La politica un tempo era passione, passione per chi la faceva nella sala dei bottoni, per i peones che l’interpretavano in parlamento, e per i cittadini delle sezioni, dei circoli, delle parrocchie e degli oratorî, o di altre strutture associative. C’è gente che ha dato anni ed ulcere ed infarti alla Causa, e per due generazioni questo ha rappresentato il bello della democrazia.
Si dice che ancor oggi ci sia un po’ di spirito da ultràs nel giudizio politico, e nel voto. In realtà sempre meno. C’è gente che è entrata in un tunnel di anestetico quando Rossi e Turigliatto non votarono il rifinanziamento della missione anti-talebani, e non si son svegliati più. Insensibili alla prospettiva di veder tornare il mitologico deregulator-protezionista (deregulator dei reati di cui è accusato, protezionista delle imprese sue); oppure il ministro degli evasori (ops, dei condoni) e dei bilanci inventivi (ma mai più falsi); il costituzionalista padre di porcelli; il ministro degl’interni Picchiaduro; la coppia dei lager; il ministro della Giustizia che non sa di diritto costituzionale… queste persone si consolano con l’idea che perlomeno il ministro dell’istruzione che fa tirar la cinghia ai ricercatori per pagare a peso d’oro chi non ha manco la laurea, lei, sarà impegnata a far danni altrove. Così, hanno preso con humor l’annuncio che il primo Consiglio dei Ministri non sarà all’insegna del populismo peronista, ma anzi farà cose impopolari («purché siano impopolari ma giuste, e non impopolari e sbagliate, tipo una pulisci-fedina-a-Previti, e purché il giorno dopo non ricominci a far cose popolari che aumentano solo il debito pubblico, tipo ponti-per-le-mafie…»). Non han sofferto davanti alla promessa di un cambiamento della Costituzione a colpi di maggioranza («Riforma con il Pd dopo il voto? Sarà difficile. [...] Metto la firma sul fatto che saranno i comunisti di sempre e che in Parlamento si batteranno contro le nostre riforme»). Han deciso di non soffrire, e fatto scorta di anestetico e Maalox.
Cade dunque in uno stagno zen l’annuncio del senatore Dell’Utri, di cui tutti ricordano le condanne, secondo cui «I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione». La prosecuzione della frase continua a lasciare perplessi sul liberalismo tanto decantato del noto uomo politico siculo. «La Sinistra ha ancora in mano le università e le case editrici. È anche un luogo comune che la cultura sia a sinistra, ma non tanto poi comune se si considera come stanno le cose. Sono dappertutto e impediscono che ci possano essere delle novità che non arrivino dalla loro parte».
Ora, posso capire che quelli che non riescono a fare strada nell’università possano prendersela contro il governo, che paga la ricerca quanto i paesi sottosviluppati; contro i ricercatori ope legis e non ope scientiae, che intasano posti che altri meriterebbero al posto loro; contro i baroni. Posso capire, e dar loro ragione. Ma le case editrici? Non sono libere, benché su un mercato sovvenzionato? Ed allora, se le case editrici di destra non riescono a far arrivare al pubblico delle novità di destra, è colpa della sinistra, del pubblico, o della qualità di queste pretese `novità’? Ce la fanno a reggersi sulle gambe da sole, queste `novità’, o devono essere sostenute artificialmente, da governo o da manganello? Ma se una verità è revisionata dal governo, e non dal libero giudizio dei cittadini (che i libri che queste verità contengono si rifiutano di comprare), come si fa a distinguere fra queste nuove verità, e quelle ch’erano diffuse nel Ventennio fascista, o nel Dodicennio nazista, o nel Settantennio comunista? Od in Cina, od a Cuba, od in Iran?
Insomma, la solita confusione fra ruolo dello stato e ruolo dei liberi cittadini che ci promette un quinquennio d’interventi pesanti del governo sulle libertà individuali e collettive. Che bello, oh che bello. Torno a farmi di valium, e mi risveglio fra vent’anni…




