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A Piero Ostellino

Pubblicato da aggelos [OPS] su 30/01/11

Piero Ostellino dice di sé di essere un liberale scomodo. Se il sostantivo può magari essere contestato, è invece difficile non riconoscere l’aggettivo a taluni suoi commenti. In particolare ha fatto scalpore quello, pubblicato sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, in cui parlando de «l’immagine e della dignità del Paese», ha concluso delle considerazioni che condivido con una difesa delle ragazze coinvolte nell’inchiesta dalla «barbarie» di un epiteto per «la [...] sola colpa [...] di aver fatto, eventualmente, uso del proprio corpo». L’articolo seguiva uno dedicato alla privacy dei frequentatori del Presidente del Consiglio, alle «libertà individuali» di chi entra in contatto con lui; sono preoccupazioni squisitamente libertarie che mancano del tutto il punto che se fosse pubblicato l’elenco delle telefonate di Obama o di Cameron, e vi fossero un sacco di donne, dei primi e delle seconde non si penserebbe che l’oggetto delle telefonate è sessuale. Di Berlusconi, si. E questo non per preconcetto, ma per le risultanze dell’inchiesta che, come Ostellino, spero anch’io vengano dibattute nell’unica sede legittima, il Tribunale, quello comune. Insomma, non è il giornalista parlandone a fare di qualcuno un ladro, ma l’azione del furto. E qui di azioni ce n’è a sufficienza per giudizi, come riconosce Ostellino, potenzialmente «devastanti».

Ostellino ha controreplicato dipoi citando Machiavelli, Bobbio e Croce, e la differenza fra essere e dover essere. Insomma, l’ha buttata in filosofia. ed a questo punto la risposta diventa necessaria, e dev’essere il più possibile precisa.

L’argomento di Ostellino può essere ridotto (mi corregga se sbaglio) al fatto che l’essere deve essere preferito al dover essere, e che nell’essere, da che mondo è mondo, in tanti si comportano in questo modo. Insomma, chiudiamo un occhio sul caso Berlusconi perché il comportamento è n uso; smettiamo di parlar di B. per parlare di un sistema.

Ora, anche per Machiavelli, Spinoza ed Hegel, i massimi filosofi della razionalità dell’essere, il fatto che esistano i ladri non toglie senso alla legge che punisce il furto; fuor di metafora, il comportamento di quelle donne potrà anche essere comune, può però non essere né normale né legale. Non parlo qui di moralità, alla maniera di Kant («se fosse morale, allora tutte dovrebbero farlo») perché Ostellino parla di legalità e non di moralità. Non parlo di moralità, per la quale sarei anche indulgente verso B. ed i suoi piaceri, ma di legislazione. Ora, se il principio della legislazione è l’utilità collettiva non della singola norma ma del complesso di norme (definizione accettabile per un liberale quale Stuart Mill), io sostengo che il fatto che «da che mondo è mondo, se si dovessero pubblicare le generalità di uomini e di donne dediti a certi esercizi non basterebbero le pagine degli elenchi telefonici», il fatto che «Il mondo» sia «pieno di ragazze che si concedono al professore per goderne l’indulgenza all’esame» non può essere legale se non riguarda soltanto due individui maggiorenni e consenzienti, ma anche individui terzi, danneggiati dalla pratica, la cui tutela aumenta l’output del sistema, e giustifica dunque filosoficamente la condanna legale (e non morale). In altri termini: se sono donna, e la mia collega, concedendosi, fa carriera, sono danneggiata io che ho titoli migliori (nel senso che interessano la collettività, e non il vecchio sporcaccione per 10-20 minuti), sono danneggiata doppiamente perché a questo punto se il comportamento si diffonde diventa legittimo per il professore pensare che se le altre, per andare avanti, ci stanno, allora non si vede perché io non ci debba stare, ed infine viene danneggiata la collettività, visto che magari diventa medico chi ha, come unico titolo, fatto sesso un certo numero di volte con un certo numero di persone, e non chi sa curare.

Il discorso, sinteticamente, è quello del doping. Se uno si dopa va più forte; gli altri sono danneggiati nel senso che perdono, ed anche nel senso che se non si adeguano, continuano a perdere. Insomma, la loro libertà di non doparsi viene lesa in nome della libertà di qualcun altro di far fortuna usando doti diverse da quelle che andrebbero valutate nella corsa. Il discorso è quello della corruzione, dove se chi corrompe va avanti, chi merita per le proprie doti resta danneggiato, e con lui la collettività. E non ditemi che questo non danneggia l’immagine e la dignità di un Paese.

Insomma, se nel caso del doping il pubblico non subisce alcun danno, io chiedo a Piero Ostellino: lei sarebbe tranquillo se l’anestesista che l’addormenta prima di un’operazione chirurgica ha quel lavoro perché si è conquistata l’indulgenza del professore la sera prima dell’esame, un certo numero di volte? Mi risponda si, ed io non le crederò.

P.S.: e per favore, la prossima volta non tiri per la giacchetta un Machiavelli conosciuto scolasticamente (lei cita il Principe, non conosce i Discorsi), e più ancora un Bobbio ed un Croce, per difendere l’entourage del premier in questa sporca vicenda. Grazie. Sentitamente grazie.

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Flaccido

Pubblicato da aggelos [OPS] su 29/01/11

Pare che sia un predicato riferibile ai glutei dell’attuale primo ministro italiano. Tralasciando come non interessante la questione della corrispondenza fra aggettivo e realtà (anche senza una verifica empirica, la cosa non è particolarmente incredibile, data l’età), ne parlo perché questa vicenda segna una tappa nella comprensione della psicologia dell’uomo che governa uno dei paesi più problematici d’Europa.

Berlusconi è un uomo solo. Come tanti con una mentalità all’antica, ha inteso l’affetto come legato ad un dono, ed ha inteso il dono come un dono materiale. Forse perché si è realizzato nel lavoro ed ha avuto poco tempo per cercare un altro linguaggio affettivo che non fosse legato alla disponibilità materiale. Forse perché l’aumentata disponibilità materiale era, di per se stesso, gratificante per chi era partito da poco ed ora poteva permettersi tanto, Berlusconi ha finito per realizzarsi nell’acquisire, ed ha legato a sé le persone tramite contratti e/o doni. Magari si è anche illuso di essere amato; forse sapeva di essere circondato da attenzioni nel limite e nella misura in cui poteva legarli a sé. Certo questa storia, dall’amico che lo prende per un bancomat a quella che lo ritiene un vecchio assai poco muscolare, mette allo scoperto le ipocrisie che circondano un uomo solo.

Un uomo solo al potere, circondato da persone che san solo dirgli di si perché sono lo specchio della sua volontà, della sua potenza. Non è la prima volta che accade, non è la prima nazione, non è neanche del tutto negativo, quando questo permette di realizzare degli obbiettivi. Walpole ebbe un controllo tale sull’Inghilterra, da quasi estinguere il partito tory; e l’Inghilterra iniziò la sua marcia per dominare il mondo. Ma Berlusconi non è Walpole. E non per questioni di moralità, ma per risultati. Berlusconi è un uomo solo, ma se anche questo limite non lo ostacola troppo in politica interna, date le divisioni fra i suoi avversarî, questo limite è invece enorme in politica internazionale. Berlusconi supera quest’isolamento replicando il linguaggio che sa usare; ed il suo linguaggio trova consonanti altri leaders che –tramontato Bush– non sono proprio quelli del mondo evoluto, occidentale. Berlusconi parla con Putin, con Gheddafi, con Lukašenko. Allo stesso modo, Stalin trovava un interlocutore in Hitler perché non riusciva a trovarne nelle élites francesi ed inglesi. Mussolini aveva la stessa fascinazione, con alla base la stessa esigenza. Ovviamente noi oggi non rischiamo, a livello collettivo, gli stessi problemi che ci derivarono dall’aver scelto quel partner politico-militare nella seconda guerra mondiale. Ma certamente è un ulteriore segno del fatto che le nostre élites non parlano la lingua del mondo occidentale (che cercano lo sviluppo legandolo alla libertà individuale e collettiva), bensì al mondo che insiste sull’autorità, sul comando. Le nostre élites parlano non al mondo della legge, ma dell’arbitrio. Non al mondo delle sfide, ma a quello del rispetto dell’età.

Auguri. A noi. Tanti.

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Umiltà e umiliati. Aboliamo la scuola

Pubblicato da aggelos [OPS] su 28/01/11

Manca l’aria. Sentire tre ministri parlare di «inattitudine all’umiltà» da parte dei giovani fa mancare l’aria. Ci chiedono umiltà. Chiedono che sia superato il pregiudizio sociale verso il lavoro manuale. Ed hanno perfettamente ragione.

Il guaio è che… il guaio ha due aspetti.

Il primo guaio è che i ministri ignorano che di umiltà, in giro, fra i giovani, ce n’è tanta. Di bamboccioni che aspettano inoperosi il concorso pubblico truccato, e fino ad allora si divertono alle spalle di ma’ e pa’, io non ne ho conosciuti. Io ho conosciuto un’altra realtà, in cui con una laurea in qualche disciplina, magari di frontiera, un ragazzo od una ragazza si sono ingegnati a riconvertirsi e si sono inventati un altro lavoro. Hanno cercato un dialogo con il mercato del lavoro in Italia, senza presunzioni. Ed hanno trovato un mercato depresso, imprese piccole che non investono in ricerca, che investono poco sulle tecnologie. Centrate orgogliosamente più su quel che sanno fare che su quel che potrebbero imparare dagli altri. Un mercato con tanti diritti per alcuni, e nessuno per i giovani. Il ministro Sacconi insiste sul recupero dei lavori manuali. Ma il guaio è che i lavori del passato non hanno futuro. Al massimo valgono per piccole nicchie, legate a produzioni di alta moda. Formare alla tecnologia di oggi non avrà senso fra vent’anni, come chi si fosse formato al VHS vent’anni fa non avrebbe mercato oggi, se non si fosse nel frattempo riconvertito. La cruda verità è che in Italia abbiamo le persone del futuro, ma il lavoro del passato. Ed allora dopo la laurea o si fa la commessa ed il panettiere, mettendo da parte sogni ed aspirazioni, e vivendo il dramma della rinuncia, oppure si emigra. Noi abbiamo smesso da trent’anni di essere un paese di emigrazione di lavoratori con bassa professionalità, e l’abbiamo ritenuto un risultato importante, siamo diventati la settima potenza economica del pianeta. Ci siamo addormentati sugli allori, e siamo ormai ridivenuti un paese di emigrazione di lavoratori, ma lavoratori con alta professionalità. Lavoratori che costano tantissimo, perché formarli richiede decenni di spesa pubblica. Uno spreco enorme, che chiaramente non possiamo permetterci. Ed allora? O cambiamo il lavoro, adeguandolo alla ricchezza rappresentata dai giovani, oppure chiudiamo la scuola, perché è uno spreco insostenibile. Mi spiace dirvelo, ma i nostri governanti hanno già preso la decisione.

Ed a questo si lega il secondo guaio. Un discorso del genere suonerebbe meglio sulle labbra di chi avesse titoli per farlo. Ma se avete conquistato dei titoli, una laurea a pieni voti, un dottorato, una abilitazione, allora sentir parlare di umiltà chi ha meriti discutibili e dubbi, è umiliante. Perché lei è lì, e non un’altra, un altro? Chissà. Non sto parlando solo di un ministro in particolare, ma di tutto un ceto dirigente sotto accusa.

Ecco, i due guai sono il fatto che chi parla del futuro parla di quel che era futuro quarant’anni fa; e non ha neanche la credibilità per farlo.

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Asfissia

Pubblicato da aggelos [OPS] su 27/01/11

Non siamo arrivati alla fine di un regime che gli scandali non possono indebolire perché non si basa più sulla trasmissione di un sogno, ma su un’alleanza di potere. Alleanza che sembra reggere il paese molto meglio di come Robespierre poté reggere la Francia durante il Terrore: Robespierre, a furia di ghigliottinare dissenzienti, si fragilizzò e perse la testa; Lui no. Siamo tutti un po’ stanchi di tutto questo fango, di questa situazione al di là dell’imbarazzo, ma questo non consiglia al premier un passo indietro, quanto, piuttosto, una prevedibile controffensiva fangosa su qualcun altro.

Manca l’aria.

Manca l’aria sui giornali, i vecchi giornali della borghesia conservatrice dove una famosa penna descrive la corte dei miracoli di cui di è circondato il premier mettendo in mostra l’ingratitudine di questi nani e ballerine, senza però un accenno al fatto che una corte del genere, il premier, se l’è scelta con cura, perché erano gli unici che non gli avrebbero mai detto un «ni», gli unici compatibili con il suo ego. E se si è rivelata pessima, questa corte, le responsabilità sono sue, del premier-re. Ma anche  di chi non ha la forza di scrivere una critica, e fa dunque idealmente parte della logica della corte.

Manca l’aria nella Chiesa cattolica. All’epoca di Pio XII si disse che la preoccupazione di tutti quegli ebrei nascosti nei conventi fece tacere il Papa, gli sconsigliò una condanna forte degli orrori del nazismo. Scelta difficile, anche condivisibile, che il papato paga ancor oggi. Ma oggi, quali sono gli ostaggî in mano al premier, che impediscono ai vescovi di parlare? Almeno la furbizia di saltar via dalla nave prima che affondi, non l’hanno più, oltretevere? A Pio XII fu perdonato il silenzio perché vi era una chiesa fortissima, in Italia, diffusa capillarmente, che aveva nel papa l’unico punto di riferimento. Oggi non ci son più neanche i preti, sono rimaste solo le scuole materne delle suore, e forse servirebbe il coraggio di liberarsi da un fardello che, via sgravî fiscali, limita la libertà del magistero. Giusto per non rischiare di non aver nulla da opporre allo zapaterismo. Ed ammesso che sia rimasto, là, oltretevere, qualcosa da insegnare.

Manca l’aria nell’imprenditoria. In quel ceto che rappresenta il dinamismo di questo paese. Certo, c’è chi ha visto le condizioni propizie per scardinare un sistema politico-sindacale che durava da quasi mezzo secolo, e ne ha approfittato. Ma gli altri? Si lamentano. Si prevede una ripresa potente, alla quale l’Italia non parteciperà. Ma voi, scusate, cosa avete fatto per sperare di partecipare alla ripresa? Avete fatto, nel frattempo, ricerca e sviluppo, o vi siete limitati a borse di pelle di nuova foggia? E se vi siete limitati a questo, sapendo bene che in Vietnam le sanno fare uguali ad un centesimo del vostro prezzo, allora perché vi lamentate? ma ecco, anche voi vivete di sussidî, ed i soldi di tutti vi fanno comodo, e comodo vi fa il loro liberale elargitore.

Manca l’aria, in questo paese. Manca l’aria.

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La moralità degli alberi di natale

Pubblicato da aggelos [OPS] su 8/12/09

Un tempo nei pranzi di festa a farla da padrone erano le chiacchiere noiose attorno al ragù. Oggi capita sempre più spesso che, quando la famiglia è riunita, a farla da padrone sia la voce della televisione esattamente come in tutti gli altri giorni. In fondo, se ci annoiano le chiacchiere dei nostri figli, perché dovremmo star a sentire di buona voglia quella di parenti anche più lontani?

Così è capitato anche a me di sentire una presentatrice televisiva, maître à penser del pubblico di Rai Uno, proporre al suo pubblico la moralità degli alberi di natale in plastica contro l’immoralità dell’uso di quelli veri.

Gli abeti in plastica costano di meno. Se i soldi che risparmiamo li utilizziamo per opere di bene, allora posso anche ammettere (e non concedere) la moralità del giudizio. Ma in questo caso, io trovo l’abete vero egualmente morale e più ecologico di quello in plastica, abbia esso o meno le radici.

Ammettiamo che i soldi che risparmiamo li usiamo per finanziare opere di bene. Molto spesso questi soldi servono a tenere in piedi l’organizzazione umanitaria, o vengono usati per distruggere un mercato locale facendogli piovere addosso aiuti che abbattono gli utili dei produttori locali. Invece, se noi acquistiamo un albero vero, con quei soldi in più che spendiamo rispetto ad un albero in plastica o stoffa andiamo a finanziare gente che, anziché patate e mele, coltiva alberi di natale, cioè strumenti che diminuiscono il CO2, e che garantiscono che un bosco venga curato, e non abbandonato nelle mani di piromani e cementificatori. Perché questo comportamento dovrebbe essere ritenuto immorale, od anche solo meno morale? L’utile privato di questi coltivatori si sposa con quello pubblico di noi tutti meglio che se acquistassimo un coso in plastica costruito dai bambini in qualche regione dell’est asiatico. A meno che non diciate che la coltivazione di abeti è diversa dalla coltivazione di mele, ed è immorale come quello del papavero da oppio, che distrugge delle vite. Ma non si vede perché sia legittimo produrre delle mele, che verranno consumate e gettate via con soddisfazione dell’acquirente e della sua salute, e non abeti che, essi pure, soddisfano un bisogno e non danneggiano la salute. Ma gli abeti soffrono nell’essere tagliati e poi gettati. Anche le mele. E tuttavia, se nessuno mangiasse mele, ci sarebbero pochi alberi di mele sulla faccia della terra.

Al contrario, allora: preferendo alberi in plastica prodotti chissà come chissà dove rischiamo di star aiutando chi sfrutta lavoro minorile; magari poi il dono che facciamo per scaricarci la coscienza danneggia ulteriormente i piccoli produttori che andiamo a beneficare, e danneggia anche chi qui in Italia cura il bosco per produrre oggetti da rivendere (cioè, fa quel che facciamo noi tutti). In che cosa le conseguenze di queste azioni sono più morali?

Il problema è la nostra idea di ecologia, qualcosa di affettivo, basato sulla falsa idea di genuinità dei tempi antichi, utile a vendere merendine facendoci credere che sono fette della torta della nonna. Un’idea che è solo un mito delle pubblicità degli anni ’60, sopravvissuta al crollo del muro. Un’idea-fossile, limitata, che non riesce a capire la scala nella quale i fenomeni sono inseriti, e si limita a pensare a panorami da mulino bianco. Il problema è la nostra condanna del mercato, basato su una falsa idea di pauperismo che festeggia fra un po’ i duemila anni, e che ha sempre dato problemi, ovunque sia stata messa alla prova. Se queste sono le idee innovative, beh, con queste idee non sarà facile affrontare le sfide del futuro.

Ma di questo, nei pranzi di festa dominati dalla voce della televisione, e del suo padrone, parlare non si può.

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Le scuse di Mr. F. a Dino Boffo

Pubblicato da aggelos [OPS] su 4/12/09

Come tutti sapete, mesi fa il direttore di un giornale che, se non proprio filo-governativo, certo non si era illustrato per l’attivismo nel pubblicare notizie, sia pur documentate, che potevano danneggiare il premier, ha subìto un attacco violentissimo da parte dei media di quest’ultimo, che l’hanno costretto alle dimissioni. Lo smarrimento di quest’uomo che, dopo aver lungamente censurate le notizie che correvano per il mondo, è stato fatto oggetto di un attacco di inaudita violenza per un commento ad una lettera, in bella vista nella penultima pagina, è stato impressionante. «Perché –pareva dicesse– ve la prendete proprio con me, che sono un vostro alleato, e non con i giornalisti vostri avversarî?».
A mesi di distanza, l’autore dell’aggressione fa macchine indietro, e l’aggredito –un tempo qualificato di epiteti poco gentili, il più leggero fra i quali ricordava il “sepolcro imbiancato” che un altro Giudice riservava ai «moralisti senza titolo»– è ora descritto come una persona ammirabile, un «giornalista prestigioso e apprezzato», accusato per una «bagattella», che, per giunta, «non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Insomma, un’aggressione violentissima che ha bruciato la vita di una persona, basata su un falso.
Ce n’è a sufficienza per delle scuse, come ha titolato la disinformata stampa nazionale. Le scuse, in realtà, non ci sono, ed infatti i vescovi, aggrediti per interposto direttore, lo sanno e parlano non di scuse tardive, ma di ammissioni tardive. La ragione è semplice: l’autore delle ammissioni tardive, le scuse, non sa come scriverle. Non che non ci abbia provato, onestamente. Il fatto è che il termine manca al suo dizionario, e se ci entra, è perché glielo impone un giudice, in una causa per diffamazione. Se il giudice gli scrive la traccia, e controlla che lui non aggiunga o tolga nulla, allora lui le firma, le scuse, come altre volte ha dimostrato, pur di salvare al suo editore l’imbarazzo del risarcimento.
Ora, grazie a mezzi che non vi spieghiamo, noi siamo entrati in possesso di varie bozze della lettera di scuse che il signor F. non ha scritto al signor Dino Boffo.
Eccovi il testo. Fra [] le frasi cancellate, fra<> quelle interpolate

Dino mio carissimo,
lo so che non vuoi parlarmi, che l’ultima volta mi hai sbattuto il telefono in faccia dicendomi di parlare coi tuoi avvocati. [Mi disp] Lo sai che in quel che è successo io non ho colpa. Sono quelli che ti volevano male che hanno orchestrato tutto, e mi hanno passato l’informativa. Io avrei dovuto controllarla, mi dirai. È vero, [scus] è vero, non è colpa mia, i miei collaboratori non l’hanno fatto, bestie che non son altro. Ma io sono il direttore responsabile, mi dirai. Me lo stan ripetendo anche gli avvocati, in questi giorni, non ti dico che [par di pal] noia. Ma siamo onesti, tu conosci il mondo a sufficienza da sapere che, se un giornalista pubblica notizie false, perde la faccia, i lettori, il posto. Epperò non devo ripeterti che il mio non è giornalismo. Chi lo chiama squadrismo a mezzo stampa usa un gergo vieto e sinistro e sinistrorso. Chi mi dà dello squadrista, chi dice che dovrei essere radiato è un[a testa di c] <un>o stupido. Tu lo sai che per me non valgono le stesse regole e canoni di giudizio. Io sono stato rimesso a dirigere il mio giornale con un obbiettivo preciso, che non era ovviamente quello di tornare alle 250mila copie vendute. Al mio editore questo interessa poco. L’obbiettivo del mio editore era quello di far vedere che le sue presunte scappatelle, che gli stupidi moralisti italici trovano inaccettabili –come se loro fossero vissuti finora a Londra o Stoccolma, e non a Roma o Milano– erano le scappatelle di tutti gli italiani. Che ad andare a scavare nella vita privata di ognuno, nessuno era salvo, nessuno al di sopra del sospetto. Onestamente ho, per l’amicizia che sai ci lega, cercato di trovare panni sporchi in casa altrui. Ho trovato quella tua bazzecola, l’editore premeva, tu poi ti ci metti coi tuoi petardi, io l’ho pubblicata. I miei lettori hanno tirato un sospiro di sollievo. Perché al di là del mio editore, che ha la moralità media degl’italiani, devi pensare anche ai miei duecentomila lettori, che leggono qualsiasi cosa, purché difenda il loro idolo. Non sono lettori come quelli degli altri giornali, no, sono fan di una pop star, o curvaioli di una squadra di calcio. Avevano bisogno di una notizia, anche falsa, pur di uscire dal ghetto mediatico. Gliel’ho fornita, me ne sono grati. Editore, e lettori. Inoltre gli altri giornalisti, dopo aver visto quel che costava lasciarsi andare ad una piccolissima critica, hanno soppesato molto più le parole. Ed anche di questo i miei lettori, per non citare l’editore (quello vero, non suo fratello) me ne è grato. E se mi è grato lui, altro che radiazione dall’ordine! Tu mi dirai che questo colpirne uno per educarne cento ti fa schifo. Ti capisco, dacché sei tu ad esserne colpito. Ma i lettori ne hanno bisogno. Non che siano disonesti, ma trovano odioso che qualcuno si presenti come onesto, perché sotto sotto siamo disonesti tutti. Tutti presumibilmente rubano, perché non dovremmo farlo anche noi? Se il moralista riuscisse davvero a far credere che la premessa di questo ragionamento sia falsa, che ne sarebbe più della ricchezza dell’Italia? Dove andrebbe a finire il PIL? Mi dirai che non t’importa. Che sopra qualsiasi pubblico ci sono i diritti degli individui a vedersi risarciti i danni. E che quelli che vuoi risarciti tu, sono molto grossi. Ma io proprio non ti capisco, eddài. Prendertela così tanto per una bagattella. Ma fammi il piacere. Se all’epoca, anziché fare il reticente, anziché segretare il fascicolo, lo avessi reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo, io ci avrei fatto una figura barbina, ed il tuo pubblico sarebbe stato contento. Invece no, vuoi farti una pensione d’oro. Come se fossi stato io, a cacciarti via, e non quel pandemonio –che io proprio non prevedevo– perché i giornali e le televisioni si scatenarono contro di te sollevando un polverone ingiustificato. Pigliatela con loro, no? Senti. Se io ammetto urbi et orbe che no, non sei [uno schifoso finocchio] un omosessuale, me la dimezzi la richiesta di risarcimento?

Con affetto.

V.F.

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Decreto insicurezza

Pubblicato da aggelos [OPS] su 12/08/09

È recente ed è triste la notizia che un immigrato irregolare, che aveva fatto arrestare dei rapinatori, è stato condannato ad una pesantissima multa ed ha ricevuto un decreto di espulsione. È triste non solo per ragioni umanitarie, per quel sentimento di umanità che ci fa inorridire di fronte all’ingiustizia. Ma ce ne son così tante d’ingiustizie in italia, che non si inorridisce più per questo.
No, è una notizia triste per i panciuti borghesi e per i residui operai che votano Berlusconi e Lega. Provo a spiegarmi.
Se io, immigrato irregolare, non posso più contare sullo Stato perché mi aiuti a ricevere giustizia, allora subirò l’ingiustizia senza denunciarla. Ottimo!, mi diranno gli stupidi xenofobi interessati solo a rendere la vita impossibile al prossimo. Mica tanto, rispondo io. Perché se non ho proprio nessun interesse a denunciarla, allora la malavita ha trovato una fetta di umanità da schiavizzare, sulla cui pelle ingrassare in sicurezza, come i camorristi sui napoletani, i mafiosi sui siciliani, ci saranno solo più criminali impuniti per i lombardi. Ed il fatto d’essere impunita se tocca gl’immigrati li farà specializzare su questi, e risparmierà le ville e le borsette dei leghisti? Liberi di dirlo, non di crederci. Primo autogoal di questa legge. Passiamo al secondo.
Se io subisco un’ingiustizia e non posso rivolgermi allo stato, allora cercherò di farmi giustizia da solo. E così il decreto insicurezza ci riporta indietro di qualche secolo, ed aumenta soltanto il livello di violenza e di marginalità di moltissime persone. Chi avrebbe potuto restare onesto aumenterà le file dei disonesti per difendersi da questi. Il che non li aiuterà ad integrarsi, e non renderà più sicure villette e borsette di chi vota Lega. Secondo autogoal, passiamo al terzo.
Se ho subito un’ingiustizia e devo farmi giustizia con le mie mani, magari troverò soccorso in un padrino che mi aiuti a farmi giustizia, o che la faccia al posto mio. Questo accadde ai siciliani in italia, agli italiani in america; accadrà agli immigrati in italia. Creeremo tante mafie che si faranno guerra l’una contro l’altra. E se questo non aumentasse la sicurezza dei leghisti, sarebbe solo uno splendido feedback, qualcosa di prossimo alla giustizia delle cose. Purtroppo, questo non aumeterà neanche la sicurezza di chi non vota Lega.
Siamo la generazione che paga gli errori degli altri. Che dovrà vergognarsi dei lager, degli orrori inumani che vi si perpetrano, che ne sarà macchiata anche senza averlo voluto. Ma quando tocca pagare anche la stupidità di chi i cervelli li fa fuggire, allora brucia ancora di più.

P.S.: Se io, immigrato irregolare, assisto ad uno stupro, ad un incidente stradale con omissione di soccorso, ad uno scippo, una volta metabolizzata in pieno questa notizia, di sicuro non mi fermerò a dire ai carabinieri la targa, o com’erano fatti i malviventi. No, scapperò a gambe levate in direzione opposta. Quattro a zero, la Ragione batte la Lega. Il problema è che la Ragione non è di quelle statue di bronzo che fan mostra di sé nei luoghi pubblici. La Ragione, in un modo o nell’altro, il suo conto salato alla Stupidità (della legge o della spada) lo fa sempre pagare.

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