Di Pietro. Errore di politesse. Non fossi il cinico che sono, penserei che forse un uomo politico che ha scelto, come personale politico di punta, personaggi sempre lesti a vendere a destra i voti presi a sinistra (Valerio Carrara, Sergio De Gregorio li abbiamo già dimenticati?) potrebbe evitare di fare sparate sul personale politico altrui, soprattutto quando questo non è stato ancora giudicato da una Corte. Ma Di Pietro, benché dottore in Legge, preferisce il giudizio dei PM e delle piazze, ed in queste o si presenta come il leader del partito dei puri, oppure perde la faccia. Obligé, insomma, non dalla noblesse, però.
Fini. Errore di persona. Fini è un politico dal fiuto apprezzabilissimo. Deciso a conservarsi a vita la sinecura del partito erede del Partito Nazionale Fascista finché c’era la prima repubblica, ha capito prima dei suoi camerati le prospettive che gli si aprivano, se era appena un po’ scaltro. Ed ha cominciato a rompere i ponti col passato, coll’ideologia fascista. Ed a chiedere scusa. Però, scusate, ma continua a sbagliare nel chiedere scusa. Va in Israele a chiedere scusa per gli italiani; va a chiedere scusa per le leggi razziali, e dice che tutti gli italiani furono complici. Insomma, sono scuse autoassolutorie. Quando Aznar trasformò Alianza Popular nel Partido Popular, si liberò di tutto il ciarpame franchista, e su quella base si legittimò a governare una democrazia. Fini ha continuato a circondarsi di colonnelli imbarazzanti. Ma soprattutto, Fini dovrebbe smetterla di chiedere scusa per chi, nel ‘32, o si diceva fascista o non campava (come ben sanno la buonanima di mio nonno socialista, ed i suoi figli); dovrebbe invece iniziare a chiedere scusa per se stesso che, negli anni ‘70, anni di crisi per la democrazia, militava fra quanti volevano abbatterla per imitare i regimi cugini di Portogallo, Spagna, Grecia. Finché non gli sento queste scuse, le scuse di Fini mi sembreranno sempre false, come se si scusasse per me, che proprio son innocente, delle colpe che lui invece ha, e gravissime.
Veltroni. Errore apocalittico. Sta scritto negli Elementi di scienza politica: un nuovo partito lo si fonda quando si è minoranza per diventare maggioranza, e non quando si è maggioranza e si rischia di diventar minoranza ad ogni lancio d’agenzia (ad esempio, quando si han solo 3 voti di maggioranza al Senato). Ma Veltroni ha studiato gli Elementi di cinematografia, non gli elementi di politica, ahilui. Fondato il PD, mettendo assieme anime così diverse, per evitare l’immobilismo o la morte precoce, a questo partito avrebbe dovuto dare un’anima, una cultura. Ma una cultura è o quello che ci piace ricordare, o quel che ci piace fare. La prima non era possibile, dacché le memorie dei partigiani rossi erano talora rosse del sangue dei partigiani bianchi, e quelle del governo bianco non erano candide del sangue dei governati rossi. Bisognava fare seriamente i conti col passato, o puntare tutto sul futuro, su una cultura riformista, al di là delle memorie divise. È per questo che si era puntato su Veltroni, alle primarie. Innovare o morire. Ma lui non deve averlo capito, accecato dall’olio della consacrazione. Ed il Signore, si sa, acceca chi vuole perdere.




