Dino Boffo si è dimesso dal suo ruolo di direttore di Avvenire. Ho letto la sua lettera di saluto ai lettori del giornale di cui si è occupato da decenni. E’ la lettera di qualcuno che si è trovato al centro di una tempesta da cui è stato investito in pieno, e non ha ancora capito perché. Perché proprio a lui.
Chi lo conosce parla di un uomo distrutto. D’Avanzo, su Repubblica, che di certo non ha mai condiviso larga parte delle opinioni e delle convinzioni di Boffo, gli ha dedicato le parole più toccanti, più dure, più sofferte che su questo caso siano state scritte o dette. E’ strano, nel momento in cui ti fanno a pezzi, ed i tuoi amici ti difendono con poche parole, a volte solo con telefonate private di cui tu stesso devi dare conto, ricevere pubblicamente sostegno, senza mezzi termini, da chi fino al giorno prima era a tutti gli effetti un avversario. Può succedere.
Può succedere, in un paese dove alle critiche non si risponde con il carcere, ma con l’infamia. Sui rapporti di Berlusconi con le escort, stanno intercettazioni, testimonianze dirette, fotografie. Sui rapporti tra Boffo ed i suoi amanti, abbiamo una anonima multa di cinquecento euro per molestie telefoniche, senza alcun altro fatto. Tuttavia alzi la mano chi, per cinque minuti, non ha pensato “e se fosse vero quello che ha scritto Feltri ?”. Qualcuno la alzerà. La maggior parte no, e Boffo lo sa. Sa che per la maggioranza degli italiani è ormai, nel migliore dei casi, un ipocrita.
A cinquant’anni, quest’uomo si trova a conoscere la parte più oscura, più volentieri ignorata del cristianesimo. Non quella di chi combatte per la difesa dei propri valori, e magari la vince su altre posizioni; quella di chi è umiliato, disprezzato, infamato e degradato. Non quella del martire lieto di morire per le proprie idee, orgoglioso della propria sofferenza, quella del colpevole che deve soffrire per espiare qualcosa che non capisce.
E Boffo non capisce, lo ha detto con chiarezza nella sua lettera d’addio. Io che c’entro ? Queste parole mi risuonano da ieri nella testa. Che c’entro ? Le sue critiche al premier, peraltro molto lievi, pubblicate sulla pagina della posta di Avvenire, possono costare tutto questo ? Si parla di strategie nei rapporti tra politica e vaticano, e Boffo ripete, io che c’entro ? Lo ha (forse, chissà) pure votato. E’ stato per quanto possibile – lo riconosce nella lettera d’addio – collaborativo con l’attuale maggioranza. E allora, perché ? Perché tanto fango, tanto odio, tanta volontà di devastazione ? La sua vita professionale è distrutta, il suo ruolo nel mondo cattolico è perduto, e lui ripete, perché proprio io ? Che c’entro ?
Ma a questa domanda una risposta c’è. Lei c’entra, direttore. C’entra, anche se non voleva entrarci. C’entra, perché c’entriamo tutti, volenti o nolenti. In ballo c’è qualcosa che riguarda ognuno di noi, come ha spiegato D’Avanzo. Nessuno può tirarsi indietro, perché il prossimo potrebbe essere lui. O qualcuno che gli sta a cuore. Meglio esserne consapevoli, per quanto possibile.




