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Decreto insicurezza

Pubblicato da aggelos [OPS] su 12/08/09

È recente ed è triste la notizia che un immigrato irregolare, che aveva fatto arrestare dei rapinatori, è stato condannato ad una pesantissima multa ed ha ricevuto un decreto di espulsione. È triste non solo per ragioni umanitarie, per quel sentimento di umanità che ci fa inorridire di fronte all’ingiustizia. Ma ce ne son così tante d’ingiustizie in italia, che non si inorridisce più per questo.
No, è una notizia triste per i panciuti borghesi e per i residui operai che votano Berlusconi e Lega. Provo a spiegarmi.
Se io, immigrato irregolare, non posso più contare sullo Stato perché mi aiuti a ricevere giustizia, allora subirò l’ingiustizia senza denunciarla. Ottimo!, mi diranno gli stupidi xenofobi interessati solo a rendere la vita impossibile al prossimo. Mica tanto, rispondo io. Perché se non ho proprio nessun interesse a denunciarla, allora la malavita ha trovato una fetta di umanità da schiavizzare, sulla cui pelle ingrassare in sicurezza, come i camorristi sui napoletani, i mafiosi sui siciliani, ci saranno solo più criminali impuniti per i lombardi. Ed il fatto d’essere impunita se tocca gl’immigrati li farà specializzare su questi, e risparmierà le ville e le borsette dei leghisti? Liberi di dirlo, non di crederci. Primo autogoal di questa legge. Passiamo al secondo.
Se io subisco un’ingiustizia e non posso rivolgermi allo stato, allora cercherò di farmi giustizia da solo. E così il decreto insicurezza ci riporta indietro di qualche secolo, ed aumenta soltanto il livello di violenza e di marginalità di moltissime persone. Chi avrebbe potuto restare onesto aumenterà le file dei disonesti per difendersi da questi. Il che non li aiuterà ad integrarsi, e non renderà più sicure villette e borsette di chi vota Lega. Secondo autogoal, passiamo al terzo.
Se ho subito un’ingiustizia e devo farmi giustizia con le mie mani, magari troverò soccorso in un padrino che mi aiuti a farmi giustizia, o che la faccia al posto mio. Questo accadde ai siciliani in italia, agli italiani in america; accadrà agli immigrati in italia. Creeremo tante mafie che si faranno guerra l’una contro l’altra. E se questo non aumentasse la sicurezza dei leghisti, sarebbe solo uno splendido feedback, qualcosa di prossimo alla giustizia delle cose. Purtroppo, questo non aumeterà neanche la sicurezza di chi non vota Lega.
Siamo la generazione che paga gli errori degli altri. Che dovrà vergognarsi dei lager, degli orrori inumani che vi si perpetrano, che ne sarà macchiata anche senza averlo voluto. Ma quando tocca pagare anche la stupidità di chi i cervelli li fa fuggire, allora brucia ancora di più.

P.S.: Se io, immigrato irregolare, assisto ad uno stupro, ad un incidente stradale con omissione di soccorso, ad uno scippo, una volta metabolizzata in pieno questa notizia, di sicuro non mi fermerò a dire ai carabinieri la targa, o com’erano fatti i malviventi. No, scapperò a gambe levate in direzione opposta. Quattro a zero, la Ragione batte la Lega. Il problema è che la Ragione non è di quelle statue di bronzo che fan mostra di sé nei luoghi pubblici. La Ragione, in un modo o nell’altro, il suo conto salato alla Stupidità (della legge o della spada) lo fa sempre pagare.

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Partorire orfani. Perché?

Pubblicato da aggelos [OPS] su 16/07/09

Maria del Carmen Bousada de Lara. Nome spagnolo, lungo mezzo rigo, come i nomi francesi prima della rivoluzione, quando tutti portavano la parrucca e tanti si facevano chiamare marchese anche quando non lo erano … così, per una sorta di decoro sociale. D’altro canto, ogni epoca ha le sue convinzioni su cosa sia decoroso, e che cosa, mancandoci, ci crei una forma di vergogna sociale.
Di Maria del Carmen Bousada de Lara so poco. Giusto qualche numero. E qui farò il ritratto di quei numeri.
Maria del Carmen Bousada de Lara aveva circa 70 anni. Quand’è nata lei, Mussolini, Hitler, Franco, Stalin, incoraggiavano le famiglie a mettere al mondo figli, ché le mitragliatrici ne consumavano così tanti ad ogni attacco, c’era bisogno di averne tanti di scorta per costruire gl’imperi che andassero di qua e di là del mare. Uno stimolo culturale che in Spagna è durato più che in Italia, data la maggiore longevità del fascismo spagnolo.
Ma Maria del Carmen Bousada de Lara era anche stata partorita da una madre 40enne. Probabilmente ultima figlia, destinata dalla famiglia a fare da badante alla mamma, che ha avuto la bella pensata di morire più che centenaria. Ma d’altro canto, se nell’Italia di oggi la famiglia con figli viene sacrificata alla pensione del nonno, nel mondo di un tempo l’ultimo figlio veniva sacrificato ad accudire gli anziani, e fortissima era la pressione sociale su quest’ultimo, per evitare che non fuggisse ad obblighi non liberamente accettati, e gli anziani non finissero sulla strada a mendicare un tozzo di pane. Quando lo stato sociale manca od è distorto, sono sempre gli ultimi che ne fanno le spese, e gli altri non è che vivano tanto bene.
Dopo la morte della genitrice, Maria ha cercato di coronare il suo unico sogno vitale: mettere al mondo dei figli. Lo ha fatto in una clinica statunitense, ché anche in Spagna era vietato. Ed ora che muore di tumore, li lascia orfani a 3 anni.
In questa storia piena di orrori, in cui provo tenerezza per tutte le vittime, per Maria e per i suoi figli, mi chiedo solo se prima di morire Maria non sia stata presa dall’angoscia, di aver generato degli orfani.
Io credo che li amasse. Che la forma di narcisismo cui aveva ceduto partorendoli fosse comunque umana. E quindi sono certo che ne abbia sofferto.
I medici che l’hanno aiutata, che hanno invece ceduto al narcisismo della fama e del dollaro, credo che abbiano paura essi pure. Di perdere clienti. Forse.

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Gentaglia e bella gente

Pubblicato da aggelos [OPS] su 20/05/09

Chiuso nel traffico, ieri, faccio zapping sulla radio. E così mi capita di sentire gli aggiornamenti di una tizia che, su Radio Kiss Kiss, m’informa che a Torino ci sono dei disordini fra forze dell’ordine e manifestanti. La tizia non spende una sola parola sulla notizia (è una scampagnata fra 40 rettori di tutto il mondo che vengono a parlare di «sviluppo sostenibile e responsabile in cui gli aspetti economici, ambientali, etici e sociali siano intrecciati»; qualcuno l’ha chiamata «G8 dei rettori» e questo ha attirato no-global e idioti come le mosche); la tizia non dice che alla manifestazione partecipavano «ondini», per protestare contro lo scempio che il governo sta facendo alla nostra istruzione pubblica a solo vantaggio di quella privata, dei soliti amici degli amici; la tizia dice che «in fondo, non è poi che tutti gli studenti partecipino a queste proteste», e conclude qualificando i manifestanti coll’epiteto «gentaglia».

Ora, iniziamo col dire che il progresso si gioca sulle idee, sulla capacità di produrre il nuovo piuttosto che su quella di produrre un oggetto. La General Motors produce oggetti non nuovi, e sta per fare bancarotta; la Fiat dice di avere delle nuove idee, ed al momento viaggia in acque meno turbolente. Se il progresso viene dalle nuove idee, per avere idee nuove bisogna studiare, perché è finito il tempo in cui le invenzioni erano alla portata del primo che capitava. E quelli che portano avanti il progresso, noi, da dieci e più anni, non solo non li attiriamo, ma li facciamo fuggire. La Turchia attira più laureati di noi, e ne fa fuggire meno.

Detto questo, ora qualche considerazione

  • Agli ondini, che protestano a favore della ricerca: riuscire a bucare l’attenzione televisiva, in un regime basato sul controllo a quiz armato dell’informazione, è difficilissimo. Anche se vi deste fuoco, e nessuno ne parlasse, sareste dei martiri di una non chiesa, dei non-martiri. Auguri a voi ed all’Italia, che mandando all’estero i suoi cervelli si ritroverà a produrre solo borsette e vestiti, che ormai copiano benissimo in tutto il mondo. Ma siamo un paese di vecchi, che ormai pensano solo «dopo di noi il diluvio». E dal diluvio toccherà a noi, uscirne. :-(
  • Alla `giornalista’: ragazza mia, se non sai niente, e parli solo perché in regia hanno bisogno di uno stacco fra una canzonetta ed un’altra, allora forse è meglio se parli di cinema e gossip. Eviti che gli informati pensino di te che fai parte della «gentaglia» dei disinformatori. Pensaci (se sei capace).
  • Ai no-global: ormai, se avete a cuore una battaglia, è meglio che con quella non siate mischiati, sennò quella battaglia è persa. Questo non è solo colpa della gentaglia dei giornalisti, ma anche vostra. È perché, per essere un movimento non violento, avete espresso tanta di quella violenza, avete raccolto tanto giustissimo discredito, che è ormai l’ora di una seria riflessione. Pronunciate parole più vecchie di quelle di quelli che combattete, le vostre idee sono vecchie, inadeguate; sono vecchie le vostre bandiere. Li avete aiutati a trasformarvi in macchiette, siete diventati la quinta colonna della reazione. O cambiate radicalmente, avete il coraggio di pensare con onestà ai vostri errori in un mondo mediatico, od ormai una lotta per un mondo migliore dovrà fare a meno del vostro appoggio. Pensateci (se siete capaci).

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Stasera non ceno per M.

Pubblicato da aggelos [OPS] su 7/05/09

M. si è impiccata. Con un golf, alla doccia. La settimana prossima l’avrebbero rimpatriata in Tunisia. Dopo 30 (trenta) anni passati in Italia, all’alba dei suoi cinquant’anni M. l’avrà sentito come un tradimento. Come un progetto di vita, fatto nel posto sbagliato, come quel seme che fa nascere un fiore tra le fessure dell’asfalto d’una strada.

Ho vissuto da immigrato in altri paesi, ad un certo punto senti quel luogo come una tua seconda patria. Ed una seconda patria che ti sbatta in un CIE e ti espella, insensibile a più di mezza vita passata in quei luoghi, è una seconda patria che tradisce.

Stasera non ceno non per solidarietà con le donne, che fanno lo sciopero della fame contro la Croce Rossa, gestore del Lager dove M. è morta. Stasera non ceno perché ho vissuto come straniero, e sono stato accolto. Integrato. Sono tornato in Italia, e mi tocca assistere a questo. E mi vergogno.

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Brunetta e la «mitologia» sui precarî

Pubblicato da aggelos [OPS] su 6/05/09

Al ministro Renato Brunetta, la «mitologia» del precario, che va di moda nell’attuale letteratura e filmografia, «fa “letteralmente schifo”, quando non gli “fa venire l’ortica­ria”». «I precari-ha spiegato il mi­nistro-non possono e non devo­no essere una classe sociale, ma una forma di passaggio».

Si, signor ministro, lei avrebbe ragione se il pensiero di Marco Biagi, ispiratore della legge che da lui e dalla sua morte presero il nome, fosse stato applicato. Parlava di «flessibilità» come opposta alla «precarietà», Biagi. A fare la differenza fra gli stimoli a cambiare lavoro, ed il terrore di perdere il lavoro, c’era l’intervento statale di riqualificazione del lavoratore, la parallela flessibilità dei mutui e di tutte le spese fisse, l’aiuto collettivo per crescere sereni i figli nonostante qualche periodo di disoccupazione. Se c’è questo, allora si affronta con minor paura un cambiamento, ed il lavoro è flessibile. Ma se questo non c’è, e resta la rata del mutuo, e restano le bollette, ed il pulmino e la mensa per il bambino da pagare, e di nuovo una telefonata a pa’ da fare, perché mandi i soldi… allora il lavoro non tutelato, quello di quasi tutti i giovani, non è flessibile, è precario. E quando questo dramma accomuna una generazione, un po’ come la guerra ed i mondiali del ‘66, allora di questo è lecitissimo, è naturale fare letteratura. Sarebbe strano non accedesse, sarebbe indizio di censura, se non accadesse.

Allora, signor ministro, si curi l’orticaria, che è più facile da reprimere del senso di vergogna, che credo lei ed i suoi colleghi dovreste provare di fronte a quella che è, a tutti gli effetti, precarietà. Eterna, ineludibile precarietà.

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Siamo pur sempre coinvolti

Pubblicato da aggelos [OPS] su 19/02/09

Dieci anni un mese ed una settimana fa un tumore, figlio delle sue eterne sigarette, a loro volta figlie della sua insicurezza, si portava via Fabrizio De André, il più grande poeta fra i cantautori italiani. Data inconsueta per ricordare un morto (di solito si celebrano il decennio, ventennio, secolo della data di nascita o morte, non il decennio + 38 giorni), lo faccio oggi perché gli organizzatori del Festival di Sanremo hanno deciso una celebrazione del decennio della morte, il giorno però della nascita, cadendo questo a fagiolo con la loro kermesse canora.
Ho avuto paura, vedendo scendere la PFM a cantare De André. Ho avuto paura perché De André è stato un cantante politico, è vero, ed il più grande fra questi, ma non un banale cantante politico. Nelle sue canzoni ha cantato gli emarginati, i diversi, i condannati dal senso comune. Le sue prostitute, i suoi vicoli, abitati da bambine le cui «capacità» verranno accresciute dall’«esperienza» con chi le condanna di giorno, e sbava loro dietro di notte, aspettando il 27; i suoi rom; le sue donne “libere” di amare condannate da cagnette e da chi dispensa saggezza perché «non può più dare il cattivo esempio»; i suoi drogati e bombaroli fanno di De André un cantante scomodissimo per i temi cantati. Eppurtuttavia non è facile, per la bellezza dei testi e della musica, non cantare delle canzoni immortali, in cui anche verso quelli che il poeta condanna, i giudici, incarnazione e mano armata dei nostri pregiudizi, e tutti noi «signori benpensanti» che abbiamo paura ad aprire le porte a chi scappa dalle pantere, e vogliamo tuttavia crederci assolti, vi è una condanna mista a pietà, per le nostre miserie. Noi, coi nostri santi sempre pronti a benedire i nostri sforzi per il pane, con il nostro bambino biondo a cui abbiamo donato una pistola per Natale, [...] e gli occhiali che fra un po’ dovremo cambiare, noi, noi com’è che non riusciamo più a volare*?

Ecco, io, bambino cresciuto da mia madré con La guerra di Piero, ho avuto paura che, in un contenitore così commerciale e perbenista, De André fosse ricordato per le sue bellissime canzoni d’amore, normalizzato, e quindi in fondo dimenticato. Quelli della PFM non l’hanno fatto. L’hanno ricordato per le sue donne libere, e per il suo pescatore, capace di dare il vino ed il pane, ed anche il calore di un momento, ed il rimpianto di un aprile d’infanzia, anche a chi gli dice che ha sete ed è un assassino.

Grazie, Fabrizio, per averci cantato che, nonostante vogliamo credere di non avere «più niente per poterci vergognare», «siamo pur sempre coinvolti». E grazie, PFM, per non aver snaturato un ricordo.

*Da Canzone per l’estate, F. De André – F. De Gregori

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I tortellini e la ricerca

Pubblicato da aggelos [OPS] su 13/02/09

Una trasmissione di giornalismo di regime (quale che sia il regime) ogni tanto capita di doverla vedere, magari perché si è a casa d’altri, e non è gentile scappare via mostrando i sintomi di un attacco diarrotico.

Così l’altra domenica mi è toccato vederne una, sinché il mio ospite non ha fatto zapping, alla volta dei cartoni per bambini.

Ospite della trasmissione il simpatico Giovanni Rana, quello dei tortellini, un eroe dei nostri giorni di cucina con poco tempo. Intervistato dalla giornalista per dare un esempio, a questo popolo di pessimisti, che c’è un imprenditore che condivide l’ottimismo governativo, che esporta e cresce, incurante della crisi.

Che ha detto il nostro simpatico omino? Due cose importanti, e non filo-governative.

  1. Che ha delegato molto al giovane figlio, e che la sua energia giovanile ha portato l’impresa a vendere in tutta europa, mercato che rappresenta ormai il 40% del fatturato
  2. Che ha tenuto per sé tre settori strategici, uno dei quali è Ricerca e sviluppo.

Insomma, il giovane Obama, per uscire dalla crisi americana, punta sulla ricerca di nuove fonti energetiche; il non più giovane Giovanni Rana dice che, per uscire dalla crisi del tortello, hanno cercato nuove ricette, nuovi gusti ed abbinamenti. Il nostro anziano premier, invece, pensa che per uscire dalla crisi del sistema, dalla crisi di bilancio, una strada percorribile sia quella di chiudere l’Università, esportare la meglio gioventù fra i giovani ricercatori, e specializzarsi in terziario arretrato, cioè quelle borse e foulard e vestiti che sanno fare benissimo anche in Cina. Il tutto senza manco far ricorso a manodopera a basso prezzo, come quella immigrata, ché sennò poi li senti quelli della Lega.

Che nella ricetta di Berlusconi ci sia qualcosa che non torna, alla logica ed al gusto, è inutile dirlo. Ma perché, perché, se proprio abbiamo la maledizione, in questo Paese per vecchi, di non poter sperare in nessun Obama, almeno non possiamo avere Giovanni Rana, per premier?!

P.S.: a quanti mi obietteranno che almeno il reparto Ricerca e sviluppo di Rana produce tortellini, e non roba senza alcun valore, auguro la visita da un dentista che abbia i macchinarî di trent’anni fa, quindi di farsi tranquillizzare da un oncologo che non si aggiorni, dipoi di aver bisogno di un ingegnere che non sappia di materiali recenti ed antisismici, ed infine che il figlio abbia per professore di filosofia qualcuno che sia rimasto all’800, senza aggiornarsi sui cambiamenti epocali avvenuti in filosofia e nel mondo nell’ultimo secolo e mezzo secolo ed ultimi vent’anni. E grattatevi tutti!

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