leghista che attraverso Luca Zaia, vicepresidente del Veneto, invita monsignor Andrea Bruno Mazzocato, vescovo di Treviso, a «chiarire la posizione del parroco». Il monsignore, nel giro di qualche giorno, risponde alla chiamata in trincea affermando che quegli spazi non sarebbero più stati luogo di preghiera per i mussulmani. Forse questa vicenda doveva finire così, certo se fosse andata diversamente sarebbe stata una bell’esempio d’integrazione e reciproco rispetto. Sentire le parole del parroco sull’amicizia interreligiosa dava una bella sensazione a cui, in questi tempi bui, purtroppo non siamo abituati. Ancora una volta hanno vinto i muri. Alcune istituzioni e alcuni partiti non riescono a tenere il passo con l’evoluzione della società, sono divenuti un freno al cambiamento. Qualcuno dirà che essere conservatori è un diritto e forse una garanzia verso mutamenti non auspicabili. Potrebbe anche essere vero, tuttavia in determinati casi il conservatorismo ingessato e poco spontaneo attraverso il quale si vuol apparire eroici e immacolati crociati dell’unica possibile ideologia risulta semplicemente ridicolo. Forza Italia e Udc, appena letto il lancio d’agenzia in cui veniva anticipato che nella prossima edizione dell’Enciclopedia Treccani sarebbe comparso un riferimento troppo partigiano verso le unioni di fatto, sono immediatamente andati in escandescenze, come se un enciclopedista, prima di redigere alcunché, dovesse consultarli. Ciò sia d’insegnamento alla cultura, che mai nessuno tenti di fotografare la società o creare ponti fra le religioni senza passare attraverso il saggio e alto giudizio della politica.

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“Da grande farò l’impiegato comunale!”

Pubblicato da Il Crea [OPS] su 10/11/07

“Ci sarà un rimborso per chi ha studiato all’estero”. Queste le parole di un intelligente dipendente del comune di Rende (CS) che hanno fatto sperare mia madre in un piccolo risarcimento per i miei studi in Giappone.

Così presa la data della scadenza della domanda, ottobre 2007, e il nome del simpatico impiegato, mia madre mi informa della buona novella.

Così, quando ottobre arriva, mia madre torna al comune di Rende. Il lungimirante impiegato fa finta di niente, nessuno sa di cosa si stia parlando, così da possibile ritorno di denaro, la situazione si trasforma in un dispendioso girovagare per sportelli ipertestuali, quelli che ti trasferiscono in un altro ogni volta che fai una domanda.

Risultato: la mia famiglia si arrende.

Il punto non è tanto questa piccola disavventura, ma l’insopportabile ignoranza di dipendenti comunali assunti con concorsi che vorrei tanto verificare, messi dietro un banchetto da liceo a ripondere a domande di cui non hanno le risposte.

Così la memoria mi ritorna ai tempi universitari (UniCal 1998-2003), quando la segreteria di Lettere e Filosofia coi sui 25.000 studenti schierava il povero segretario con riporto tutto solo, mentre nell’inutilissimo ufficio Socrates c’erano tanti impiegati, tutti impiegati nel fare la siesta.

Così anche uffici postali, motorizzazione civile etc.

Non sarebbe bello dare un colpetto di spugna e far saltare qualche nullafacente, così magari le cose migliorano un po’?

Aspetto una riposta seria, quindi prego senatori, ministri e deputati di tacere. Grazie

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Rumeni, Rom e Stranieri

Pubblicato da Francesco Principe su 7/11/07

L’agghiacciante morte di Giovanna Reggiani ha fatto traboccare un vaso già colmo, sono stati infranti i limiti di sopportazione per coloro i quali sperimentano il disagio di convivere con una folla di “differenti” senza possedere strumenti sociali e culturali necessari ad affrontare adeguatamente la prova. Il clima è divenuto insostenibile, ovviamente alcune responsabilità vanno ascritte all’informazione. Passano per vere equazioni secondo le quali ogni straniero sarebbe una potenziale minaccia, ogni rumeno un rom e ogni rom un criminale sul punto di compiere raccapriccianti efferatezze. Tutte asserzioni di una falsità esemplare, presupposizioni prive di qualsiasi fondamento, generate da un’ignoranza mostruosa, da una faciloneria ingiustificabile, nonché nate all’insegna della montante xenofobia. Ormai fa notizia solo lo straniero che infrange la legge, a parità di reato un Italiano fa meno audience, quindi, potendo scegliere perché i reati non mancano mai e prediligendo i primi, molte testate finiscono per fornire un’immagine falsata della realtà. Così gli italiani che delinquono divengono pochi, la maggioranza silente dei tanti non italiani che vivono nei nostri confini e mai commettono un crimine non viene rappresentata, diventa facile pensare che le nostre città siano state violate da un’orda selvaggia. E’ vero, in Italia il problema della delinquenza straniera esiste, è serio e tangibile, non ammetterlo sarebbe ipocrita, tuttavia, una seria informazione farebbe forse notare l’inevitabilità che la crescente immigrazione faccia fisiologicamente crescere la quantità di eventi delinquenziali operati da stranieri e forse, per senso di responsabilità, riporterebbe anche qualche dato. Qual’è il peso percentuale degli stranieri regolari che infrangono le leggi e degli italiani che si macchiano di crimini? Esiste una mole sterminata di rapporti ufficiali in proposito, facilmente consultabile, le sorprese non mancano per i tanti che si fanno prestare idee dall’agitatore di turno. Il decreto sulle espulsioni e il giro di vite sugli accampamenti abusivi erano provvedimenti forse necessari, certamente non in questa forma e sicuramente non in questi tempi. La prima, più che di prevenzione, ha il sapore di repressione, i secondi, invece, danno marcatamente l’idea di una ritorsione cieca e rabbiosa. Il premier romeno, pur ribadendo l’intenzione di collaborare con il governo italiano, parlando del decreto, ha definito queste misure «improvvisate, che generano paura e risvegliano l’odio». Come dargli torto? Si armano le mani degli squilibrati, dei tanti giustizieri della domenica. Quante ronde punitive alla Tor Bella Monaca, alla Ponte Mammolo siamo disposti a giustificare? Mons. Patrizio Benvenuti, nel corso dell’ultimo saluto a Giovanna Reggiani, ha detto: «Noi vogliamo giustizia, severa, austera, ma non intolleranza». Speriamo che il circo della politica e gli operatori dell’informazione una volta tanto sappiano farsi influenzare più dalla saggezza che dai tanti cori forcaioli.

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Stampa Russa

Pubblicato da Francesco Principe su 2/11/07

Sono passati venti anni dall’inizio della glasnost, da quando Gorbaciov decise di allentare progressivamente la morsa della censura per consentire un’informazione pubblica condivisa e reale, non controllata, quindi, dalla propaganda. Fu un grande cambiamento. Il popolo cominciò ad essere cosciente dei propri mali, il potere dovette confrontarsi, pian piano, con i tanti orrori non più nascosti. Non tutte le evoluzioni sono lineari, alle volte hanno battute di arresto. Altre volte, addirittura, cedono il passo a un’inversione di tendenza, a una vera e propria involuzione. Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja viene uccisa. La comunità internazionale ha chiesto che fosse fatta luce sull’evento. Sebbene, di facciata, l’inchiesta pare compia passi avanti, in realtà nulla è emerso. Anna lavorava per la Novaja Gazeta, altri giornalisti della testata avevano già perso la vita prima di lei, Igor Domnikov e Yurij Shchekochikhin. Indagava sulla guerra in Cecenia. Il giornale, coraggiosamente, decise di pubblicare comunque l’inchiesta pochi giorni dopo la sua morte, o meglio diede alle stampe quel poco che fu possibile recuperare. Azione dovuta ma estremamente rischiosa. Dal 31 dicembre 1999, ovvero da quando Vladimir Putin assunse la presidenza succedendo a El’cin, almeno tredici giornalisti hanno perso la vita in Russia per le inchieste che conducevano. Quasi due mesi dopo la morte di Anna, veniva ucciso un controverso personaggio, Aleksandr Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi che da tempo lanciava pubblicamente pesanti accuse contro il presidente Putin in merito alla questione cecena. Poco prima di morire, Litvinenko indicherà proprio il presidente russo quale mandante dell’omicidio Politkovskaja. Questa scia di sangue è così netta e ben tracciata da far storcere il naso, alcuni hanno addirittura ipotizzato tesi complottistiche volte a screditare lo stesso Putin. La verità è una sola, parlare della Cecenia non allunga la vita, questo è un fatto. Antonio Russo, un nostro connazionale free lance per Radio Radicale, è stato trovato morto sette anni fa, con evidenti segni di torture sul corpo, dopo aver raccolto materiale compromettente che pare documentasse le torture inferte ai civili. Freedom House e l’Organizzazione Reporter Senza Frontiere hanno indicato nella Russia uno dei luoghi più pericolosi in cui esercitare la professione giornalistica. Non sempre, per fortuna, questa repressione viene portata avanti attraverso mezzi così cruenti ma è sistematica. Dopo il varo di leggi restrittive e nuovi organismi di controllo per l’informazione qualche mese fa l’agenzia delle proprietà statali ha addirittura sfrattato l’Unione russa dei giornalisti (Ruj), un sindacato che tutela centomila giornalisti russi, senza addurre alcuna motivazione per il provvedimento. Ciò è accaduto pochi giorni prima dell’assemblea indetta dall’Unione, all’ordine del giorno era prevista una discussione sulla mancanza di sicurezza per i giornalisti e sull’impunità per i loro persecutori.

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