Un tempo nei pranzi di festa a farla da padrone erano le chiacchiere noiose attorno al ragù. Oggi capita sempre più spesso che, quando la famiglia è riunita, a farla da padrone sia la voce della televisione esattamente come in tutti gli altri giorni. In fondo, se ci annoiano le chiacchiere dei nostri figli, perché dovremmo star a sentire di buona voglia quella di parenti anche più lontani?
Così è capitato anche a me di sentire una presentatrice televisiva, maître à penser del pubblico di Rai Uno, proporre al suo pubblico la moralità degli alberi di natale in plastica contro l’immoralità dell’uso di quelli veri.
Gli abeti in plastica costano di meno. Se i soldi che risparmiamo li utilizziamo per opere di bene, allora posso anche ammettere (e non concedere) la moralità del giudizio. Ma in questo caso, io trovo l’abete vero egualmente morale e più ecologico di quello in plastica, abbia esso o meno le radici.
Ammettiamo che i soldi che risparmiamo li usiamo per finanziare opere di bene. Molto spesso questi soldi servono a tenere in piedi l’organizzazione umanitaria, o vengono usati per distruggere un mercato locale facendogli piovere addosso aiuti che abbattono gli utili dei produttori locali. Invece, se noi acquistiamo un albero vero, con quei soldi in più che spendiamo rispetto ad un albero in plastica o stoffa andiamo a finanziare gente che, anziché patate e mele, coltiva alberi di natale, cioè strumenti che diminuiscono il CO2, e che garantiscono che un bosco venga curato, e non abbandonato nelle mani di piromani e cementificatori. Perché questo comportamento dovrebbe essere ritenuto immorale, od anche solo meno morale? L’utile privato di questi coltivatori si sposa con quello pubblico di noi tutti meglio che se acquistassimo un coso in plastica costruito dai bambini in qualche regione dell’est asiatico. A meno che non diciate che la coltivazione di abeti è diversa dalla coltivazione di mele, ed è immorale come quello del papavero da oppio, che distrugge delle vite. Ma non si vede perché sia legittimo produrre delle mele, che verranno consumate e gettate via con soddisfazione dell’acquirente e della sua salute, e non abeti che, essi pure, soddisfano un bisogno e non danneggiano la salute. Ma gli abeti soffrono nell’essere tagliati e poi gettati. Anche le mele. E tuttavia, se nessuno mangiasse mele, ci sarebbero pochi alberi di mele sulla faccia della terra.
Al contrario, allora: preferendo alberi in plastica prodotti chissà come chissà dove rischiamo di star aiutando chi sfrutta lavoro minorile; magari poi il dono che facciamo per scaricarci la coscienza danneggia ulteriormente i piccoli produttori che andiamo a beneficare, e danneggia anche chi qui in Italia cura il bosco per produrre oggetti da rivendere (cioè, fa quel che facciamo noi tutti). In che cosa le conseguenze di queste azioni sono più morali?
Il problema è la nostra idea di ecologia, qualcosa di affettivo, basato sulla falsa idea di genuinità dei tempi antichi, utile a vendere merendine facendoci credere che sono fette della torta della nonna. Un’idea che è solo un mito delle pubblicità degli anni ’60, sopravvissuta al crollo del muro. Un’idea-fossile, limitata, che non riesce a capire la scala nella quale i fenomeni sono inseriti, e si limita a pensare a panorami da mulino bianco. Il problema è la nostra condanna del mercato, basato su una falsa idea di pauperismo che festeggia fra un po’ i duemila anni, e che ha sempre dato problemi, ovunque sia stata messa alla prova. Se queste sono le idee innovative, beh, con queste idee non sarà facile affrontare le sfide del futuro.
Ma di questo, nei pranzi di festa dominati dalla voce della televisione, e del suo padrone, parlare non si può.




