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Boffo, un killeraggio senza martirio

Pubblicato da fadette [OPS] su 5/09/09

Dino Boffo si è dimesso dal suo ruolo di direttore di Avvenire. Ho letto la sua lettera di saluto ai lettori del giornale di cui si è occupato da decenni. E’ la lettera di qualcuno che si è trovato al centro di una tempesta da cui è stato investito in pieno, e non ha ancora capito perché. Perché proprio a lui.
Chi lo conosce parla di un uomo distrutto. D’Avanzo, su Repubblica, che di certo non ha mai condiviso larga parte delle opinioni e delle convinzioni di Boffo, gli ha dedicato le parole più toccanti, più dure, più sofferte che su questo caso siano state scritte o dette. E’ strano, nel momento in cui ti fanno a pezzi, ed i tuoi amici ti difendono con poche parole, a volte solo con telefonate private di cui tu stesso devi dare conto, ricevere pubblicamente sostegno, senza mezzi termini, da chi fino al giorno prima era a tutti gli effetti un avversario. Può succedere.
Può succedere, in un paese dove alle critiche non si risponde con il carcere, ma con l’infamia. Sui rapporti di Berlusconi con le escort, stanno intercettazioni, testimonianze dirette, fotografie. Sui rapporti tra Boffo ed i suoi amanti, abbiamo una anonima multa di cinquecento euro per molestie telefoniche, senza alcun altro fatto. Tuttavia alzi la mano chi, per cinque minuti, non ha pensato “e se fosse vero quello che ha scritto Feltri ?”. Qualcuno la alzerà. La maggior parte no, e Boffo lo sa. Sa che per la maggioranza degli italiani è ormai, nel migliore dei casi, un ipocrita.
A cinquant’anni, quest’uomo si trova a conoscere la parte più oscura, più volentieri ignorata del cristianesimo. Non quella di chi combatte per la difesa dei propri valori, e magari la vince su altre posizioni; quella di chi è umiliato, disprezzato, infamato e degradato. Non quella del martire lieto di morire per le proprie idee, orgoglioso della propria sofferenza, quella del colpevole che deve soffrire per espiare qualcosa che non capisce.

E Boffo non capisce, lo ha detto con chiarezza nella sua lettera d’addio. Io che c’entro ? Queste parole mi risuonano da ieri nella testa. Che c’entro ? Le sue critiche al premier, peraltro molto lievi, pubblicate sulla pagina della posta di Avvenire, possono costare tutto questo ? Si parla di strategie nei rapporti tra politica e vaticano, e Boffo ripete, io che c’entro ? Lo ha (forse, chissà) pure votato. E’ stato per quanto possibile – lo riconosce nella lettera d’addio – collaborativo con l’attuale maggioranza. E allora, perché ? Perché tanto fango, tanto odio, tanta volontà di devastazione ? La sua vita professionale è distrutta, il suo ruolo nel mondo cattolico è perduto, e lui ripete, perché proprio io ? Che c’entro ?

Ma a questa domanda una risposta c’è. Lei c’entra, direttore. C’entra, anche se non voleva entrarci. C’entra, perché c’entriamo tutti, volenti o nolenti. In ballo c’è qualcosa che riguarda ognuno di noi, come ha spiegato D’Avanzo. Nessuno può tirarsi indietro, perché il prossimo potrebbe essere lui. O qualcuno che gli sta a cuore. Meglio esserne consapevoli, per quanto possibile.

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La sicurezza degli altri

Pubblicato da fadette [OPS] su 5/02/09

In Senato è passato l’emendamento al decreto sulla sicurezza, che prevede la cancellazione del comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, ossia il Testo unico di disciplina dell’immigrazione. L’articolo in questione recita: «L’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano».

Il voto del Senato, al contrario, permette ai medici la possibilità di denunciare l’ammalato che risulti sprovvisto del permesso di soggiorno. A questo si aggiunge la schedatura dei senza tetto, e la tassa (da 80 a 200 euro) per il permesso di soggiorno.

Non so chi sia, oggi, che si sente più sicuro, a vivere in Italia. Qualcuno ci sarà, forse.

Io, l’unica sicurezza che ho è che sono terribilmente triste. In fondo lo sapevo che sarebbe successo, ma  in modo irrazionale una parte di me sperava che qualcuno si sarebbe opposto, che l’emendamento non sarebbe passato.

Non riesco a scrivere altro, non oggi.

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Pinocchio nel paese dei rom

Pubblicato da fadette [OPS] su 29/09/08

Sapete cos’è successo il 5 settembre in quel di Bussolengo, provincia di Verona ?

Io per scoprirlo ho dovuto leggere una lettera inviata a Famiglia Cristiana. Poi sono andata ad informarmi in rete. Diversi siti riportavano delle notizie a riguardo, in particolare quello di Carta. L’unico quotidiano ad occuparsene fino a qualche giorno fa era l’Arena di Verona. Poi si sono uniti altri (pochi) giornali locali. Sulla stampa nazionale a mia conoscenza non si trova niente, salvo che su Liberazione. E per una volta devo rendere merito ad un giornale che di mio non amo, tutt’altro. Per avere rotto una cortina di assordante silenzio mediatico.

I fatti. Secondo la testimonianza di Cristian Hudorovic, uno dei rom coinvolti, tre famiglie rom parcheggiano le proprie roulottes a Bussolengo. La famiglia di Cristian ha tre bambini. Nell’altra famiglia, quella dei Campos, ci sono quattro minorenni ed un solo figlio maggiorenne. Stanno pranzando. I carabinieri arrivano ed impongono lo sgombero. Tornano pochi minuti dopo. Ed inizia il pestaggio. Gli uomini ed una delle donne vengono presi a pugni e calci in volto. Cristian, che è predicatore evangelista, dice di aver chiamato il 113 alle 14.05, poi il cellulare gli viene spaccato. Vengono portati in caserma gli adulti e due dei ragazzi, di sedici e diciassette anni. Cito dal sito di Carta le testimonianze su quello che è successo dopo:

«Appena siamo entrati,erano da poco passate le le due – dice Cristian – hanno chiuso le porte e le finestre. Ci hanno ammanettati e fatti sdraiare per terra. Oltre ai calci e i pugni, hanno cominciato a usare il manganello, anche sul volto… Mia sorella e i ragazzi perdevano molto sangue. Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’. Ho implorato che si fermassero, dicevo che sono un predicatore evangelista, mi hanno colpito con il manganello incrinandomi una costola e hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’, cosa che lei, piangendo, ha fatto più volte».

Segue il racconto del ragazzo di diciassette anni:

«Un carabiniere ha immobilizzato me e mio fratello Michele, sedici anni. Hanno portato una bacinella grande, con cinque-sei litri di acqua. Ogni dieci minuti, per almeno un’ora, ci hanno immerso completamente la testa nel secchio per quindici secondi. Uno dei carabiniere in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino’».

Dopo di ciò, Angelo e Sonia Campos e Dennis Rossetti si sono visti convalidare il fermo con l’accusa di “resistenza a pubblico ufficiale” e sono finiti in carcere.

Gli altri, liberati, sono andati a farsi medicare in ospedale a Desenzano. Al pronto soccorso, Michele – il ragazzo di sedici anni – ha avuto otto giorni di prognosi, il fratello, minorenne anche lui, tre giorni.

La settimana dopo, al processo per direttissima, sono comparsi i tre imputati per resistenza a pubblico ufficiale, che ora rischiano fino a tre anni. Camminavano con difficoltà, i segni delle percosse a detta dei testimoni erano ancora visibili sui loro corpi, visibili anche agli occhi del consigliere regionale Pettenò che è andato a trovarli in carcere e ne ha fatto un resoconto molto preciso.

Ho visto su Carta il verbale dei carabinieri. Vi si legge che Angelo Campos ha”dato in escandescenza assumendo atteggiamento di sfida” verso il maresciallo presente. Vi si legge che per questo è stato arrestato. Vi si legge che Sonia Campos ha cercato di sfilare la pistola dalla fondina del maresciallo. Vi si legge che “i vili aggressori” hanno assalito i carabinieri presenti riuscendo a strappare una divisa, “approfittando della loro superiorità numerica”. Che per questo sono stati fermati, con l’accusa di “resistenza a pubblico ufficiale e tentato furto” (della pistola).

Anche i Campos hanno presentato le loro denunce, supportate da alcune associazioni che si occupano di rom. Il 23 settembre solo Sonia Campos è stata scarcerata, gli altri due no per timore della “reiterazione del reato”. Udienza rimandata alla prossima settimana.

Si possono leggere tutti i materiali del caso su www.carta.org e su Sucardrom.blogspot.com .

Ciascuno poi potrà farsi la sua opinione. Per quanto riguarda me, se anche fosse reale appena un decimo delle cose raccontate dai rom – e sinceramente, anche a giudicare dai segni lasciati dalle percosse, io penso che lo sia molto più di un decimo – se anche la testimonianza dei carabinieri fosse vera al 100%, ci troveremmo comunque di fronte ad un fatto gravissimo. Le forze di polizia di un paese civile non possono, non devono percuotere imputati (e qui, dalle denunce dei ragazzi Campos e dei loro genitori, saremmo a livello di tortura).

Se i Campos sono stati processati per direttissima, quando andranno sotto processo “gli altri” ? Anche solo per dimostrare che hanno ragione, per essere scagionati, eh. Quando ? Non si sa. Non si sa neppure se ci andranno. Dopo dieci giorni la Procura di Verona non aveva ancora dato il via a nessuna inchiesta. Solo l’Arma dei Carabinieri ha avviato un’indagine interna. Nel frattempo Sonia Campos è stata in carcere dal 6 al 23 settembre. Gli altri due ci resteranno (almeno) un’altra settimana. Con le loro ferite, con i loro racconti d’orrore, perché di questo si tratta. En passant, si può ricordare che tutti i rom coinvolti sono cittadini italiani. Il che fa la differenza solo in quanto, se fossero stati clandestini, difficilmente avrebbero fatto denuncia dell’accaduto. Ma sono cittadini italiani…

Non so voi, ma io a rileggere queste righe ho ripensato a Bolzaneto. Non solo io, è un riferimento che è venuto fuori anche su Carta, e su altri siti. Che sta succedendo in questo paese ? Cosa diavolo sta succedendo, nel silenzio assordante di giornali e televisioni pronti ad occupare le prime pagine quando gli imputati sono rom o stranieri ?

Ah, già. Dimenticavo. Anche in questo caso gli unici (finora) imputati sono rom.

Chissà se hanno letto Pinocchio.

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Gravina, casa nostra

Pubblicato da fadette [OPS] su 26/02/08

Li avete visti, i fratellini di Gravina ?

No, non i mucchietti di resti che sembra appartengano loro, quelli li vedranno solo gli addetti ai lavori, grazie a Dio.

Le foto sorridenti di due bambini, quello resterà. Due foto con bambini ben pettinati, vivaci, lo sguardo sbarazzino. Simili ai vostri bambini. Quello resterà. Se è come sembra, piangeremo tutti per Ciccio e Tore, ormai nessuno più li chiama con il nome intero, solo con il vezzeggiativo. Come nel caso di Tommaso, il bimbo rapito e ucciso, che è subito diventato Tommy. Chiamarli Ciccio e Tore, come le foto, dà l’idea della familiarità. Dà l’idea che quei bambini siano, possano, potrebbero essere i “nostri” bambini.

Ma guardateli bene. Non sono i “nostri” bambini. Li avete guardati, i fratellini di Gravina ?

Non nelle foto di repertorio, ricordo di un giorno felice in cui sembravano bambini come tutti gli altri, come i “nostri”. Guardateli nelle strade dei quartieri più degradati delle vostre città, dove avreste paura di andare di notte. Guardateli nei volti dei ragazzi dei vicoli, quei ragazzi che non vogliono studiare, che a scuola sono catalogati “difficili”, che escono da famiglie disastrate e degradate per entrare negli istituti e che escono dagli istituti per entrare in famiglie disastrate e degradate. Quei ragazzini che girano da soli, anche di sera tardi, abbandonati a se stessi, mentre “gli altri” fanno i compiti o guardano i cartoni. Uno (su quanti?) esce da quei vicoli, studia, o lavora, si fa una famiglia normale. Gli altri, la maggior parte, li ritroverete in strada a bere, fumare, spacciare, lavorare quando sì e quando no. Li ritroverete in carcere, in un paese dove tutti dicono che di carcere non ne fa più nessuno e tuttavia le carceri sono piene, strano paradosso. Non prendiamoci in giro: sono piene di ragazzi che hanno al massimo la terza media, se va bene. Non vengono dalla povertà, spesso; ma dal degrado. Il degrado che partorisce le botte, gli insulti, le parolacce, la sporcizia, l’analfabetismo di ritorno, i soldi facili, il degrado di chi conosce molto bene la solitudine, il dolore, ma che non ha mai imparato a chiamarle per nome.

Forse Ciccio e Tore sarebbero usciti dal degrado familiare in cui erano cresciuti, avrebbero avuto una vita normale secondo i nostri standard, gli standard dei nostri figli. Statisticamente, è più probabile il contrario. La statistica era contro di loro fin dal momento in cui sono stati concepiti. Eppure. Eppure.

Eppure, oggi tutta l’Italia si commuove su di loro. Un padre forse ha esagerato, picchiandoli troppo forte. Forse sono morti per questo, forse per sfuggire ad altre botte, forse… chissà, solo perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Comunque sia andata, sono morti. E sono finiti sui giornali. Il resto del mondo si è accorto che esistevano, che erano esistiti, ha saputo del loro andirivieni tra istituti e famiglie allo sbando, delle loro fughe, della loro solitudine. Ha saputo di loro, sebbene, com’è fisiologico, l’attenzione sia più attirata da una morte atroce che da una dozzina d’anni di vita difficile.

Forse è normale che sia così, e tuttavia, dopo aver sviscerato tutte le ipotesi sul padre (mostro, non mostro ?), dopo i rimpalli di accuse (a servizi sociali, polizia, genitori, ecc.) per un momento guardiamoli, prima che i loro nomi diventino solo un ricordo sbiadito. Guardiamoli, ma non nelle foto. Guardiamoli, guardando negli occhi i bambini dei vicoli degradati, quei ragazzi che probabilmente diventeranno uomini nelle prigioni, negli istituti, nelle comunità di recupero, quei ragazzi che ci fanno paura.

Qualcuno di questi, forse, la possibilità di mandare affanculo la statistica ce l’ha ancora. Quella possibilità che, se davvero i resti sono i loro, Ciccio e Tore non avranno mai più.

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L’Africa brucia

Pubblicato da fadette [OPS] su 1/02/08

L’Africa brucia e sanguina.

E’ passato esattamente un mese dall’incendio della chiesa di Eldoret nel Kenya occidentale. Dopo le elezioni del 27 dicembre 2007, che avevano riconfermato al potere il presidente Kibaki, (appartenente all’etnia kikuyu), e le accuse di brogli elettorali da parte del suo oppositore, (appartenente all’etnia luo), gli scontri etnici in Kenya sono esplosi con una violenza che ricorda la terribile guerra civile in Ruanda o quella più recente in Congo fra le etnie hutu e tutsi.

Il 1 gennaio, ad Eldoret, è stata data alle fiamme una chiesa dove si erano rifugiate diverse decine di kenioti di etnia kikuyu. Sono morte più di cinquanta persone, fra cui molti bambini. Nei giorni successivi, le vittime erano già centinaia.

Impossibile non tornare con la memoria al 1994, quando il mondo prese bruscamente coscienza delle tensioni etniche che sconvolgevano l’Africa. Impossibile non ricordare che in quell’atroce 1994, in Ruanda, più di un milione di persone persero la vita.

Forse non c’è da stupirsi. In Europa, i conflitti etnici, religiosi e politici hanno devastato un continente per secoli. Ci sono volute due guerre mondiali e milioni di morti per iniziare il percorso che ha portato verso l’Unione Europea. Ed ancora non molti anni fa, i Balcani erano in fiamme per gli stessi motivi.

Forse non c’è da stupirsi. Ma c’è da parlare, c’è da ricordare, da costruire una memoria su quello che succede oggi in Africa. Per non scordare le voci dei bambini bruciati, delle famiglie smembrate, di uomini e donne trucidati solo per la loro appartenenza etnica.

Per non scordare che vivere in pace non è qualcosa di radicato e definitivo, nemmeno da noi. Che per gli esseri umani uccidere è una cosa più naturale di quanto non sembri oggi in Italia, dove a leggere delle vicende africane ci si scandalizza per qualcosa che settant’anni fa tanta gente trovava normale.

E’ un bene che oggi di questo ci si scandalizzi. Purché non significhi dimenticare quanto quel dolore e quel male che oggi devasta un continente lontano sia in realtà così prossimo a noi, a tutti.

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Blocco dei tir e prove di forza

Pubblicato da fadette [OPS] su 14/12/07

La protesta degli autotrasportatori che ha paralizzato l’Italia per qualche giorno si è conclusa con un rimborso statale di trenta milioni di euro. C’è chi dirà che sono pochi, chi dirà che sono tanti o comunque troppi. Ma, al di là di questo, l’intera storia merita qualche riflessione.Il principale motivo di protesta, a quanto sono riuscita a capire, era l’aumento del prezzo del gasolio, ed il fatto che a fronte di quest’aumento le varie aziende che commissionano le consegne rifiutassero di pagare tariffe più elevate per il trasporto.

A prima vista lo si direbbe un problema di contrattazione di mercato fra i privati. «Io pago di più la benzina, quindi tu, ditta di cioccolatini, o di mangimi, mi paghi di più la corsa». Ma vista la concorrenza in giro, la ditta risponde: «bene, non mi fai tu la corsa, troverò chi me la fa a prezzi più bassi». Non è colpa sua se ci sono così tanti camion sul mercato.

Di conseguenza, a fronte di questo problema, per rendere redditizia l’attività, i dipendenti dei proprietari di tir (od i proprietari stessi, quando lavorano in proprio), sarebbero costretti a turni ancora più sfiancanti di quelli già in atto.Turni che prevederebbero un tot di riposo ogni tot ore di guida, per mantenere più alta la concentrazione, e che non sono praticamente mai rispettati. Ho sentito diversi autisti lamentarsi di guidare anche per più di trenta ore consecutive, senza dormire.

Allora che si fa ? Si esce dalla logica del mercato, che è bella solo quando fa comodo, e si chiede aiuto allo stato. Siccome lo stato nicchia, si mettono i tir in mezzo alle autostrade e si pretende di farsi ascoltare.

Ora, mi sorge spontanea qualche domanda.

Se l’autista di un tir viene addosso a qualcuno sull’autostrada perché per troppa stanchezza accumulata ha avuto un malore, e lo rende invalido a vita, poi che spiega alla vittima ? Dice «guarda che a me il gasolio costava troppo e per guadagnarmi uno stipendio dovevo guidare per trenta ore di fila, prenditela con il governo che non mi ha abbassato le tasse e non mi ha concesso gli incentivi e… e… e…»?

E poniamo che la vittima per raggiungere il posto di lavoro dovesse muoversi in automobile, magari per un paio d’ore al giorno, e la benzina non ce l’aveva gratis, e quando ha provato a protestare col suo datore di lavoro che con i soldi della benzina quasi ci spendeva tutto lo stipendio da co.co.co, gli è stato risposto di accomodarsi a trovare un altro lavoro che per fare il suo c’era la fila fuori della porta (con la benedizione dello stato, perché che cosa c’entrava lo stato con i suoi problemi); che deve rispondere la vittima all’autista in questione?

Capisco che gli autotrasportatori abbiano investito tutto nell’acquisto di un tir, che hanno famiglia, e se il lavoro non gli rende più è un problema. Ma c’è gente che ha investito in anni e anni di formazione, lauree, master e dottorati, e si vede costretta a ripartire da zero con lavori che non hanno nulla a che fare con il loro percorso, o a partire per l’estero. E magari ha figli a carico pure quella. Ma il tir per bloccare la nazione non ce l’ha.
Se oggi parcheggio in mezzo alla strada e la blocco, mi becco multa, rimozione e forse anche punti sulla patente. E sospetto che, se al momento di andare a ritirare l’auto dico che stavo protestando per i diritti degli assegnisti di ricerca, mi ridono in faccia. Secondo voi a quanti degli autisti di tir è accaduto lo stesso ?

E’ accaduto, invece, che lo stato ha pagato ad una categoria che ha paralizzato un paese, impedito alla gente di andare al lavoro, di acquistare benzina e merce varia, trenta milioni di euro. Non sono tanti, paragonati ad una finanziaria. Ma sono comunque il segno che da queste parti qualcosa non va.

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Indulto: e allora ?

Pubblicato da fadette [OPS] su 17/10/07

I dati del DAP (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) segnalano che la popolazione di detenuti in Italia è di nuovo oltre i limiti dei posti disponibili: 47.000 detenuti per 43.000 posti. Prima del provvedimento di indulto (votato dai due terzi del parlamento, quindi da destra e da sinistra, e firmato dal ministro della Giustizia) c’erano 63.000 detenuti per 43.000 posti. Una situazione insostenibile che stava conducendo al collasso il sistema penitenziario italiano. Il rischio è che l’anno prossimo si torni alla stessa situazione, cioè al sovraffollamento.

L’indulto ha sostanzialmente cancellato tre anni di pena ai detenuti italiani. Ricordo bene il 1 agosto 2005, il giorno in cui è stato applicato. Ero al carcere di Pisa, ricordo la gente che usciva a getto continuo. Per lo più tossicodipendenti, i famosi “ergastoli bianchi”, gente che entra in carcere con piccole condanne, esce e rientra, e a botte di piccole condanne in carcere ci passa quasi tutta la vita. Quelli a più alto rischio di recidiva, perché il carcere non disintossica dalla droga, esci e commetti di nuovo reati per procurartela. E rientri.

Lo temevo, che molti di loro non sarebbero rimasti fuori a lungo. Temevo che il problema del sovraffollamento, in assenza di nuove carceri, di un’applicazione più efficace delle misure alternative alla detenzione, sarebbe tornato presto. Sovraffollamento che non è un problema solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di polizia penitenziaria, per i medici, gli educatori, tutti coloro che in carcere ci lavorano. 63.000 detenuti per 43.000 posti, immaginate di che stiamo parlando ? Le celle doppie devono diventare triple, quadruple. Il personale non riesce a diventare triplo e quadruplo. Si arriva al paradosso che i carceri devono rifiutare nuovi ingressi perché non sanno fisicamente dove mettere la gente, come è successo da più parti in Italia. Senza parlare del fatto che tentare strade di rieducazione attraverso lo studio ed il lavoro diventa difficilissimo. E allora ?

Allora l’indulto era necessario, forse indispensabile. Ma non da solo. Andava accompagnato da altre misure, e tuttavia queste misure sono costose, in un paese in cui ci si lamenta continuamente delle troppe tasse e di soldi ce ne sono pochi per tutti gli ambiti, anche i più importanti come scuola, sanità, ricerca. Ora, costruire nuove carceri costa. Assumere nuovo personale costa. Organizzare esperienze lavorative su grandi numeri costa, fra le altre cose, in termini di sorveglianza, è più facile ed economico sorvegliare tutta questa gente tenendola in cella per venti ore al giorno, e le rimanenti in un cortile chiuso. Le misure alternative alla detenzione vengono usate con parsimonia, perché è possibile andare in semilibertà o affidamento ai servizi sociali solo se si ha un lavoro esterno (e nel caso dell’affidamento, che richiede ai detenuti di essere ad un minimo di tre anni dal fine pena, anche un domicilio abitativo), se si danno quindi delle garanzie sul fatto di non tornare a delinquere, e non sono molti i detenuti con queste caratteristiche, soprattutto i tossicodipendenti.

Eppure sono costi che andranno sostenuti prima o poi, altrimenti l’indulto non avrà in effetti avuto altra ricaduta che di alleggerire la situazione per un paio d’anni. Tanti interrogativi restano aperti, come trovare i soldi, come risolvere il problema dei detenuti tossicodipendenti ad alto rischio di recidiva, come gestire inserimenti lavorativi, lavoro all’esterno quando ci sono le condizioni, e non esistono risposte facili. Ma qualche risposta bisogna trovarla.

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