Come lo scorso anno, anche questa volta non voglio lasciar passare inosservato l’anniversario del massacro di piazza Tienanmen. Ci sono certamente tanti altri anniversari altrettanto importanti, altrettanto tristi che non ho commemorato, questo però continua da quasi vent’anni ad accompagnarmi, forse perché ero poco più di una bambina quando vidi quei carri armati in televisione, poco più di una bambina – dodici anni – quando attraverso quei carri armati scoprii il mondo fuori dalla porta di casa mia, scoprii la politica, intesa come lotta, intesa come progetto, intesa come repressione fisica, cose di cui fino a quel momento conoscevo appena l’esistenza e che da quel momento hanno costituito larga parte degli interessi della mia vita adulta, non ultimo per ciò che riguarda il lavoro che ho scelto.
Ricordo oggi quell’anniversario, il diciannovesimo. Cos’è successo da un anno a questa parte, da quando scrissi l’ultimo post su questo argomento ? Da un lato, la repressione sanguinosa in Tibet, che ha ricordato al mondo l’altra faccia del governo cinese, diversa da quella amichevole di un partner economico commerciale di grande rilievo. Quella oscura, quella dittatoriale, quella che si vorrebbe scordare. Dall’altro lato, la preparazione delle Olimpiadi ormai vicine. Le Olimpiadi, un momento in cui giovani di tutto il mondo gareggiano pacificamente, le Olimpiadi che dopo la fine della seconda guerra mondiale erano state ripristinate proprio a simboleggiare la speranza – sicuramente utopica, ma tant’è – di un mondo dove le uniche competizioni fossero, per l’appunto, di natura sportiva.
Fra un po’ arriveranno tanti giovani a Pechino. Ricordiamo allora qualche nome di quei giovani che in piazza Tienanmen avevano eretto alla democrazia una statua di cartone: Wuer Kaixi, il giovanissimo ribelle che in diretta mondiale sfidò dialetticamente Li Peng, e poi, secondo nella lista dei ventuno studenti più ricercati, riuscì a scappare nei giorni immediatamente successivi alla repressione; Wang Dan, il leader di 24 anni che aveva scritto, un mese prima della repressione, in un articolo destinato al Washington Post: “Noi apertamente dichiariamo di invocare: completa libertà di parola, associazione e stampa, un meccanismo politico occidentalizzato che abbandoni ideologie superate. (…) Vi possiamo assicurare che combatteremo fino all’ultimo per l’avvento della democrazia in Cina”. La sua strada portava da piazza Tienanmen alla prigione, forse ad un campo di lavoro. Xiun Wei, anche lui poco più di vent’anni, arrestato davanti a sua madre che spiegava ai funzionari come fosse stato sempre un figlio obbediente, aveva sbagliato lei a mandarlo all’università a Pechino, lì aveva preso la cattiva strada, la stessa di Wang Dan, lo stesso arrivo, la stessa destinazione. Zhou Fengsuo, studente modello tradito da sua sorella, che denuncia alla polizia il suo rifugio; e le ragazze, nomi belli come Yumei, Giada, destinata a diventare Jade durante l’emigrazione negli Stati Uniti, lontana dal suo paese, dalla piazza della rivolta, dalla Cina che amava. Lin Hui, in piazza per amore di un ragazzo, Chai Ling, che si meritò il quarto posto nella lista dei ventuno più ricercati…
Ed infine, fra i tanti altri, lo studente che il padre andò a riconoscere in obitorio, firmando un certificato dove il medico aveva scritto, come causa della morte:”attività controrivoluzionaria”.
Tutti più giovani di quel che sono io adesso. Tutti studenti. Tutti votati ad una lotta che dopo diciannove anni non ha ancora visto i suoi frutti. Arriveranno, prima o poi.