Ho letto con un certo raccapriccio un articolo firmato da Nino Luca su quello che un tempo era il Corriere della Sera. Raccapriccio però non per la notizia di un concorso truccato a favore del figlio del rettore dell’Università di Salerno (o di Modena, o del preside di una Facoltà a Firenze, etc. etc.). Al di là della retorica purista, che i figli siano facilitati nel loro ingresso nella società se seguono le orme dei padri avviene ovunque. Mille anni fa (un tempo i preti potevano sposarsi, ed i loro figli ne ereditavano la parrocchia, ma non anche la fede) come oggi, all’estero (in Francia i normaliens, preparati a spese dello stato per andare ad insegnare, sono spesso figli d’insegnanti) come in Italia, ed in Italia nel privato (figli di imprenditori, di politici, notai, avvocati, giudici, medici, idraulici, financo uomini di spettacolo, che ereditano fama, studio, clientela e posizione) come nel pubblico. A tutti i livelli. Questo comporta dei problemi, quando un ragazzo che sarebbe uno splendido direttore d’orchestra deve invece ereditare la fabbrichetta del papà, od il suo studio da avvocato, e mostra già dall’adolescenza quella rabbia e quell’inerzia di chi cerca, e non riesce, a ribellarsi ad un futuro che vuole e non vuole; e porta rancore per chi riesce a fare quello che lui non ha potuto. Questo comporta dei problemi per l’intera società, quando l’aiutino si traduce in uno svantaggio competitivo per chi sarebbe un avvocato, un medico, un imprenditore migliore di chi quel lavoro l’ha ereditato perché vi è stato costretto. Comporta dei problemi per tutti quando la mobilità sociale è bloccata, come quando Diocleziano stabilì che l’Impero, per uscire dalla crisi economica interna e dalla pressione migratoria esterna, doveva cristallizzarsi – inutilmente, come ognun sa (salvo i leghisti, ça va sans dire). Ma quando non è così, quando ognuno è libero di competere, di realizzarsi, allora questo è normale, e non troppo dannoso. Un medico-per-forza, in una società aperta, perderà la clientela del papà e costringerà suo figlio a cercarsi un lavoro. La prescrizione inversa, che nessuno può seguire le orme del padre, è curiosa assai, ed è una novità rivoluzionaria (per l’Occidente, non per l’URSS ed i paesi del Patto di Varsavia).
Ora, se Nino Luca, nella conclusione del suo articolo, mi dice che su cinque posti di dottorato, due sono andati a Giuseppina e Marcello, figli rispettivamente del presidente e dell’ex presidente della 1a e 2a sezione penale etc. etc., così, senza dirmi che questi due erano immeritevoli perché laureati con bassissimi voti, oppure per qualche altra ragione, ma semplicemente perché figli di giudici (e non universitari), dove dobbiamo pensare che il giornalista del Corriere voglia puntare (oltre che ad un instant-book, qualche comparsata da Vespa e poi dritto sull’isola dei famosi)? Qual è il problema? Quale la norma ideale che suggerisce? Proviamo a ricostruirla.
Allora: divieto di carriera universitaria alle mogli dei rettori. Per equità, anche alle loro amanti (altrimenti chi li sente i vescovi…). Ai mariti nel caso di rettori donne. Niente carriera ai figli e figlie dei rettori. Ai loro generi e nuore. Niente carriera a mogli, mariti, figli, figlie, generi, nuore dei professori. A cugini ed affini fino al 3° grado perlomeno. Ma poi anche a mogli, mariti, figli, figlie, generi, nuore di giudici e pubblici ministeri. Per equità anche a m.m.f.f.g.n di avvocati e notai; di primari, di medici specialisti e generici, di dentisti ed informatori del farmaco. Niente carriera universitaria a bibliotecari/e. Ad amministrativi/e. Forse restano fuori insegnanti di scuole primarie e secondarie (purché non facciano assolutamente attività scientifica), e quegli ingegneri e chimici che non lavorano per università o con contratti per l’università. Forse restano fuori i figli dei bottegai, ma no, aspettate, visto che uno scandalo era esploso perché un’impresa aveva assunto dei figli di prof., è meglio, per sicurezza, includere nella lista degli epurati anche questi. Insomma, possono far carriera solo i figli dei proletari di provata fede comunista.
Ora, una tal scempiaggine, condannata dalla storia e dalla logica, non può essere passata per la testa di Nino Luca. Che il problema possa essere non il grado di parentela, ma la mancanza di merito (che non si prova rivolgendosi all’ufficio Anagrafe del Comune); che possa essere nel fatto che le risorse, poche, sono amministrate da gente che non ha alcuna responsabilità per le sue azioni, da maggioranze bloccate che bisognerebbe invece fragilizzare, che insomma ci siano dei problemi da affrontare politicamente, e che la soluzione offerta dall’attuale governo possa essere criticabile più di quella di Diocleziano, a Nino Luca non interessa. No, lui deve solo far clamore. Gettarla in cagnara. Che poi la cagnara anti-socialista ci abbia regalato, al posto di Craxi, Berlusconi; che la cagnara anti-Dc abbia sostituito Andreotti con Fini e Mastella con SuperMastella; che quella anti-Juve abbia sostituito questa squadra con l’Inter, che godeva del servizio segreto fuorilegge del suo presidente; che la cagnara anti-ricerca possa insomma impedire una riforma seria e portare od a nulla, od a qualcosa di peggio della situazione attuale, tutto questo a Nino Luca non interessa. Al suo giornale, il Corriere del qualunquismo, interessa solo fare share. Finché un giorno internet supererà questo sistema informativo, bloccato, vecchio, come tutto questo paese.
Ma per allora Nino Luca sarà in pensione. Ed al Corriere ci sarà suo figlio…




