Osservatore Politicamente Scorretto

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Archivio per il 'Attualità' Categoria


Ingrid Betancourt è libera

Pubblicato da fadette [OPS] su 3/07/08

Dopo sei anni. E’ stata sequestrata nel febbraio 2002 dalle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia.

E’ sopravvissuta.

E’ stata liberata oggi.

Stamattina è una bella giornata.

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“Sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno…”

Pubblicato da fadette [OPS] su 11/06/08

La storia dei chirurghi del S. Rita, a giudicare dalle intercettazioni, è una fonte inesauribile di orrori. Morti sospette, anziani costretti ad interventi inutili e devastanti, donne sottoposte a mastectomia senza che ce ne fosse bisogno.

Già, mastectomia. Significa amputazione del seno. Uno o entrambi. C’è di peggio, c’è stato di peggio, eppure forse è la cosa che mi ha creato più malessere. Ascoltare voci di uomini che parlavano del prezzo di una mammella amputata. Ovviamente utilizzando il termine più asettico, più neutro.

Ma quelle mammelle erano seni di donne. Se al posto di mammella metti seno, perfino tetta, la cosa prende dei contorni ancor più neri. Un uomo che abbia davanti a sè una ragazzina di diciotto o vent’anni, il suo seno giovane, e non veda in questo che una mammella che se tagliata può rendergli - quanto ? 5000 euro, mi pare, più o meno - mi causa un malessere più forte che a sentir parlare di uno stupro. Non lo so.

Saranno ricordi di carezze, saranno reminiscenze di frasi. Una canzone di Guccini ascoltata in una stanza per studenti, mentre scoprivo per la prima volta cosa voleva dire essere donna innamorata di un uomo.

“Sono vecchio d’orgoglio, mi commuove il tuo seno…”

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Ricordando l’anniversario di Tienanmen

Pubblicato da fadette [OPS] su 4/06/08

Come lo scorso anno, anche questa volta non voglio lasciar passare inosservato l’anniversario del massacro di piazza Tienanmen. Ci sono certamente tanti altri anniversari altrettanto importanti, altrettanto tristi che non ho commemorato, questo però continua da quasi vent’anni ad accompagnarmi, forse perché ero poco più di una bambina quando vidi quei carri armati in televisione, poco più di una bambina - dodici anni - quando attraverso quei carri armati scoprii il mondo fuori dalla porta di casa mia, scoprii la politica, intesa come lotta, intesa come progetto, intesa come repressione fisica, cose di cui fino a quel momento conoscevo appena l’esistenza e che da quel momento hanno costituito larga parte degli interessi della mia vita adulta, non ultimo per ciò che riguarda il lavoro che ho scelto.

Ricordo oggi quell’anniversario, il diciannovesimo. Cos’è successo da un anno a questa parte, da quando scrissi l’ultimo post su questo argomento ? Da un lato, la repressione sanguinosa in Tibet, che ha ricordato al mondo l’altra faccia del governo cinese, diversa da quella amichevole di un partner economico commerciale di grande rilievo. Quella oscura, quella dittatoriale, quella che si vorrebbe scordare. Dall’altro lato, la preparazione delle Olimpiadi ormai vicine. Le Olimpiadi, un momento in cui giovani di tutto il mondo gareggiano pacificamente, le Olimpiadi che dopo la fine della seconda guerra mondiale erano state ripristinate proprio a simboleggiare la speranza - sicuramente utopica, ma tant’è - di un mondo dove le uniche competizioni fossero, per l’appunto, di natura sportiva.

Fra un po’ arriveranno tanti giovani a Pechino. Ricordiamo allora qualche nome di quei giovani che in piazza Tienanmen avevano eretto alla democrazia una statua di cartone: Wuer Kaixi, il giovanissimo ribelle che in diretta mondiale sfidò dialetticamente Li Peng, e poi, secondo nella lista dei ventuno studenti più ricercati, riuscì a scappare nei giorni immediatamente successivi alla repressione; Wang Dan, il leader di 24 anni che aveva scritto, un mese prima della repressione, in un articolo destinato al Washington Post: “Noi apertamente dichiariamo di invocare: completa libertà di parola, associazione e stampa, un meccanismo politico occidentalizzato che abbandoni ideologie superate. (…) Vi possiamo assicurare che combatteremo fino all’ultimo per l’avvento della democrazia in Cina”. La sua strada portava da piazza Tienanmen alla prigione, forse ad un campo di lavoro. Xiun Wei, anche lui poco più di vent’anni, arrestato davanti a sua madre che spiegava ai funzionari come fosse stato sempre un figlio obbediente, aveva sbagliato lei a mandarlo all’università a Pechino, lì aveva preso la cattiva strada, la stessa di Wang Dan, lo stesso arrivo, la stessa destinazione. Zhou Fengsuo, studente modello tradito da sua sorella, che denuncia alla polizia il suo rifugio; e le ragazze, nomi belli come Yumei, Giada, destinata a diventare Jade durante l’emigrazione negli Stati Uniti, lontana dal suo paese, dalla piazza della rivolta, dalla Cina che amava. Lin Hui, in piazza per amore di un ragazzo, Chai Ling, che si meritò il quarto posto nella lista dei ventuno più ricercati…

Ed infine, fra i tanti altri, lo studente che il padre andò a riconoscere in obitorio, firmando un certificato dove il medico aveva scritto, come causa della morte:”attività controrivoluzionaria”.

Tutti più giovani di quel che sono io adesso. Tutti studenti. Tutti votati ad una lotta che dopo diciannove anni non ha ancora visto i suoi frutti. Arriveranno, prima o poi.

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Straniere genti

Pubblicato da fadette [OPS] su 29/05/08

E’ bruciato il campo rom di Ponticelli. E’ bruciato con le sue contraddizioni, con le sue baracche, con i suoi adulti ed i suoi bambini a guardare le fiamme che consumano quello che resta. Era miseria, era sfruttamento, era - per tutti, i bambini attuali e gli adulti che a loro volta sono stati ex-bambini - una situazione di degrado senza uscita. Ma era tutto quello che avevano. Magari fra loro qualcuno di ricco c’era pure. Ma gli altri che se ne sono andati, non hanno davanti nulla di meglio di quello che lasciano. Bambini senza scuola, bambini che rubano e mendicano per strada, che a loro volta cresceranno altri bambini destinati alla mendicità ed al furto, bambine subito incinte appena la natura le rende, almeno fisicamente, donne. Guardando in faccia quei bambini, perché li ho guardati in faccia, ho pensato che non era lasciarli lì in favelas la soluzione, ma non erano neppure le fiamme la soluzione. Eppure erano le fiamme a circondarli, le fiamme a spegnere ogni chance anche minimissima di una vita diversa. C’era nei filmati uno zainetto di scuola abbandonato fra le macerie, dei quaderni, dei disegni. C’era uno zainetto che parlava, almeno per qualcuno di quei bambini, di un tentativo. Bruciato.

Al Pigneto, guardare le vetrine infrante mi ha riportato ad un ricordo di tanto tempo fa. Settant’anni fa, esatti esatti, salvo che allora era novembre. A quell’epoca il termine di notte dei cristalli era usato in senso riduttivo, del tipo “abbiamo rotto solo dei vetri”.Qui ti dicono che erano esasperati dalla microcriminalità.

C’è una proposta di legge sulla possibilità di detenere nei CPT per diciotto mesi chi arriva clandestinamente in Italia. Senza processo, in attesa eventualmente di un processo. Questo, quando in Italia l’abuso (vergognoso per altro) che si fa della custodia cautelare non può superare i dodici mesi in carcere, che sappiamo tutti che brutto posto sia. Ma almeno nelle celle si sta stretti, però non si dorme in otto. In carcere ci sono le scuole, operano volontari di organizzazioni diverse da quelle che gestiscono la struttura. Nei CPT no, perché più di 30 giorni, nei CPT, non si doveva restare. Perché servivano solo all’identificazione. Perché…

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La heimat dei piccoli assassini di Verona

Pubblicato da fadette [OPS] su 8/05/08

Chiamarli naziskin, o skin, forse ha poco senso. Fascisti assai di più. Uno di loro è stato candidato alle amministrative per Forza Nuova, il loro avvocato appartiene a Forza Nuova. Giovanissimi, non marginali come tanti skin di cui si parlava a Londra ed a Parigi quando ci sono stata, gonfi di alcool e di svastiche, che vivevano, per l’appunto, al margine di un contesto sociale cosmopolita che rifiutavano e da cui erano altrettanto cordialmente rifiutati. Gente che di finire in galera lo metteva in conto appena iniziava il suo percorso, o forse anche un po’ prima.

Questi ragazzi no, nella loro società ci vivevano, chi studiando, chi lavorando. Non erano nuovi ad episodi di violenza, ma non credo avessero mai messo in conto di finire davvero in galera. Ho letto in questi giorni non so più quanti discorsi sulla responsabilità delle loro famiglie, famiglie normali, non degradate, non disastrate. Ora: non ho idea delle idee politiche dei loro genitori e neppure me ne frega molto. Non mi stupirebbe che perfino da una famiglia di intellettuali di sinistra potesse uscire un picchiatore fascista, come da famiglie democristiane sono usciti brigatisti rossi. Il mondo è assai più rischioso e complesso di quel che si pensa ed a diciannove anni la famiglia conta fino ad un certo punto.

Contano tante cose oltre la famiglia. Gli amici, il gruppo politico, le reti di relazione ed anche “heimat”, la patria, la terra natale, in questo caso un contesto sociale che in pochi decenni da povero è diventato ricco, da “sud” del nord, dal quale emigravano le ragazze per fare le serve a Milano, a Torino o giù di lì, è diventato la patria di un distretto industriale che funziona (per il momento…), una delle zone economicamente più ricche e produttive del paese. Che da cuore bianco del nord, cattolico e democristiano fra gli operai comunisti del Piemonte e gli imprenditori socialisti della Lombardia, è diventato verde/padano o del tutto nero (non che poi a conti fatti la differenza conti chissà quanto). Da zona di emigrazione, è diventato terrorizzato dagli immigrati che ora vi arrivano, prima meridionali, poi moldavi, rumeni, africani… Un contesto sociale di ricchezza recente, che ancora ricorda la miseria e ne ha paura, non per niente le piccole aziende familiari che vi sono fiorite guardano con ostilità alla concorrenza estera, della Cina ma non solo.

Un piccolo mondo che a volte può ripiegarsi su se stesso a tal punto da trasformare il centro storico di una città d’arte in un territorio di caccia “da proteggere” a botte. Ed ha importanza fino ad un certo punto se la botta mortale sia stata una sola, un colpo in testa che ha prodotto un’emorragia cerebrale ad un altro figlio dello stesso mondo, che però portava i capelli lunghetti. Un altro ragazzo di buona famiglia, appena più grande. Perché quella botta non doveva starci, non aveva alcuna ragione di starci. Se non ci fosse stata, quel ragazzo sarebbe ancora vivo.

Ora ci sono cinque persone in prigione, con la faccia da ragazzini che si chiedono dove diavolo sono finiti e quanto ci dovranno restare. Per loro, forse, per quello che hanno fatto, se verranno effettivamente condannati, il carcere sarà una prospettiva di vita a non breve periodo. Quel carcere di cui a destra (e non solo) si dice che non ci vada mai nessuno, che sia un albergo a quattro stelle perché nelle celle c’è il televisore a colori. Quel carcere che è un posto dove di gente ce ne sta tanta, e dove si soffre, anche se questo non lo si dice così spesso. Però non è detto che la sofferenza sia sempre un male, dipende dall’uso che se ne fa. Dipende da quello che ne faranno questi ragazzi, se verranno condannati. Ma questo riguarda solo loro.

Riguarda tutti, invece, guardare con più attenzione a quel nordest e al modo in cui si sta trasformando e si trasformerà ancora. Provare ad inventarsi delle risposte politiche diverse da quelle verdi/nere, ma che siano credibili, che siano davvero competitive con quelle, e non le inseguano sulla strada della demagogia e della xenofobia. Che tentino di calmare le paure invece di incentivarle, anche se calmare le paure non è cosa facile. Magari non ci si riuscirà. Ma il rischio è troppo grande per non provarci nemmeno.

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Le bugie della bambina dei lupi

Pubblicato da fadette [OPS] su 23/04/08

Misha Defonseca aveva scritto qualche anno fa un lungo romanzo autobiografico. Raccontava la storia di una bambina ebrea negli anni dell’Olocausto, nascosta a sette anni presso una famiglia affidataria che la maltrattava, fuggita per ritrovare i genitori, accudita da un branco di lupi nei boschi dell’Europa Orientale. Il libro non l’ho letto, dicono sia bello, e di recente ne è stato tratto un film che ha ricevuto delle critiche molto positive.

Il problema sta nel fatto che la storia della bambina ebrea non è la vera storia di Misha Defonseca (pseudonimo di Monique de Wael), come lei per diverso tempo ha lasciato credere. Alla fine ha confessato di essere stata sì una bambina privata dei genitori durante la guerra, ma belga e cattolica, non ebrea. Suo padre era un partigiano accusato di aver tradito i compagni durante la prigionia, forse sotto tortura. A quattro anni Misha viene affidata ad una famiglia per cui è “la figlia del traditore”. Si sente isolata e tradita dagli uomini, come il suo alter ego ebreo. E inizia a sognare di lupi.

Oggi è fin troppo facile pensare che abbia mentito per meglio pubblicizzare il suo libro, perché la storia incuriosisse di più. Ho letto giudizi pesantissimi su di lei, che l’accusano di aver fatto un’operazione peggiore di quella dei revisionisti, di aver insultato la memoria degli ebrei sopravvissuti. Lei si è giustificata dicendo che per anni si era identificata con quella bambina, che le era stato difficile distinguere fra verità e menzogna nel proprio cuore e nella propria vita.

Scuse deboli, si dirà, e probabilmente lo sono. Ma non riesco a non pensare che dietro questa storia ci sia più che un’operazione commerciale. Dietro la storia di una bambina accusata di essere figlia di collaborazionisti, che si sogna ebrea, vittima e basta. Dietro l’immaginazione di una ex-bambina che ha comunque provato sulla sua pelle l’odio degli uomini, e ha fantasticato di lupi che l’accogliessero e la proteggessero. Che ha provato ad inventarsi una vita, diversa da quella che non voleva più.

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Tribunali dei minori: chiudiamoli

Pubblicato da aggelos [OPS] su 23/04/08

I Tribunali per i minorenni sono un’invenzione fascista, e del codice fascista e dei fascisti tribunali speciali hanno conservato sinora parte dell’organizzazione e della legislazione. Va detto, ad onor del vero, che quest’eccezione importante ai diritti dei cittadini, la difesa dell’istruzione sommaria e non formale del processo, questi limiti alla pubblicità dell’accusa, e quindi ai diritti della difesa, non son dovuti a disattenzione del legislatore nel riformare i tribunali, ma ai problemi specifici del campo dei minori. È vero che non venite informati se qualcuno vi accusa di abusare di un minore finché non arrivano i carabinieri, ma un avviso di garanzia ad un accusato può spingerlo ad aumentare la violenza sul minore per nascondere le tracce della stessa. Meglio, dunque, un’indagine fatta in segretezza, che acquisisca le prove di colpevolezza od a discolpa, e poi intervenga in un caso, ed archivii in un altro. E nessuna invidia, da parte mia, alle persone che hanno una responsabilità tanto grande, che può salvare o devastare una vita, in caso di errore (non riconoscimento di un abuso, od anche l’errato riconoscimento di un abuso che non c’è).

Il problema è che quando i cittadini rinunciano ad una parte dei loro diritti, di solito la qualità della procedura, anziché migliorare, peggiora brutalmente, ed anziché portare a riconoscere i colpevoli, si arriva soltanto a moltiplicare il danno. Sarà forse perché siamo sempre uomini, e le procedure servono a stimolarci a cercare una sicurezza che, fossimo affidati alla nostra debolezza, non cercheremmo. Ho già parlato dell’asilo di Rignano Flaminio, e dei presunti abusi che, per l’inadeguatezza dell’accusa, resteranno sempre tali. Gli accusati non saranno mai innocentati del tutto, né la loro colpevolezza potrà mai essere provata del tutto. Segnati a vita, marchiati per sempre, siano colpevoli od innocenti.

Quarantadue giorni fa il ritrovamento di un disegno in una classe scolastica ha portato gli scherani del Tribunale dei minori in casa di due cittadini italiani. «Erano in tre. Un vigile e due assistenti sociali. Mi hanno detto: “Stia tranquilla e non faccia scene, prepari le cose dei suoi bambini e ce li consegni”. Li hanno portati via così. Senza una spiegazione. Da allora non li ho più visti». L’accusa? Il fratello abuserebbe della sorella. La prova? Un disegno trovato nel banco di lei. Sopra, una didascalia ad uso delle assistenti sociali: «Giorgia fa sesso con suo fratello per 10 euro». E così da 42 giorni una famiglia è distrutta. Il ragazzino si proclama innocente, se la bimba avesse confermato le accuse lo sapremmo :-( , quindi è lecito pensare che conferme, da lei, non ne siano venute. Ora il giudice ha dei dubbi, e nei prossimi giorni verrà fatta, da un grafologo, un’analisi sulla calligrafia della bimba e su quella del disegno, per capire se era un disperato messaggio di aiuto, oppure una burla di un/a compagno/a.

Ma il problema resta.

Rinunciamo al diritto alla difesa piena perché l’indagine sia migliore, ed invece questi qui si permettono di portare via i bambini e poi, solo dopo un mese e mezzo, sottopongono a verifica la prova delle loro accuse?! Ma dove siamo, nel ‘600 della caccia alle streghe? In un posto senza regole e senza leggi? nella procedura normale, prima si verifica che vi siano delle prove, poi si formula un’accusa, che il giudice vaglia col concorso delle parti. Queste assistenti sociali si permettono di procurare un danno così enorme a due bambini ed una famiglia, sulla base di qualcosa che potrebbe essere la classica scritta da bagno dei ragazzi, e solo dopo un mese e mezzo controllano di avere delle prove di essere nel giusto, oppure di essere delle profondissime incompetenti?!

Torquemada no, lui non sarebbe entrato nel bagno degli uomini per scoprire che «Giorgia fa sesso con suo fratello per 10 euro». Lui avrebbe messo sotto tortura il ragazzo, la sorella, i genitori, gl’insegnanti e tutta la classe. Avrebbe fatto un’indagine, lui, e magari alla fine avrebbe messo sotto tortura anche le assistenti sociali. Se rinunciare ai nostri diritti di civiltà significa solo autorizzare degl’incompetenti a calpestarli senza pagare scotto né pena, allora permettetemi di dirlo, ma la conclusione è unica: aboliamo i tribunali dei minori, ristabiliamo il diritto italiano anche in quel regno di soprusi.

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