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Tremonti ed il vecchismo spacciato per nuovo

Pubblicato da aggelos [OPS] su 20/04/08

Fa impressione sentir parlare il probabile neo-ministro dell’economia sui problemi economici del prossimo futuro, e sentirlo dare del «vecchio» e del «fumoso» al Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, colpevole di vedere i problemi del «nuovo mondo» con occhiali vecchi, e dare insomma le risposte sbagliate.

Quali sono questi problemi? La concorrenza che subiscono imprese vecchie, che hanno disprezzato la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti quand’era tempo di vacche grasse, e che pagano oggi lo scotto di tanta miopia, ed escono dal mercato. Una situazione normale, anche giusta, visto che gli imprenditori italiani erano quelli che, nella media dei paesi industrializzati, erano più concentrati sull’oggi e sullo stile, e meno interessati al nuovo, alla ricerca.

Qual è la soluzione secondo Tremonti? La nazionalizzazione. Cioè, i soldi delle mie tasse, di me, che ho un’impresa che funziona, usati per finanziare un concorrente stracotto, ma amico di quelli di cui bisogna essere amici (che, in cambio, faranno votare in massa i loro lavoratori per il deputato della corrente del ministro). Una soluzione vecchissima, vecchia di secoli, attuata in Italia ancora fino all’altro giorno, dalla sinistra storica, poi da fascisti e democristiani (le tariffe doganali, l’IRI, non vi ricordano nulla?). Una strada che ha dato pochi risultati, e che ci ha lasciato in eredità un carrozzone pieno di debiti, una forte corruzione politica (ché erano loro poi a decidere il destino dei soldi) ed anche sociale (dacché l’amicizia di un maneggia-soldi valeva più di una buona business idea).

Contro questa soluzione vecchissima, da meno di un paio di decenni si sta provando a vedere se sia possibile puntare sul mercato, perché il mercato bancario capisce mediamente meglio di un ministro maneggione se un’azienda ha un futuro industriale, od è soltanto un bacino di voti. Perché è meglio che sia finanziata un’idea che regge la concorrenza, piuttosto che un’idea che porta ‘na borza de soldi ad un singolo. Perché è meglio ridurre le tasse, piuttosto che aumentarle per fare un favore ai soliti noti. Perché tenere in vita aziende stracotte coi soldi di tutti è solo un travaso di soldi e non vera ricchezza, e per giunta ostacola lo sviluppo di aziende nuove, loro capaci davvero di generare ricchezza. Perché ingolfare un’azienda di dipendenti a solo uso elettorale (tanto i soldi per pagarli ce li mette il ministro, e con più dipendenti aumenta il suo bacino di voti) non aumenta la produttività di un sistema, ma solo il poltronismo, a tutti i livelli. Per questi «perché», e per cento altre ragioni.

È vero, le idee che sto esponendo sono vecchie di quasi tre secoli. Quelle che critico, del futuro ministro, sono però ancora più vecchie. Vederle presentare per il nuovo che avanza solo perché una società democristiana non concorrenziale ha generato una società forzitaliota anti-concorrenziale, è la triste misura del passato e del fututo di una nazione.

2 Risposte a “Tremonti ed il vecchismo spacciato per nuovo”

  1. ciok detto

    Ti ricordo solo, Aggelos, che nel contesto ‘reazioni alla crisi del ‘29 e sue conseguenze’ l’IRI è spesso indicata come un’idea brillante… certo si è trascinata magari troppo a lungo, ma nasce con un suo perché: bloccare una catena di fallimenti, di imprese e di banche loro creditrici, o peggio di imprese e di banche loro proprietarie, poi di altre imprese a loro volta proprietarie delle banche fallite, poi di altre banche con partecipazioni nelle imprese in procinto di fallire ecc. A questo punto intervenne lo Stato acquistando una serie di imprese con denaro pubblico e la catena si bloccò prima del disastro totale – cioè più disoccupati, più debiti, meno consumi, più fallimenti, più disoccupati, più debiti, ecc.. A me l’hanno raccontata più o meno così, in storia economica. A te?

  2. La storia dell’IRI ha luci ed ombre ma, a mio parere, ha più ombre che luci, e luci quasi solo per errore.
    L’ente fu creato dal fascismo per rimediare ad una crisi di liquidità delle tre maggiori banche italiane, è vero, ma questa crisi fu acuita (correggimi se sbaglio) dal fatto che le banche non si limitavano a finanziare le imprese, ma partecipavano al loro azionariato. In questo modo erano più interessate alle condizione delle imprese da loro controllate che non, invece (come avrebbero dovuto) alle condizioni di redditività dell’investimento. Insomma, gettavano il denaro dei risparmiatori in imprese in crisi perché ne erano proprietarie, e non finanziavano imprese sane, come avrebbero invece dovuto. Una buona legislazione avrebbe evitato gli effetti della crisi? Non lo credo, dacché essa fu generale, ma ritengo li avrebbe leniti. Certo, se non vi fosse stato questo problema, lo stato fascista non sarebbe arrivato a controllare tanta parte della vita economica della nazione, come invece poté fare.
    Vanto dell’IRI è il boom economico. Io ritengo tuttavia che non occorra un conglomerato quale l’IRI per sostenere lo sviluppo economico in una nazione che veniva da un sottosviluppo (autarchia fascista) ed una guerra distruttiva. La Germania si è sviluppata più di noi, e non aveva l’IRI, ch’io sappia.
    Disdoro dell’IRI è invece il fatto che sia stata utilizzata clientelisticamente, per gonfiare il numero degli occupati legati ad un patronato politico, e senza i vincoli di redditività proprî ad un’azienda sul mercato. Nata per imitare nel regime fascista il controllo economico tipico delle economie comuniste, l’IRI soffrì una malattia simile, e se non portò la nazione a morire di quella morte, fu solo perché esisteva un mercato comune europeo.
    Questo -magari troppo seccamente, l’ammetto- il mio giudizio dal punto di vista puramente filosofico-economico; dal punto di vista della filosofia politica, io aborro i sistemi in cui, anziché dare le norme cui i mercati si devono attenere ed intervenire direttamente solo là dove i mercati non possono raggiungere l’obbiettivo di creare ricchezza, la politica indebita una generazione futura per dare alla presente ricchezza, che si traduce in voti che si traducono in nuovi debiti sulle spalle di chi non può opporsi a tutto ciò. In un sistema del genere, ogni IRI si `trascinerebbe magari troppo a lungo’, visto che chi s’indebita non è chi dovrà pagare i debiti. Sto pagando sulla mia pelle i costi dell’IRI, avrò forse il dente avvelenato, ma io non riesco ad immaginare cosa mai potrebbe spezzare il circolo vizioso, se non la bancarotta del sistema. E non credo onestamente che Tremonti abbia più fantasia di me, e se devo giudicare dalla fallacia dei ragionamenti, dubito anche della sua cultura.

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