La prostituzione del 2000
Pubblicato da aggelos [OPS] su 13/02/08
C’era una volta il bordello. Le cronache ottocentesche e primo novecentesche ne parlano come di luoghi vivaci, talora eleganti, e cercano anche di conferire loro una patente di culturalità. Non c’è da fidarsi, le cronache erano scritte da uomini, e nel bordello, rinchiuse, c’erano donne. Che spesso vi arrivavano bambine, per sfuggire alla fame, abbandonate dalle famiglie che non potevano permettersi di dar loro la dote necessaria per metterle in salvo in convento. Cresciute dalla tenutaria, la indennizzavano dei costi col loro corpo, con la loro libertà. Per liberarle da questo sfruttamento, in Italia, il Paese in cui per cancellare una realtà se ne bandisce il nome, furono banditi i bordelli.
Inutile dire che il sesso mercenario continuò ad essere schiavitù, e la condizione delle giovani e giovanissime donne ai margini delle strade non migliorò né dal punto di vista dell’autodeterminazione (uno sfruttatore delinquente è anche peggio di una tenutaria), né da quello della salute (dal raffreddore per freddo alla morte per AIDS). Ma non è facile pensare a controlli medici obbligatorî senza prevedere anche dei luoghi per l’esercizio della prostituzione, degli appartamenti, dei quartieri, con i prevedibili comitati di condòmini anti-sex ed i silenziosi affittuari-sfruttatori (o sfruttatori-delinquenti e basta). Insomma, non è facile garantire alla donna la libertà di prostituirsi, di conservare per sé i proventi, di non ricevere violenze da clienti e/o da sopraffattori, ed infine di smettere la professione quando lo desideri; insomma, di restar libera.
Ora uno studio dell’Associazione Sessuologi (su un campione di 386 giovani prostitute a domicilio) ci svela che la realtà sta cambiando. Se ha i mezzi culturali per farlo, una donna che voglia prostituirsi non è più costretta a ritagliarsi un pezzo di marciapiede, lottando contro altre donne ed i loro magnaccia. Grazie agli annunci, su internet o sui giornali, può decidere se aprire o meno la porta di un appartamento ad un cliente. Non è ancora l’«addio alle prostitute da marciapiede sottoproletarie, old style e incolte» di cui parlano l’Ansa od il Tempo (e difatti queste detengono ancora almeno un 50% del mercato, ed anche più, secondo me, perché non riesco ad immaginare come abbiano potuto valutare il mercato e le sue fette). Non voglio illudermi, come invece fanno i giornalisti, che siano tutte libere le donne che esercitano in casa. Né mi conforta che si dica che alle spalle della professione, talora ma non sempre, c’è un bisogno materiale che non riesce ad essere soddisfatto per altre vie, con un aiuto della collettività di cui queste donne (e non solo imprenditori e pensionati) fanno parte. Ma non è una cattiva notizia, anche per le donne. I mezzi culturali le rendono libere, anche di prostituirsi. Il giorno in cui le renderanno libere di farlo solo se vorranno farlo, quello sì, sarà un gran giorno. Ma per intanto…



