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Il pensiero debole è forte con i deboli

Pubblicato da aggelos [OPS] su 12/04/08

C’era un tempo la filosofia moderna. Con una serie impressionante di pensatori (Galileo, Descartes, Spinoza, Newton, Leibniz, Locke, Hume, Kant), essa pretendeva d’insegnare le cose di questo mondo e dell’altro (fisica e metafisica), dell’animo (psicologia ed etica) e del pensare stesso (logica e matematica). In alcuni casi tutto quel lavorìo portò a risultati che si son conservati ancor oggi; in altri il risultato dello sforzo di grandissimi pensatori è il riconoscimento che nulla, in taluni domini, può essere conosciuto con certezza. Il «pensiero debole» mira proprio a riconoscere che non è possibile, per il pensiero, affermare una qualsiasi verità stabile o definitiva. Ben lungi dal cercare questa pericolosa chimera (pericolosa perché imporre una finta verità assoluta a chi la ritiene non-verità è una forma di violenza), il pensiero debole vuole riconoscere la mutevolezza della verità, la sua relatività. La differenza fra i valori.

Non sorprende allora che il massimo «pensatore debole» italiano, Gianni Vattimo, abbia deciso di firmare una lettera di sostegno alla repressione che la dittatura imperialista cinese sta attuando sul popolo tibetano. Le ragioni addotte dagli estensori del curioso documento sono un po’ pre-humeane, pre-bayliane, e per dirla tutta, un po’ ingenue. Accusano i media occidentali di operare una censura pro-tibetana e razzisticamente anti-cinese, ma a testimonianza di questa tesi non portano uno straccio di documento (e c’è da credere che, se ci fossero, ’sti documenti, i cinesi li avrebbero diffusi urbi et orbi). Accusano l’occidente di mirare alla spartizione neo-coloniale della Cina, riconoscendo però così che la stessa Cina si estende su territori (mongolia, manciuria, tibet) che erano tuttavia esterni all’impero cinese (e difatti due dinastie imperiali, provenienti da questi territori, furono sentite come invasori da parte dei cinesi). Insomma, il colonialismo occidentale è brutto, l’imperialismo cinese invece va difeso a spada tratta.

Insomma, contro le democrazie occidentali, il loro libero dissenso e la loro più o meno libera parola e stampa, ci si schiera a favore della dittatura, del controllo militare dei territori, del controllo dell’espressione del pensiero. Contro la democrazia, a favore della repressione.

Questa conclusione, della quale gli arcobaleni ed i black-block non arriveranno mai a capire il paradosso, è però esiziale per un filosofo. Se io devo rispettare tutte le posizioni, allora come potrò appoggiare Giordano Bruno, e Galileo, e Voltaire e Rousseau nella loro lotta per la libertà? Come farò ad essere relativista, e però a non portare legna al rogo del primo, e non perseguitare gli altri? Perché la lotta che in Iran ed in Cina alcuni coraggiosi combattono contro la repressione è del tutto simile a quella che in Europa, con fatica e tanto sangue, portò alla libertà. Se sono per la dittatura cinese oggi, allora coerentemente devo essere a favore di chi, nel ‘600, insanguinò l’Europa con le divisioni religiose. Di chi nel ‘900 ideò gulag e lager (avevano un proprio sistema di valori anche loro, sapete?!).

Ecco, questo piccolo episodio dimostra come anche in filosofia esista il progresso. Le tesi del pensiero debole o portano a non poter condannare qualunque forma di violenza, oppure sono incoerenti. Insomma, il pensiero debole, autocontraddittorio, è falso nelle sue declinazioni democratiche. E se devo scegliere fra un pensiero che non è capace di difendere la libertà e giustifica la violenza, ed uno che si pone l’obbiettivo della verità e della libertà individuale estesa a tutta l’umanità, allora io preferisco chi ha il coraggio di avanzare un pensiero forte, una verità possibile, ed un’etica della responsabilità nel cercarla e nell’affermarla.

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