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Umiltà e umiliati. Aboliamo la scuola

Pubblicato da aggelos [OPS] su 28/01/11


Manca l’aria. Sentire tre ministri parlare di «inattitudine all’umiltà» da parte dei giovani fa mancare l’aria. Ci chiedono umiltà. Chiedono che sia superato il pregiudizio sociale verso il lavoro manuale. Ed hanno perfettamente ragione.

Il guaio è che… il guaio ha due aspetti.

Il primo guaio è che i ministri ignorano che di umiltà, in giro, fra i giovani, ce n’è tanta. Di bamboccioni che aspettano inoperosi il concorso pubblico truccato, e fino ad allora si divertono alle spalle di ma’ e pa’, io non ne ho conosciuti. Io ho conosciuto un’altra realtà, in cui con una laurea in qualche disciplina, magari di frontiera, un ragazzo od una ragazza si sono ingegnati a riconvertirsi e si sono inventati un altro lavoro. Hanno cercato un dialogo con il mercato del lavoro in Italia, senza presunzioni. Ed hanno trovato un mercato depresso, imprese piccole che non investono in ricerca, che investono poco sulle tecnologie. Centrate orgogliosamente più su quel che sanno fare che su quel che potrebbero imparare dagli altri. Un mercato con tanti diritti per alcuni, e nessuno per i giovani. Il ministro Sacconi insiste sul recupero dei lavori manuali. Ma il guaio è che i lavori del passato non hanno futuro. Al massimo valgono per piccole nicchie, legate a produzioni di alta moda. Formare alla tecnologia di oggi non avrà senso fra vent’anni, come chi si fosse formato al VHS vent’anni fa non avrebbe mercato oggi, se non si fosse nel frattempo riconvertito. La cruda verità è che in Italia abbiamo le persone del futuro, ma il lavoro del passato. Ed allora dopo la laurea o si fa la commessa ed il panettiere, mettendo da parte sogni ed aspirazioni, e vivendo il dramma della rinuncia, oppure si emigra. Noi abbiamo smesso da trent’anni di essere un paese di emigrazione di lavoratori con bassa professionalità, e l’abbiamo ritenuto un risultato importante, siamo diventati la settima potenza economica del pianeta. Ci siamo addormentati sugli allori, e siamo ormai ridivenuti un paese di emigrazione di lavoratori, ma lavoratori con alta professionalità. Lavoratori che costano tantissimo, perché formarli richiede decenni di spesa pubblica. Uno spreco enorme, che chiaramente non possiamo permetterci. Ed allora? O cambiamo il lavoro, adeguandolo alla ricchezza rappresentata dai giovani, oppure chiudiamo la scuola, perché è uno spreco insostenibile. Mi spiace dirvelo, ma i nostri governanti hanno già preso la decisione.

Ed a questo si lega il secondo guaio. Un discorso del genere suonerebbe meglio sulle labbra di chi avesse titoli per farlo. Ma se avete conquistato dei titoli, una laurea a pieni voti, un dottorato, una abilitazione, allora sentir parlare di umiltà chi ha meriti discutibili e dubbi, è umiliante. Perché lei è lì, e non un’altra, un altro? Chissà. Non sto parlando solo di un ministro in particolare, ma di tutto un ceto dirigente sotto accusa.

Ecco, i due guai sono il fatto che chi parla del futuro parla di quel che era futuro quarant’anni fa; e non ha neanche la credibilità per farlo.

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