Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per Febbraio 2009

Siamo pur sempre coinvolti

Pubblicato da aggelos [OPS] su 19/02/09

Dieci anni un mese ed una settimana fa un tumore, figlio delle sue eterne sigarette, a loro volta figlie della sua insicurezza, si portava via Fabrizio De André, il più grande poeta fra i cantautori italiani. Data inconsueta per ricordare un morto (di solito si celebrano il decennio, ventennio, secolo della data di nascita o morte, non il decennio + 38 giorni), lo faccio oggi perché gli organizzatori del Festival di Sanremo hanno deciso una celebrazione del decennio della morte, il giorno però della nascita, cadendo questo a fagiolo con la loro kermesse canora.
Ho avuto paura, vedendo scendere la PFM a cantare De André. Ho avuto paura perché De André è stato un cantante politico, è vero, ed il più grande fra questi, ma non un banale cantante politico. Nelle sue canzoni ha cantato gli emarginati, i diversi, i condannati dal senso comune. Le sue prostitute, i suoi vicoli, abitati da bambine le cui «capacità» verranno accresciute dall’«esperienza» con chi le condanna di giorno, e sbava loro dietro di notte, aspettando il 27; i suoi rom; le sue donne “libere” di amare condannate da cagnette e da chi dispensa saggezza perché «non può più dare il cattivo esempio»; i suoi drogati e bombaroli fanno di De André un cantante scomodissimo per i temi cantati. Eppurtuttavia non è facile, per la bellezza dei testi e della musica, non cantare delle canzoni immortali, in cui anche verso quelli che il poeta condanna, i giudici, incarnazione e mano armata dei nostri pregiudizi, e tutti noi «signori benpensanti» che abbiamo paura ad aprire le porte a chi scappa dalle pantere, e vogliamo tuttavia crederci assolti, vi è una condanna mista a pietà, per le nostre miserie. Noi, coi nostri santi sempre pronti a benedire i nostri sforzi per il pane, con il nostro bambino biondo a cui abbiamo donato una pistola per Natale, [...] e gli occhiali che fra un po’ dovremo cambiare, noi, noi com’è che non riusciamo più a volare*?

Ecco, io, bambino cresciuto da mia madré con La guerra di Piero, ho avuto paura che, in un contenitore così commerciale e perbenista, De André fosse ricordato per le sue bellissime canzoni d’amore, normalizzato, e quindi in fondo dimenticato. Quelli della PFM non l’hanno fatto. L’hanno ricordato per le sue donne libere, e per il suo pescatore, capace di dare il vino ed il pane, ed anche il calore di un momento, ed il rimpianto di un aprile d’infanzia, anche a chi gli dice che ha sete ed è un assassino.

Grazie, Fabrizio, per averci cantato che, nonostante vogliamo credere di non avere «più niente per poterci vergognare», «siamo pur sempre coinvolti». E grazie, PFM, per non aver snaturato un ricordo.

*Da Canzone per l’estate, F. De André – F. De Gregori

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I tortellini e la ricerca

Pubblicato da aggelos [OPS] su 13/02/09

Una trasmissione di giornalismo di regime (quale che sia il regime) ogni tanto capita di doverla vedere, magari perché si è a casa d’altri, e non è gentile scappare via mostrando i sintomi di un attacco diarrotico.

Così l’altra domenica mi è toccato vederne una, sinché il mio ospite non ha fatto zapping, alla volta dei cartoni per bambini.

Ospite della trasmissione il simpatico Giovanni Rana, quello dei tortellini, un eroe dei nostri giorni di cucina con poco tempo. Intervistato dalla giornalista per dare un esempio, a questo popolo di pessimisti, che c’è un imprenditore che condivide l’ottimismo governativo, che esporta e cresce, incurante della crisi.

Che ha detto il nostro simpatico omino? Due cose importanti, e non filo-governative.

  1. Che ha delegato molto al giovane figlio, e che la sua energia giovanile ha portato l’impresa a vendere in tutta europa, mercato che rappresenta ormai il 40% del fatturato
  2. Che ha tenuto per sé tre settori strategici, uno dei quali è Ricerca e sviluppo.

Insomma, il giovane Obama, per uscire dalla crisi americana, punta sulla ricerca di nuove fonti energetiche; il non più giovane Giovanni Rana dice che, per uscire dalla crisi del tortello, hanno cercato nuove ricette, nuovi gusti ed abbinamenti. Il nostro anziano premier, invece, pensa che per uscire dalla crisi del sistema, dalla crisi di bilancio, una strada percorribile sia quella di chiudere l’Università, esportare la meglio gioventù fra i giovani ricercatori, e specializzarsi in terziario arretrato, cioè quelle borse e foulard e vestiti che sanno fare benissimo anche in Cina. Il tutto senza manco far ricorso a manodopera a basso prezzo, come quella immigrata, ché sennò poi li senti quelli della Lega.

Che nella ricetta di Berlusconi ci sia qualcosa che non torna, alla logica ed al gusto, è inutile dirlo. Ma perché, perché, se proprio abbiamo la maledizione, in questo Paese per vecchi, di non poter sperare in nessun Obama, almeno non possiamo avere Giovanni Rana, per premier?!

P.S.: a quanti mi obietteranno che almeno il reparto Ricerca e sviluppo di Rana produce tortellini, e non roba senza alcun valore, auguro la visita da un dentista che abbia i macchinarî di trent’anni fa, quindi di farsi tranquillizzare da un oncologo che non si aggiorni, dipoi di aver bisogno di un ingegnere che non sappia di materiali recenti ed antisismici, ed infine che il figlio abbia per professore di filosofia qualcuno che sia rimasto all’800, senza aggiornarsi sui cambiamenti epocali avvenuti in filosofia e nel mondo nell’ultimo secolo e mezzo secolo ed ultimi vent’anni. E grattatevi tutti!

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Buon compleanno, Charles

Pubblicato da aggelos [OPS] su 12/02/09

Il 12 febbraio di 200 anni fa nasceva Charles Darwin, uno dei più grandi scienziati della storia. Della sua vicenda appassionante ed ancora dibattutissima voglio segnalare solo due aspetti, lasciando ad altri lunghi osanna o vituperi.

  1. Darwin non era uno studente modello. Apparteneva a quel genere di studenti che si impegna il minimo sufficiente per passare gli esami, ma aveva nel contempo una vasta cultura naturalistica, parallela a quella scolastica ’standard’. Se Darwin fu imbarcato sul Beagle, è anche perché non avrebbe avuto, altrimenti, una via spianata nell’accademia, a Cambridge. I difensori del vecchio ordinamento universitario, che produceva laureati fuori corso ma ‘degnamente acculturati’, esulteranno. Avranno in Darwin il loro campione. Io trovo invece che il nuovo ordinamento non uccida la passione che uno studente ha per la cultura più del vecchio, se i docenti ed i compagni di corso hanno la capacità di interessare alla conoscenza. In più, trovo che il nuovo ordinamento abbia il vantaggio di perdere meno gente per strada, e di rendere riconoscibili le loro competenze al mercato del lavoro (si, esiste anche il mercato del lavoro). La passione fa i Darwin, un sistema che ti spinge a restare 15 anni fuori corso, no.
  2. Se Darwin è diventato quel che è diventato, è stato per il coraggio di sfidare le certezze -religiose e scientifiche- della sua epoca. Perché la scienza non è scritta nei libri sacri, è il tentativo di risolvere problemi e questioni e domande, con risposte che spesso suscitano nuovi problemi, questioni e domande. Per quanto io veda con sufficienza le critiche a Darwin, portate avanti spessissimo da minus habens intellettuali, pure soffro nel vederlo trasformato in un’altra religione, che come quella che lui ha scosso, non ammette il dubbio, e così non ammette la scienza. Non succederà di Darwin quel che è successo di Marx, che ha proposto una teoria scientifica, e che è poi stato metafisicizzato dai suoi sostenitori per salvarlo dalla scienza. Ma se questo non accadrà a Darwin, il merito non è dei suoi fedeli.

Buon compleanno, Charles.

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Sul Pacchetto Sicurezza

Pubblicato da Lex su 11/02/09

“Andatevene lontani da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché avevo fame e non mi deste da mangiare; avevo sete e non mi deste da bere; ero forestiero e non mi ospitaste; ero ignudo e non mi rivestiste; malato e in carcere e non mi visitaste”. Allora anch’essi risponderanno: [...]” Mat 25,41

«Signore, ma tu, ce l’avevi il permesso di soggiorno

pach

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Eluana violentata

Pubblicato da aggelos [OPS] su 9/02/09

Sul tragico caso di Eluana Englaro ciascuno di noi ha un’opinione, ed il dialogo fra queste opinioni è un dialogo fra sordi. Se la ragione dello staccare le macchine a questa donna è il fastidio, testimoniato dal padre, che lei aveva all’idea delle mani altrui sul suo corpo, allora bisogna dire che le mani, sul corpo di Eluana, le stanno mettendo tutti, ma proprio tutti.

Le mani di Eluana.

Si dice che Eluana, alla vista di un amico in condizioni simili a quelle nelle quali, solo un anno dopo, si sarebbe trovata lei, abbia chiesto di poter morire. I giudizî di Eluana erano portati su
un’altra persona, su un altro corpo; non è impossibile che ora, che invece è su di sé che deve decidere, la penserebbe diversamente. Chi ha tempo, legga La toccatina di Pirandello, una breve novella che mette in dubbio i giudizî che i sani portano sugli ammalati, e che cambiano, quando si trovano dall’altra parte della malattia.

Le mani del padre.

Papà Peppino è diventato, forse nolente, o forse volente, un personaggio mediatico. In tanti possono pensare di lui, che si sia stancato di assistere un ammalato, una parte della sua vita che se n’è andata, ma che non si decide a morire. Gli altri comprenderanno il dolore del padre che conosce le volontà, pur terribili, della figlia, e che non è in grado di soddisfarle. I primi penseranno ch’egli stia peccando, i secondi che è un eroe tragico, un padre che combatte per rispettare una volontà di morte di un figlio. Ma l’azione morale pone sempre di fronte al dubbio di star sbagliando, ed in quest’accezione, papà Peppino è una figura morale.

Le mani dei giudici.

Per tre lustri hanno respinto le richieste del padre di Eluana. Adesso hanno deciso, nella sede più alta, che le macchine che nutrono ed idratano Eluana sono strumenti di cura, e che il tutore di Eluana può decidere legittimamente che siano staccate. Il guaio è che Eluana, a differenza di tutti gli altri ammalati attaccati alle macchine, ha una vita indipendente da queste, come l’avrei io se avessi una gamba rotta e non potessi arrivare in cucina; il guaio è che aria, acqua e cibo non sono medicine, ma nutrimento, perché curano in lei la fame e la sete, delle quali sono ammalato anch’io, più di due volte al giorno; insomma, le macchine sono strumento per lei come lo sarebbero le posate per me, se fossi bloccato a letto con una gamba in trazione. Staccargliele non è interrompere le cure, ma introdurre in Italia una pratica tanasica (benché non eutanasica), e farlo per via extraparlamentare, il che è comunque, anche se fatto dai giudici e non dai militari, anche se avallato dalla Corte Costituzionale, qualcosa di grave.

Le mani dei laici.

I libertarî di un tempo odiavano il giudice, longa manus dei pregiudizî popolari. E difatti la bellissima canzone Il giudice di De André non è l’inno dell’Italia dei Valori. Ma negli anni ‘70 i libertarî, che difendevano minoranze oppresse, si accorsero che era più facile farsi dare ragione da un giudice, che non cercare di avere la maggioranza di un’assemblea popolare. Da allora la via giudiziaria all’allargamento dei diritti è stata sempre percorsa, accanto e più di quella referendaria. E per quanto nel nostro sistema giuridico di ascendenza romana, un precedente non faccia legge, è chiaro che un caso così estremo, in cui non si sospende la cura ma l’assistenza, e non su un soggetto cosciente ma su uno che non non lo è, ed il cui consenso non è né parlato né scritto, ma di seconda mano, avrebbe comunque segnato un’epoca. Ovvio quindi che si oppongano a ché i ‘devoti’ vincano la battaglia…

Le mani di Napolitano

Signor Presidente, le macchine le staccano oggi, ed i danni irreversibili inizieranno a prodursi fra pochi giorni. Insomma, una certa urgenza c’è. Ma lei sa benissimo che non si fa una Legge per Eluana, ma per tutti i nuovi Welby, e vuole una buona legge, condivisa, non un Decreto. Bene, lo apprezzo. Però questa maggioranza, aperta al dialogo quanto la precedente, cioè per nulla, il tempo per fare una legge ce l’ha pure, ma onestamente, signor Presidente, detto fra noi, una leggiaccia fatta d’urgenza non è anche peggio di un decreto, che può anche essere modificato in sede di adozione da parte delle Camere? Ha fatto un favore al Paese costringendo il Parlamento alla fretta, su un tema così spinoso? Infine, Signor Presidente, pur nell’apprezzamento dei suoi dubbi, che un Esecutivo non possa fare una legge appena il Giudiziario fa una sentenza che spiace al primo, il suo ruolo non sarebbe stato quello di non firmare il Decreto sottopostole, e non quello di scrivere al Governo che non si scomodasse a presentarglielo, un Decreto?!

Le mani di Berlusconi, dei preti, dei teocon e teodem.

Nessun Potere Legislativo avrebbe accettato che la decisione su un caso come questo, così più prossimo ad un’innovazione che ad un’interpretazione legislativa, fosse presa da un altro potere, per giunta neppure delegato a farlo. Comprensibile quindi l’opposizione di fronte alla Corte Costituzionale. Ma a questo punto un Esecutivo, rispettoso dei poteri dello Stato, avrebbe
evitato di creare il precedente di un intervento legislativo di natura correttiva su un intervento giudiziario. Un esecutivo costituzionale… Ma questo è l’esecutivo abituato, appena i giudici iniziano ad indagare su un reato del premier, a prendere il reato e depenalizzarlo… ed in quanto poi al rispetto della Costituzione… Detto questo, l’interessamento di Berlusconi al caso sorprende, visto che l’uomo si muove con tanta energia solo per quel che lo riguarda di persona, e le macchine non le staccano a lui. Allora? Allora il sospetto è che, approfittando di Eluana, il premier voglia soffiare sulle divisioni dell’opposizione, e far passare in fretta e furia una legge che vieti di staccare le macchine non solo ad Eluana, ma a chiunque, anche ad un nuovo Welby. Certo, questo non impedirebbe, da un punto di vista logico, una legge sull’eutanasia. Nessuno impedirebbe di tenere attaccate le macchine per alimentazione/idratazione/ossigenazione, ed al tempo stesso autorizzare il cianuro in vena a chi lo voglia. Ma siamo persone serie, una legge del genere sarebbe un divieto politico all’eutanasia. Epperò se io voglio morire, se non sopporto più le cure, perché devo restare in vita solo perché altrimenti il mio parroco piange?! Fosse il minore dei dispiaceri che gli ho dato, al signor parroco, dacché non credo più al suo dio… Ecco, le mani dei preti su Eluana, e dei loro rappresentanti, in primis di quello che vuol far dimenticare ai cattolici che votano per lui di essere un divorziato abortista e sospetto ladro, sono le mani più lorde.

Le mani di Sacconi.

Nel conflitto fra poteri dello Stato, il ministro Sacconi, baciapile ex socialista, ha toccato il gradino, da un punto di vista di civiltà, più basso. La Corte di Cassazione sentenzia, il conflitto istituzionale portato davanti alla Consulta dà ragione alla Corte di Cassazione. Basta. Il dissenso, a questo punto, può essere portato sui giornali, giocato politicamente. Il ministro no, il ministro inizia una campagna di intimidazione di tutti quelli che accettano di rispettare una sentenza della Corte di Cassazione, ribadita dalla Consulta. «Loro avranno il diritto dalla loro parte -dice il ministro- ma io ti faccio chiudere». Questa è eversione. E lo stile eversivo è proprio della criminalità mafiosa: «È vero che nessuna legge dice che devi pagarmi il pizzo, ma se disubbidisci ti brucio il negozio». In un Paese serio, un ministro mafioso andrebbe giudicato per alto tradimento, e dovrebbe passare un congruo numero di anni a Gaeta. Ma il nostro non sarà mai un Paese serio…

Insomma, che pensarne?

Su come dobbiamo pensare, teologi, filosofi, politici, nani e ballerine, Alberoni ed Odifreddi hanno speso fiumi d’inchiostro, parole e parole, e consumato i divani di Vespa (per la di quest’ultimo somma gioia). Per me, hanno un po’ di ragione tutti i protagonisti, ed un po’ di torto tutti. Tutti seguono i loro interessi, dal signor Englaro a Berlusconi, ai preti ed ai loro rappresentanti in Parlamento, agli oppositori di questi etc. Qualcuno lo sta facendo in modo civile, qualcun altro sta dimostrando tutta la propria incultura ed inciviltà, giuridica e civile. A questi ultimi tutta la mia antipatia. Per il resto, si tratta di una tragedia greca, di quelle che lasciano, alla fine, solo il dubbio e nessuna certezza.

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La sicurezza degli altri

Pubblicato da fadette [OPS] su 5/02/09

In Senato è passato l’emendamento al decreto sulla sicurezza, che prevede la cancellazione del comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, ossia il Testo unico di disciplina dell’immigrazione. L’articolo in questione recita: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Il voto del Senato, al contrario, permette ai medici la possibilità di denunciare l’ammalato che risulti sprovvisto del permesso di soggiorno. A questo si aggiunge la schedatura dei senza tetto, e la tassa (da 80 a 200 euro) per il permesso di soggiorno.

Non so chi sia, oggi, che si sente più sicuro, a vivere in Italia. Qualcuno ci sarà, forse.

Io, l’unica sicurezza che ho è che sono terribilmente triste. In fondo lo sapevo che sarebbe successo, ma  in modo irrazionale una parte di me sperava che qualcuno si sarebbe opposto, che l’emendamento non sarebbe passato.

Non riesco a scrivere altro, non oggi.

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SOS – Ricerca in mare: 23

Pubblicato da Lex su 2/02/09

La calabria si sta sciogliendo. Allegoria metereologica della crisi economica e di quella dell’università. La pioggia ci ha consumato, goccia dopo goccia, fino a divenire calamità. Il cemento fiorito su una pessima politica accumula acqua, le strade franano ed il fango diventa elemento delle nostre vite. Le strade non sono sicure, gli aquedotti si sfasciano privando paradossalmente dell’acqua centri densamente popolati. Anche i cimiteri finiscono in pezzi ché l’acqua non rispetta il riposo dei morti. Ed è in questa calabria divisa in due, con l’autostrada bloccata e le altre strade gravide di imprevisti, che ci muoviamo per fare sentire la nostra voce, mentre il sole disperde la bruma. Siamo un pugno di persone, con gli dei contro e non siamo nati per questo: abbiamo tutti altre cose per la testa: «il mio contratto sta scadendo, che sarà di me domani?» «Potrò pagare il gas questo inverno senza chiedere ai miei?» «Quando potrò avere una vita mia?», il tutto in concomitanza con i corsi di esercitazione, con lo psicodramma degli esami, mentre vediamo la nostra curiosità scientifica lentamente trasformata in catena. Non siamo nati neppure per questo, eppure è la nostra vita, la vita di una generazione accademica costretta a battersi per la propria dignità. Siamo solo in ventitre a svegliarci all’alba, a vedere questo sole sciogliere questa brina. Ma siamo ventitre persone che non si fanno fermare nemmeno dalle calamità naturali nemmeno da questa assurda pioggia. Eppure gli dei, così apertamente sfidati dalla nostra determinazione, devono aver cambiato idea all’ultimo momento, perché la giornata cresce spledida in un cielo azzurro che riflette in una tavola di mare. Prendiamo la superstrada fino a Falerna, da li l’autostrada per Rosarno dove l’idea è di usare la ferrovia per superare il blocco imposto da tonnellate di fango. Rosarno ci si presenta con le sue strutture fatiscenti ed i suoi lavoratori dalla pelle nera sfruttati nella raccolta degli agrumi. Attraversarla fino alla stazione da quel senso di Africa che solo la calabria più vera sa dare. Alla stazione aspettiamo un treno, arriva un vecchio vagone arrugginito. Il sole scalda la pelle comunque ed il morale è alto. Siamo a Villa San Giovanni alle 11:10, imbarchiamo al volo e siamo a Messina alle 12:10. Un paio di giri sul traghetto e raccogliamo un’altra cinquantina di pessimi elementi dalle università del profondo sud. I catanesi distribuiscono salvagenti colorati, adesivi e tatuaggi. Volantiniamo i passeggeri ed i traghettatori, appendiamo striscioni, realizziamo coreografie, parliamo con i giornalisti. In una parola: ci divertiamo. Poi sfiliamo a Messina, cantando slogan e distribuendo volantini, facciamo simpatia a due immigrati che si uniscono a noi gioiosamente. Mangiamo arancini e cannuoli, alcuni di noi prendono un caffè. L’assemblea con le nostre controparti di Catania, Messina e Reggio, è stimolante: scambiamo informazioni e ci promettiamo mutua solidarietà, scambiamo contatti per il futuro. La stanchezza inizia a farei sentire. Poi è una fuga in autobus insieme ai Catanesi fino al porto, un attimo di relax sullo stretto, di corsa al treno che ci porterà a Rosarno. Alla stazione di Messina do il mio ultimo volantino ad un vecchio alpino che ha visto morire i suoi amici a causa dell’uranio impoverito. Ci scambiamo commenti sulla situazione dell’Italia e ci auguriamo reciprocamente buona fortuna. Mi saluta con una stretta da guerriero. «So che vuol dire battersi per qualcosa» mi dice «vi auguro buona fortuna».

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