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Archivio per dicembre 2009

La moralità degli alberi di natale

Pubblicato da aggelos [OPS] su 8/12/09

Un tempo nei pranzi di festa a farla da padrone erano le chiacchiere noiose attorno al ragù. Oggi capita sempre più spesso che, quando la famiglia è riunita, a farla da padrone sia la voce della televisione esattamente come in tutti gli altri giorni. In fondo, se ci annoiano le chiacchiere dei nostri figli, perché dovremmo star a sentire di buona voglia quella di parenti anche più lontani?

Così è capitato anche a me di sentire una presentatrice televisiva, maître à penser del pubblico di Rai Uno, proporre al suo pubblico la moralità degli alberi di natale in plastica contro l’immoralità dell’uso di quelli veri.

Gli abeti in plastica costano di meno. Se i soldi che risparmiamo li utilizziamo per opere di bene, allora posso anche ammettere (e non concedere) la moralità del giudizio. Ma in questo caso, io trovo l’abete vero egualmente morale e più ecologico di quello in plastica, abbia esso o meno le radici.

Ammettiamo che i soldi che risparmiamo li usiamo per finanziare opere di bene. Molto spesso questi soldi servono a tenere in piedi l’organizzazione umanitaria, o vengono usati per distruggere un mercato locale facendogli piovere addosso aiuti che abbattono gli utili dei produttori locali. Invece, se noi acquistiamo un albero vero, con quei soldi in più che spendiamo rispetto ad un albero in plastica o stoffa andiamo a finanziare gente che, anziché patate e mele, coltiva alberi di natale, cioè strumenti che diminuiscono il CO2, e che garantiscono che un bosco venga curato, e non abbandonato nelle mani di piromani e cementificatori. Perché questo comportamento dovrebbe essere ritenuto immorale, od anche solo meno morale? L’utile privato di questi coltivatori si sposa con quello pubblico di noi tutti meglio che se acquistassimo un coso in plastica costruito dai bambini in qualche regione dell’est asiatico. A meno che non diciate che la coltivazione di abeti è diversa dalla coltivazione di mele, ed è immorale come quello del papavero da oppio, che distrugge delle vite. Ma non si vede perché sia legittimo produrre delle mele, che verranno consumate e gettate via con soddisfazione dell’acquirente e della sua salute, e non abeti che, essi pure, soddisfano un bisogno e non danneggiano la salute. Ma gli abeti soffrono nell’essere tagliati e poi gettati. Anche le mele. E tuttavia, se nessuno mangiasse mele, ci sarebbero pochi alberi di mele sulla faccia della terra.

Al contrario, allora: preferendo alberi in plastica prodotti chissà come chissà dove rischiamo di star aiutando chi sfrutta lavoro minorile; magari poi il dono che facciamo per scaricarci la coscienza danneggia ulteriormente i piccoli produttori che andiamo a beneficare, e danneggia anche chi qui in Italia cura il bosco per produrre oggetti da rivendere (cioè, fa quel che facciamo noi tutti). In che cosa le conseguenze di queste azioni sono più morali?

Il problema è la nostra idea di ecologia, qualcosa di affettivo, basato sulla falsa idea di genuinità dei tempi antichi, utile a vendere merendine facendoci credere che sono fette della torta della nonna. Un’idea che è solo un mito delle pubblicità degli anni ’60, sopravvissuta al crollo del muro. Un’idea-fossile, limitata, che non riesce a capire la scala nella quale i fenomeni sono inseriti, e si limita a pensare a panorami da mulino bianco. Il problema è la nostra condanna del mercato, basato su una falsa idea di pauperismo che festeggia fra un po’ i duemila anni, e che ha sempre dato problemi, ovunque sia stata messa alla prova. Se queste sono le idee innovative, beh, con queste idee non sarà facile affrontare le sfide del futuro.

Ma di questo, nei pranzi di festa dominati dalla voce della televisione, e del suo padrone, parlare non si può.

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Le scuse di Mr. F. a Dino Boffo

Pubblicato da aggelos [OPS] su 4/12/09

Come tutti sapete, mesi fa il direttore di un giornale che, se non proprio filo-governativo, certo non si era illustrato per l’attivismo nel pubblicare notizie, sia pur documentate, che potevano danneggiare il premier, ha subìto un attacco violentissimo da parte dei media di quest’ultimo, che l’hanno costretto alle dimissioni. Lo smarrimento di quest’uomo che, dopo aver lungamente censurate le notizie che correvano per il mondo, è stato fatto oggetto di un attacco di inaudita violenza per un commento ad una lettera, in bella vista nella penultima pagina, è stato impressionante. «Perché –pareva dicesse– ve la prendete proprio con me, che sono un vostro alleato, e non con i giornalisti vostri avversarî?».
A mesi di distanza, l’autore dell’aggressione fa macchine indietro, e l’aggredito –un tempo qualificato di epiteti poco gentili, il più leggero fra i quali ricordava il “sepolcro imbiancato” che un altro Giudice riservava ai «moralisti senza titolo»– è ora descritto come una persona ammirabile, un «giornalista prestigioso e apprezzato», accusato per una «bagattella», che, per giunta, «non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Insomma, un’aggressione violentissima che ha bruciato la vita di una persona, basata su un falso.
Ce n’è a sufficienza per delle scuse, come ha titolato la disinformata stampa nazionale. Le scuse, in realtà, non ci sono, ed infatti i vescovi, aggrediti per interposto direttore, lo sanno e parlano non di scuse tardive, ma di ammissioni tardive. La ragione è semplice: l’autore delle ammissioni tardive, le scuse, non sa come scriverle. Non che non ci abbia provato, onestamente. Il fatto è che il termine manca al suo dizionario, e se ci entra, è perché glielo impone un giudice, in una causa per diffamazione. Se il giudice gli scrive la traccia, e controlla che lui non aggiunga o tolga nulla, allora lui le firma, le scuse, come altre volte ha dimostrato, pur di salvare al suo editore l’imbarazzo del risarcimento.
Ora, grazie a mezzi che non vi spieghiamo, noi siamo entrati in possesso di varie bozze della lettera di scuse che il signor F. non ha scritto al signor Dino Boffo.
Eccovi il testo. Fra [] le frasi cancellate, fra<> quelle interpolate

Dino mio carissimo,
lo so che non vuoi parlarmi, che l’ultima volta mi hai sbattuto il telefono in faccia dicendomi di parlare coi tuoi avvocati. [Mi disp] Lo sai che in quel che è successo io non ho colpa. Sono quelli che ti volevano male che hanno orchestrato tutto, e mi hanno passato l’informativa. Io avrei dovuto controllarla, mi dirai. È vero, [scus] è vero, non è colpa mia, i miei collaboratori non l’hanno fatto, bestie che non son altro. Ma io sono il direttore responsabile, mi dirai. Me lo stan ripetendo anche gli avvocati, in questi giorni, non ti dico che [par di pal] noia. Ma siamo onesti, tu conosci il mondo a sufficienza da sapere che, se un giornalista pubblica notizie false, perde la faccia, i lettori, il posto. Epperò non devo ripeterti che il mio non è giornalismo. Chi lo chiama squadrismo a mezzo stampa usa un gergo vieto e sinistro e sinistrorso. Chi mi dà dello squadrista, chi dice che dovrei essere radiato è un[a testa di c] <un>o stupido. Tu lo sai che per me non valgono le stesse regole e canoni di giudizio. Io sono stato rimesso a dirigere il mio giornale con un obbiettivo preciso, che non era ovviamente quello di tornare alle 250mila copie vendute. Al mio editore questo interessa poco. L’obbiettivo del mio editore era quello di far vedere che le sue presunte scappatelle, che gli stupidi moralisti italici trovano inaccettabili –come se loro fossero vissuti finora a Londra o Stoccolma, e non a Roma o Milano– erano le scappatelle di tutti gli italiani. Che ad andare a scavare nella vita privata di ognuno, nessuno era salvo, nessuno al di sopra del sospetto. Onestamente ho, per l’amicizia che sai ci lega, cercato di trovare panni sporchi in casa altrui. Ho trovato quella tua bazzecola, l’editore premeva, tu poi ti ci metti coi tuoi petardi, io l’ho pubblicata. I miei lettori hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché al di là del mio editore, che ha la moralità media degl’italiani, devi pensare anche ai miei duecentomila lettori, che leggono qualsiasi cosa, purché difenda il loro idolo. Non sono lettori come quelli degli altri giornali, no, sono fan di una pop star, o curvaioli di una squadra di calcio. Avevano bisogno di una notizia, anche falsa, pur di uscire dal ghetto mediatico. Gliel’ho fornita, me ne sono grati. Editore, e lettori. Inoltre gli altri giornalisti, dopo aver visto quel che costava lasciarsi andare ad una piccolissima critica, hanno soppesato molto più le parole. Ed anche di questo i miei lettori, per non citare l’editore (quello vero, non suo fratello) me ne è grato. E se mi è grato lui, altro che radiazione dall’ordine! Tu mi dirai che questo colpirne uno per educarne cento ti fa schifo. Ti capisco, dacché sei tu ad esserne colpito. Ma i lettori ne hanno bisogno. Non che siano disonesti, ma trovano odioso che qualcuno si presenti come onesto, perché sotto sotto siamo disonesti tutti. Tutti presumibilmente rubano, perché non dovremmo farlo anche noi? Se il moralista riuscisse davvero a far credere che la premessa di questo ragionamento sia falsa, che ne sarebbe più della ricchezza dell’Italia? Dove andrebbe a finire il PIL? Mi dirai che non t’importa. Che sopra qualsiasi pubblico ci sono i diritti degli individui a vedersi risarciti i danni. E che quelli che vuoi risarciti tu, sono molto grossi. Ma io proprio non ti capisco, eddài. Prendertela così tanto per una bagattella. Ma fammi il piacere. Se all’epoca, anziché fare il reticente, anziché segretare il fascicolo, lo avessi reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo, io ci avrei fatto una figura barbina, ed il tuo pubblico sarebbe stato contento. Invece no, vuoi farti una pensione d’oro. Come se fossi stato io, a cacciarti via, e non quel pandemonio –che io proprio non prevedevo– perché i giornali e le televisioni si scatenarono contro di te sollevando un polverone ingiustificato. Pigliatela con loro, no? Senti. Se io ammetto urbi et orbe che no, non sei [uno schifoso finocchio] un omosessuale, me la dimezzi la richiesta di risarcimento?

Con affetto.

V.F.

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