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La Waterloo della cultura. E dell’ipocrisia

Pubblicato da aggelos [OPS] su 5/04/08

Abbiamo tutti visto il mega-maxi-manager Tim tenere il suo discorsetto insensato, in cui invitava i suoi dipendenti, che respirano «quelle facce da senso critico», ad imitare la grande impresa di Napoleone a Waterloo. Ha preso un abbaglio grosso come una casa? Una cantonata? No. Nel parlare comune, comune a chiunque parli l’italiano, se uno dice «è stata una Waterloo», l’altro capisce che è stata una sconfitta decisiva. Irreparabile. Quindi, se questo tizio ha commesso un errore del genere, è perché non solo non sa com’è andata a finire a Waterloo, ma non parla la lingua comune agli italiani. Non solo è lecito sospettare ch’egli non sappia chessò, com’è morto Giulio Cesare, com’è finita la battaglia di Azio, o quella d’Inghilterra, od il D-day, o se è la terra a girare attorno al sole. No. Se questo tizio ha commesso un errore del genere, è perché non solo non sa com’è andata a finire a Waterloo, ma ha avuto anche l’arroganza di fottersene di chiedere lumi a Wikipedia.

Cercate: «grande battaglia Napoleone» su Google. Come primo risultato avrete Waterloo. Si spiega tutto! direte voi. Si spiega un’acca, vi rispondo io, perché basta leggere le due righe sotto e si legge che «in seguito a questa battaglia Napoleone fu esiliato a Sant’Elena», la quale, notoriamente, non è per il senso comune sinonimo di trionfo. Se uno vi dice che «è una sant’Elena», voi capite che l’han cacciato via, senza possibilità di ritorno (non l’han «limogé», pensionato, che tutto sommato è meno peggio). Dunque, se questo tizio non sa come è andata a finire, a Waterloo, non ha nemmeno avuto la modestia di andare a cercare su Google (non dirò su Wikipedia) per colmare le sue lacune. No.

Allora, cosa bisogna pensare? Partiamo dai dati di fatto.

Una persona ignorante, profondamente ignorante, al di là del bene e del male. Al punto di ignorare quel che è comune al senso comune. Quel che fa la lingua degl’italiani. E una persona presuntuosa. Che non si perita di coltivare il dubbio. Un motivatore. Una persona che è pagata per scacciare il dubbio. Una persona che è pagata tantissimo. 858.000 euri all’anno. 66.000 euri al mese, per 13 mensilità. Ogni mese, 3 volte quello che io guadagno ogni anno. Di sicuro non se li scrive lui, i discorsi. Dunque, glieli scrive qualcun altro, i discorsi. Quello di prima era laureato in greco, scriveva sempre discorsi su Alessandro Magno. Ma ha trovato lavoro come commesso di libreria alla Feltrinelli. Chi glieli scrive, ora? Mettetevi nei panni di chi, dopo una laurea ed un dottorato, deve scrivere i discorsi ad un rampantino ignorante e presuntuoso. E gliene scrive, e gliene scrive, pagato magari in nero, una miseria a discorso. Immaginate che vinca una borsa di studio in Cambogia, tre scodelle di riso al giorno. Non vi verrebbe l’idea di vendicarvi, di sbugiardare non solo l’uomo, il patetico piccolo uomo, ma l’intero sistema, che dà l’inverosimile a chi non sa niente, ed un emerito c***o a chi sa qualcosa?! Ecco allora che scrivete il vostro ultimo discorso per il boss. E scrivete una minchiata apocalitica. Roba da far dimettere un ministro. Non solo, dacché siete persona saggia, aggiungete quel riferimento, alle pianure belghe, perché l’ufficio stampa del minch***e non possa salvarsi in corner, e dire ch’era un lapsus calami, ed intendeva Austerliz, il min***one.

Insomma, per concludere, è un evidente complotto dei comunisti. Perché solo un comunista poteva sapere com’è andata a finire ad Austerliz, ed a Waterloo, e solo un comunista poteva congegnare le cose tanto bene che non vi fosse salvezza, al riconoscimento della profonda, irredimibile ignoranza. Ed un complotto comunista perché quando si parla di «formazione», e che è la «formazione» la chiave del successo, ed è la «formazione» la chiave del futuro, si deve star parlando della formazione del Torino del ‘48. E che quelli che sanno distinguere questa data, il 1948, dal più celebre ‘48 (il proverbiale «è successo un ‘48» si riferisce al 1848), quelli che hanno studiato, è meglio che vadano altrove, perché qui prendono fra gli 800 ed i 1200 euro al mese, precari, che sommati tutti, in un decennio, non fanno quello che un ignorante patentato guadagna in un anno.

Ecco, se io fossi stato il ghost writer di un ignorantone del genere, ed avessi trovato un altro lavoro, precarissimo come il primo, ecco, io si, mi sarei vendicato come lui. Da questo punto di vista, quello cui abbiamo assistito è stata la Waterloo personale di un minch***e, quella collettiva di un sistema formativo che permette che certa gente circoli per le strade senza bloccarla all’esame di seconda media, e quella collettiva dell’ipocrisia. Perché ha mostrato che, a non studiare, si ha una chance di guadagnare 70 volte 7 quello che si guadagna mediamente, studiando. Ed allora, basta, voi vecchi, a riempirvi la bocca con quel che dovremmo fare, e sapere, se poi pagate così tanto chi non solo non è capace di segnare un gol-capolavoro, o fare una corsa in bici, ma manco fare una ricerca su google.

Una Risposta a “La Waterloo della cultura. E dell’ipocrisia”

  1. satiro detto

    Bravissimo angelo! Spediscilo a Repubblica stò capolavoro che è veramente geniale e merita di essere letto e commentato!

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