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Gravina, casa nostra

Pubblicato da fadette [OPS] su 26/02/08

Li avete visti, i fratellini di Gravina ?

No, non i mucchietti di resti che sembra appartengano loro, quelli li vedranno solo gli addetti ai lavori, grazie a Dio.

Le foto sorridenti di due bambini, quello resterà. Due foto con bambini ben pettinati, vivaci, lo sguardo sbarazzino. Simili ai vostri bambini. Quello resterà. Se è come sembra, piangeremo tutti per Ciccio e Tore, ormai nessuno più li chiama con il nome intero, solo con il vezzeggiativo. Come nel caso di Tommaso, il bimbo rapito e ucciso, che è subito diventato Tommy. Chiamarli Ciccio e Tore, come le foto, dà l’idea della familiarità. Dà l’idea che quei bambini siano, possano, potrebbero essere i “nostri” bambini.

Ma guardateli bene. Non sono i “nostri” bambini. Li avete guardati, i fratellini di Gravina ?

Non nelle foto di repertorio, ricordo di un giorno felice in cui sembravano bambini come tutti gli altri, come i “nostri”. Guardateli nelle strade dei quartieri più degradati delle vostre città, dove avreste paura di andare di notte. Guardateli nei volti dei ragazzi dei vicoli, quei ragazzi che non vogliono studiare, che a scuola sono catalogati “difficili”, che escono da famiglie disastrate e degradate per entrare negli istituti e che escono dagli istituti per entrare in famiglie disastrate e degradate. Quei ragazzini che girano da soli, anche di sera tardi, abbandonati a se stessi, mentre “gli altri” fanno i compiti o guardano i cartoni. Uno (su quanti?) esce da quei vicoli, studia, o lavora, si fa una famiglia normale. Gli altri, la maggior parte, li ritroverete in strada a bere, fumare, spacciare, lavorare quando sì e quando no. Li ritroverete in carcere, in un paese dove tutti dicono che di carcere non ne fa più nessuno e tuttavia le carceri sono piene, strano paradosso. Non prendiamoci in giro: sono piene di ragazzi che hanno al massimo la terza media, se va bene. Non vengono dalla povertà, spesso; ma dal degrado. Il degrado che partorisce le botte, gli insulti, le parolacce, la sporcizia, l’analfabetismo di ritorno, i soldi facili, il degrado di chi conosce molto bene la solitudine, il dolore, ma che non ha mai imparato a chiamarle per nome.

Forse Ciccio e Tore sarebbero usciti dal degrado familiare in cui erano cresciuti, avrebbero avuto una vita normale secondo i nostri standard, gli standard dei nostri figli. Statisticamente, è più probabile il contrario. La statistica era contro di loro fin dal momento in cui sono stati concepiti. Eppure. Eppure.

Eppure, oggi tutta l’Italia si commuove su di loro. Un padre forse ha esagerato, picchiandoli troppo forte. Forse sono morti per questo, forse per sfuggire ad altre botte, forse… chissà, solo perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Comunque sia andata, sono morti. E sono finiti sui giornali. Il resto del mondo si è accorto che esistevano, che erano esistiti, ha saputo del loro andirivieni tra istituti e famiglie allo sbando, delle loro fughe, della loro solitudine. Ha saputo di loro, sebbene, com’è fisiologico, l’attenzione sia più attirata da una morte atroce che da una dozzina d’anni di vita difficile.

Forse è normale che sia così, e tuttavia, dopo aver sviscerato tutte le ipotesi sul padre (mostro, non mostro ?), dopo i rimpalli di accuse (a servizi sociali, polizia, genitori, ecc.) per un momento guardiamoli, prima che i loro nomi diventino solo un ricordo sbiadito. Guardiamoli, ma non nelle foto. Guardiamoli, guardando negli occhi i bambini dei vicoli degradati, quei ragazzi che probabilmente diventeranno uomini nelle prigioni, negli istituti, nelle comunità di recupero, quei ragazzi che ci fanno paura.

Qualcuno di questi, forse, la possibilità di mandare affanculo la statistica ce l’ha ancora. Quella possibilità che, se davvero i resti sono i loro, Ciccio e Tore non avranno mai più.

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L’Africa brucia

Pubblicato da fadette [OPS] su 1/02/08

L’Africa brucia e sanguina.

E’ passato esattamente un mese dall’incendio della chiesa di Eldoret nel Kenya occidentale. Dopo le elezioni del 27 dicembre 2007, che avevano riconfermato al potere il presidente Kibaki, (appartenente all’etnia kikuyu), e le accuse di brogli elettorali da parte del suo oppositore, (appartenente all’etnia luo), gli scontri etnici in Kenya sono esplosi con una violenza che ricorda la terribile guerra civile in Ruanda o quella più recente in Congo fra le etnie hutu e tutsi.

Il 1 gennaio, ad Eldoret, è stata data alle fiamme una chiesa dove si erano rifugiate diverse decine di kenioti di etnia kikuyu. Sono morte più di cinquanta persone, fra cui molti bambini. Nei giorni successivi, le vittime erano già centinaia.

Impossibile non tornare con la memoria al 1994, quando il mondo prese bruscamente coscienza delle tensioni etniche che sconvolgevano l’Africa. Impossibile non ricordare che in quell’atroce 1994, in Ruanda, più di un milione di persone persero la vita.

Forse non c’è da stupirsi. In Europa, i conflitti etnici, religiosi e politici hanno devastato un continente per secoli. Ci sono volute due guerre mondiali e milioni di morti per iniziare il percorso che ha portato verso l’Unione Europea. Ed ancora non molti anni fa, i Balcani erano in fiamme per gli stessi motivi.

Forse non c’è da stupirsi. Ma c’è da parlare, c’è da ricordare, da costruire una memoria su quello che succede oggi in Africa. Per non scordare le voci dei bambini bruciati, delle famiglie smembrate, di uomini e donne trucidati solo per la loro appartenenza etnica.

Per non scordare che vivere in pace non è qualcosa di radicato e definitivo, nemmeno da noi. Che per gli esseri umani uccidere è una cosa più naturale di quanto non sembri oggi in Italia, dove a leggere delle vicende africane ci si scandalizza per qualcosa che settant’anni fa tanta gente trovava normale.

E’ un bene che oggi di questo ci si scandalizzi. Purché non significhi dimenticare quanto quel dolore e quel male che oggi devasta un continente lontano sia in realtà così prossimo a noi, a tutti.

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Blocco dei tir e prove di forza

Pubblicato da fadette [OPS] su 14/12/07

La protesta degli autotrasportatori che ha paralizzato l’Italia per qualche giorno si è conclusa con un rimborso statale di trenta milioni di euro. C’è chi dirà che sono pochi, chi dirà che sono tanti o comunque troppi. Ma, al di là di questo, l’intera storia merita qualche riflessione.Il principale motivo di protesta, a quanto sono riuscita a capire, era l’aumento del prezzo del gasolio, ed il fatto che a fronte di quest’aumento le varie aziende che commissionano le consegne rifiutassero di pagare tariffe più elevate per il trasporto.

A prima vista lo si direbbe un problema di contrattazione di mercato fra i privati. «Io pago di più la benzina, quindi tu, ditta di cioccolatini, o di mangimi, mi paghi di più la corsa». Ma vista la concorrenza in giro, la ditta risponde: «bene, non mi fai tu la corsa, troverò chi me la fa a prezzi più bassi». Non è colpa sua se ci sono così tanti camion sul mercato.

Di conseguenza, a fronte di questo problema, per rendere redditizia l’attività, i dipendenti dei proprietari di tir (od i proprietari stessi, quando lavorano in proprio), sarebbero costretti a turni ancora più sfiancanti di quelli già in atto.Turni che prevederebbero un tot di riposo ogni tot ore di guida, per mantenere più alta la concentrazione, e che non sono praticamente mai rispettati. Ho sentito diversi autisti lamentarsi di guidare anche per più di trenta ore consecutive, senza dormire.

Allora che si fa ? Si esce dalla logica del mercato, che è bella solo quando fa comodo, e si chiede aiuto allo stato. Siccome lo stato nicchia, si mettono i tir in mezzo alle autostrade e si pretende di farsi ascoltare.

Ora, mi sorge spontanea qualche domanda.

Se l’autista di un tir viene addosso a qualcuno sull’autostrada perché per troppa stanchezza accumulata ha avuto un malore, e lo rende invalido a vita, poi che spiega alla vittima ? Dice «guarda che a me il gasolio costava troppo e per guadagnarmi uno stipendio dovevo guidare per trenta ore di fila, prenditela con il governo che non mi ha abbassato le tasse e non mi ha concesso gli incentivi e… e… e…»?

E poniamo che la vittima per raggiungere il posto di lavoro dovesse muoversi in automobile, magari per un paio d’ore al giorno, e la benzina non ce l’aveva gratis, e quando ha provato a protestare col suo datore di lavoro che con i soldi della benzina quasi ci spendeva tutto lo stipendio da co.co.co, gli è stato risposto di accomodarsi a trovare un altro lavoro che per fare il suo c’era la fila fuori della porta (con la benedizione dello stato, perché che cosa c’entrava lo stato con i suoi problemi); che deve rispondere la vittima all’autista in questione?

Capisco che gli autotrasportatori abbiano investito tutto nell’acquisto di un tir, che hanno famiglia, e se il lavoro non gli rende più è un problema. Ma c’è gente che ha investito in anni e anni di formazione, lauree, master e dottorati, e si vede costretta a ripartire da zero con lavori che non hanno nulla a che fare con il loro percorso, o a partire per l’estero. E magari ha figli a carico pure quella. Ma il tir per bloccare la nazione non ce l’ha.
Se oggi parcheggio in mezzo alla strada e la blocco, mi becco multa, rimozione e forse anche punti sulla patente. E sospetto che, se al momento di andare a ritirare l’auto dico che stavo protestando per i diritti degli assegnisti di ricerca, mi ridono in faccia. Secondo voi a quanti degli autisti di tir è accaduto lo stesso ?

E’ accaduto, invece, che lo stato ha pagato ad una categoria che ha paralizzato un paese, impedito alla gente di andare al lavoro, di acquistare benzina e merce varia, trenta milioni di euro. Non sono tanti, paragonati ad una finanziaria. Ma sono comunque il segno che da queste parti qualcosa non va.

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Indulto: e allora ?

Pubblicato da fadette [OPS] su 17/10/07

I dati del DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) segnalano che la popolazione di detenuti in Italia è di nuovo oltre i limiti dei posti disponibili: 47.000 detenuti per 43.000 posti. Prima del provvedimento di indulto (votato dai due terzi del parlamento, quindi da destra e da sinistra, e firmato dal ministro della Giustizia) c’erano 63.000 detenuti per 43.000 posti. Una situazione insostenibile che stava conducendo al collasso il sistema penitenziario italiano. Il rischio è che l’anno prossimo si torni alla stessa situazione, cioè al sovraffollamento.

L’indulto ha sostanzialmente cancellato tre anni di pena ai detenuti italiani. Ricordo bene il 1 agosto 2005, il giorno in cui è stato applicato. Ero al carcere di Pisa, ricordo la gente che usciva a getto continuo. Per lo più tossicodipendenti, i famosi “ergastoli bianchi”, gente che entra in carcere con piccole condanne, esce e rientra, e a botte di piccole condanne in carcere ci passa quasi tutta la vita. Quelli a più alto rischio di recidiva, perché il carcere non disintossica dalla droga, esci e commetti di nuovo reati per procurartela. E rientri.

Lo temevo, che molti di loro non sarebbero rimasti fuori a lungo. Temevo che il problema del sovraffollamento, in assenza di nuove carceri, di un’applicazione più efficace delle misure alternative alla detenzione, sarebbe tornato presto. Sovraffollamento che non è un problema solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di polizia penitenziaria, per i medici, gli educatori, tutti coloro che in carcere ci lavorano. 63.000 detenuti per 43.000 posti, immaginate di che stiamo parlando ? Le celle doppie devono diventare triple, quadruple. Il personale non riesce a diventare triplo e quadruplo. Si arriva al paradosso che i carceri devono rifiutare nuovi ingressi perché non sanno fisicamente dove mettere la gente, come è successo da più parti in Italia. Senza parlare del fatto che tentare strade di rieducazione attraverso lo studio ed il lavoro diventa difficilissimo. E allora ?

Allora l’indulto era necessario, forse indispensabile. Ma non da solo. Andava accompagnato da altre misure, e tuttavia queste misure sono costose, in un paese in cui ci si lamenta continuamente delle troppe tasse e di soldi ce ne sono pochi per tutti gli ambiti, anche i più importanti come scuola, sanità, ricerca. Ora, costruire nuove carceri costa. Assumere nuovo personale costa. Organizzare esperienze lavorative su grandi numeri costa, fra le altre cose, in termini di sorveglianza, è più facile ed economico sorvegliare tutta questa gente tenendola in cella per venti ore al giorno, e le rimanenti in un cortile chiuso. Le misure alternative alla detenzione vengono usate con parsimonia, perché è possibile andare in semilibertà o affidamento ai servizi sociali solo se si ha un lavoro esterno (e nel caso dell’affidamento, che richiede ai detenuti di essere ad un minimo di tre anni dal fine pena, anche un domicilio abitativo), se si danno quindi delle garanzie sul fatto di non tornare a delinquere, e non sono molti i detenuti con queste caratteristiche, soprattutto i tossicodipendenti.

Eppure sono costi che andranno sostenuti prima o poi, altrimenti l’indulto non avrà in effetti avuto altra ricaduta che di alleggerire la situazione per un paio d’anni. Tanti interrogativi restano aperti, come trovare i soldi, come risolvere il problema dei detenuti tossicodipendenti ad alto rischio di recidiva, come gestire inserimenti lavorativi, lavoro all’esterno quando ci sono le condizioni, e non esistono risposte facili. Ma qualche risposta bisogna trovarla.

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Birmania fra passato, futuro (e presente)

Pubblicato da fadette [OPS] su 25/09/07

Non so a voi, ma a me vedere le centinaia di migliaia di monaci che stanno sfilando a Rangoon ha fatto venire un nodo alla gola.

Un nodo alla gola a vederli sfilare, vestiti di rosso, silenziosi, in preghiera, circondati da un lato e dall’altro dalla folla più eterogenea dei manifestanti laici. Vedere i loro volti, tanti volti giovani, sorridenti o seri, timidi o festosi. E’ una bella, una grande manifestazione, dove il fiume rosso scorre senza arrestarsi, senza esitare. Il rosso mi ha fatto sempre pensare a due elementi, il fuoco ed il sangue. L’entusiasmo, il calore da un lato, e la ferita, la sofferenza, la repressione e la tortura dall’altro.

Non so come finirà. In passato, nel 1988, le manifestazioni in favore della democrazia si sono concluse con 3000 morti e la giunta militare ancora salda al governo. Oggi chissà. Le élites militari stanno a guardare, la speranza è che il rosso dei vestiti rimanga un segno di calore, di fuoco, e non di sangue versato, di entusiasmi feriti, umiliati, annientati.

In margine, il volto di una donna che mi ha sempre colpito in questi anni, quello di Aung San Suu Kyi, affilato, deciso, che si intravede solo confusamente ma che immagino felice. Magari sarà teso, preoccupato, ma vorrei immaginarlo felice, anche solo per un po’. Mi piace pensare che il futuro di un paese possa avere come profezia il sorriso di una donna coraggiosa.

Aggiornamenti 26 - 09-2007

Purtroppo il sangue ha cominciato a scorrere. Sono stati registrati i primi morti, almeno un centinaio di feriti in diversi punti del paese, i primi arresti eccellenti, fra cui un celebre attore locale che aveva appoggiato pubblicamente la protesta. E’ stato imposto il coprifuoco, vietati gli assembramenti superiori alle cinque persone. L’esercito tenta di riprendere il controllo del paese, ma - e questo forse è l’unico elemento positivo - lo fa in modo esitante, apparentemente disordinato. Resta da vedere se e quanto l’impatto mediatico di una repressione in diretta globale possa trattenere la repressione stessa.

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Tienanmen, un anniversario lontano

Pubblicato da fadette [OPS] su 4/06/07

Il 4 giugno del 1989 lo ricordo bene: è forse il primo evento di politica internazionale di cui abbia ricordo. Ricordo i carri armati, ricordo gli studenti in piazza, ricordo la tensione di un mese lunghissimo, perché le proteste cominciarono a metà aprile ma fu in maggio che il braccio di ferro fra gli studenti e il governo cinese si fece più duro. Ricordo il giorno in cui, all’improvviso, quei carri armati fermi da giorni sulla piazza iniziarono ad avanzare e a sparare contro gli studenti disarmati. Ricordo il balletto delle cifre dei morti: due o trecento secondo il governo, tremila secondo la Croce Rossa cinese. Amnesty International ha in seguito fatto notare che a questi cadaveri si dovevano aggiungere quelli successivamente condannati a morte, quelli scomparsi, altre centinaia di vite perdute.

Avevo dodici anni all’epoca, oggi ne ho trenta, un’età che molti di quei ragazzi non hanno mai raggiunto. Oggi la Cina si avvia a diventare uno degli attori principali dell’economia mondiale. Grandi investimenti stranieri, benessere crescente, il liberismo nel suo modello più puro, quello che lascia agli imprenditori libertà di arricchirsi senza vincoli. Gli operai non hanno praticamente tutele, ma guadagnano mediamente molto più di quello che guadagnavano i loro genitori o nonni, molti diventano imprenditori a loro volta. Il marchio del made in China è sempre più diffuso su prodotti standardizzati, siano essi giocattoli, vestiti, accessori, le catene di montaggio che in Europa stanno sparendo si stanno spostando nelle metropoli cinesi.

La Cina del miracolo economico ha lasciato da parte, sullo sfondo, le inquietudini sulla democrazia che manca, sul controllo asfittico del governo sui mezzi di comunicazione, sulle persecuzioni religiose, sulla pena di morte usata con grande frequenza, sui campi di lavoro al confine con la Siberia, sui prigionieri politici.

Ha lasciato sullo sfondo i fantasmi degli studenti morti, dei vivi riemersi dopo anni di detenzione nei campi di lavoro. Forse, anzi quasi certamente, quegli studenti non rappresentavano realmente le voci della maggioranza di un paese immenso. Gli studenti chiedevano democrazia, libertà di espressione, la fine della corruzione politica. Gli altri, la maggioranza silenziosa, chiedevano stabilità, benessere, di non rischiare più la fame, la carestia, la paura di non sopravvivere.

Non rappresentavano, quel pugno di ragazzi, né le città che ambivano allo sviluppo economico, né le campagne abbandonate alla loro millenaria miseria, all’assenza di istruzione, all’infanticidio femminile. Parlavano una lingua che pochi capivano. Dietro le loro spalle stavano i fantasmi di altri studenti, le temibili Guardie Rosse che negli anni sessanta avevano consolidato il potere di Mao con gesti di grande brutalità.

Loro non erano armati, non erano forti, non volevano un regime di terrore come i loro predecessori, anzi il contrario, ma in questi casi le motivazioni non cambiano la sostanza dei fatti. Deng Xiaoping, uno dei grandi vecchi del partito comunista cinese, aveva già rischiato una volta la vita, la libertà e il potere a causa di altri studenti, e non intendeva ripetere l’esperienza.

Oggi, di quei ragazzi, resta poco o niente. Un ricordo ogni giorno più pallido ed evanescente, fragile come il grande pupazzo di cartapesta, alto dieci metri, che avevano eretto a simbolo dei loro ideali di libertà. Fragile come quel ragazzo immobile di fronte a un carro armato, ridicolo e terribile nel suo coraggio. Ma è un ricordo che vale la pena di conservare, come quei fiori secchi che nascosti nei libri, a distanza di quasi vent’anni, non hanno ancora perso del tutto il loro profumo, la loro vitalità, la loro speranza.

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Europa Orientale

Pubblicato da fadette [OPS] su 30/05/07

Quando penso all’Europa Orientale mi vengono in mente per prima cosa i libri di Joseph Roth, di Milan Kundera e le poesie di Mihai Eminescu che ho letto da adolescente.

Mi viene in mente l’Europa dell’Est che prima della seconda guerra mondiale era divisa fra zone d’influenza dell’impero austro-ungarico, della Russia, dell’impero 0ttomano. Che dopo è passata dall’occupazione nazista all’incorporazione nel blocco sovietico. Che è stata, per più di cinquant’anni, una realtà “altra” rispetto alla nostra, le differenze profonde fra i paesi anestetizzate dal fatto di essere accomunate sotto l’etichetta generale di “paesi del Patto di Varsavia”.

Dopo il crollo del muro di Berlino, la situazione è cambiata. Il processo di democratizzazione è stato vissuto diversamente a seconda dei diversi contesti, sociali ma anche economici, e di nuovo i paesi dell’Est si sono trovati a scegliere a quale macro-realtà fare (più o meno) riferimento: la Federazione Russa, l’Unione Europea, gli Stati Uniti.

Attualmente dei paesi dell’Europa Orientale si parla poco, ma l’impressione è che rappresentino una situazione in fermento e trasformazione, non diversamente dal più lontano ma paradossalmente più conosciuto Medioriente: per citare solo alcuni dei fatti più recenti, la “lustracjia” messa in pratica dai gemelli Kaczinski in Polonia per mettere in luce vere o presunte collaborazioni con il precedente regime comunista, che rischia di trasformare il legittimo desiderio di conoscere eventuali responsabilità nelle persecuzioni di un tempo (oggetto di dibattito anche in Germania, e da poco anche argomento di un film) in una caccia alle streghe contemporanea, e che ha messo d’accordo due avversari storici come Walesa e Kwasnieski; l’Ucraina sull’orlo di una guerra civile fra la componente filo-occidentale e quella filo-russa; la Romania che cerca di sconfessare un presidente con un referendum e finisce per riconfermarlo; lo spostamento sempre più ad Est dei confini dell’Unione Europea, che assorbendo nella propria sfera altri paesi potrebbe cambiare profondamente la situazione generale.

Difficile avere certezze, ma importante parlarne…

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