La protesta degli autotrasportatori che ha paralizzato l’Italia per qualche giorno si è conclusa con un rimborso statale di trenta milioni di euro. C’è chi dirà che sono pochi, chi dirà che sono tanti o comunque troppi. Ma, al di là di questo, l’intera storia merita qualche riflessione.Il principale motivo di protesta, a quanto sono riuscita a capire, era l’aumento del prezzo del gasolio, ed il fatto che a fronte di quest’aumento le varie aziende che commissionano le consegne rifiutassero di pagare tariffe più elevate per il trasporto.
A prima vista lo si direbbe un problema di contrattazione di mercato fra i privati. «Io pago di più la benzina, quindi tu, ditta di cioccolatini, o di mangimi, mi paghi di più la corsa». Ma vista la concorrenza in giro, la ditta risponde: «bene, non mi fai tu la corsa, troverò chi me la fa a prezzi più bassi». Non è colpa sua se ci sono così tanti camion sul mercato.
Di conseguenza, a fronte di questo problema, per rendere redditizia l’attività, i dipendenti dei proprietari di tir (od i proprietari stessi, quando lavorano in proprio), sarebbero costretti a turni ancora più sfiancanti di quelli già in atto.Turni che prevederebbero un tot di riposo ogni tot ore di guida, per mantenere più alta la concentrazione, e che non sono praticamente mai rispettati. Ho sentito diversi autisti lamentarsi di guidare anche per più di trenta ore consecutive, senza dormire.
Allora che si fa ? Si esce dalla logica del mercato, che è bella solo quando fa comodo, e si chiede aiuto allo stato. Siccome lo stato nicchia, si mettono i tir in mezzo alle autostrade e si pretende di farsi ascoltare.
Ora, mi sorge spontanea qualche domanda.
Se l’autista di un tir viene addosso a qualcuno sull’autostrada perché per troppa stanchezza accumulata ha avuto un malore, e lo rende invalido a vita, poi che spiega alla vittima ? Dice «guarda che a me il gasolio costava troppo e per guadagnarmi uno stipendio dovevo guidare per trenta ore di fila, prenditela con il governo che non mi ha abbassato le tasse e non mi ha concesso gli incentivi e… e… e…»?
E poniamo che la vittima per raggiungere il posto di lavoro dovesse muoversi in automobile, magari per un paio d’ore al giorno, e la benzina non ce l’aveva gratis, e quando ha provato a protestare col suo datore di lavoro che con i soldi della benzina quasi ci spendeva tutto lo stipendio da co.co.co, gli è stato risposto di accomodarsi a trovare un altro lavoro che per fare il suo c’era la fila fuori della porta (con la benedizione dello stato, perché che cosa c’entrava lo stato con i suoi problemi); che deve rispondere la vittima all’autista in questione?
Capisco che gli autotrasportatori abbiano investito tutto nell’acquisto di un tir, che hanno famiglia, e se il lavoro non gli rende più è un problema. Ma c’è gente che ha investito in anni e anni di formazione, lauree, master e dottorati, e si vede costretta a ripartire da zero con lavori che non hanno nulla a che fare con il loro percorso, o a partire per l’estero. E magari ha figli a carico pure quella. Ma il tir per bloccare la nazione non ce l’ha.
Se oggi parcheggio in mezzo alla strada e la blocco, mi becco multa, rimozione e forse anche punti sulla patente. E sospetto che, se al momento di andare a ritirare l’auto dico che stavo protestando per i diritti degli assegnisti di ricerca, mi ridono in faccia. Secondo voi a quanti degli autisti di tir è accaduto lo stesso ?
E’ accaduto, invece, che lo stato ha pagato ad una categoria che ha paralizzato un paese, impedito alla gente di andare al lavoro, di acquistare benzina e merce varia, trenta milioni di euro. Non sono tanti, paragonati ad una finanziaria. Ma sono comunque il segno che da queste parti qualcosa non va.




