Era una giornata limpida ed ero tra le alpi. Si trattava di un colloquio di lavoro anche se i modi erano quelli tipicamente informali di chi lavora nella ricerca. Eravamo in un giardino tra il verde di un prato tagliato di fresco e la struttura di vetro e cemento del un centro congressi.
Il mio forse futuro datore di lavoro è un ricercatore francese relativamente giovane, ha già studiato il mio curriculum e le mie pubblicazioni, tutto quello che vuole è farsi un’idea su di me come persona.
Arriva quindi la fatidica domanda:
«Che hai intenzione di fare per il tuo futuro, continuare la carriera accademica?»
Sorrido mio malgrado e gli spiego gli effetti della nuova legge sul turnover la famosa 133 del ministro Gelmini.
La ricerca in Italia era in una situazione pessima già anni fa, il precedente governo Berlusconi si era meritato un articolo terribile su nature per quanto male aveva gestito la cosa all’epoca.
Fondi per posti da ricercatore ce n’erano pochi e quando, tempo fa, avevo parlato col mio capo italiano di prospettive lui mi aveva ricordato che qualche speranza c’era se in dipartimento qualche professore ordinario fosse andato in pensione, poichè in quel caso i soldi sarebbero rimasti all’università che avrebbe pututo bandire qualche posto, nel futuro.
Era una speranza flebile, attaccata alla quale, oltre a me stavano anche altri ragazzi dal curriculm altrettanto valido e che, come me, non avrebbero avuto troppi problemi a trovare spazio nella ricerca… in un paese serio.
Cosa è cambiato con la nuova legge? Che per legge, appunto, fino al 2012 per ogni ordinario che va in pensione non si libera più un posto, bensì un quinto di posto. Per ogni 5 ordinari che vanno in pensione quindi un professore associato può diventare ordinario liberando un quinto di posto da associato e che cinque associati permettono di bandire un posto di ricercatore. Il tutto a scalare le gerarchie verso il basso quindi. Penalizzando tutti ed i giovani più degli altri.
Il mio spero futuro datore di lavoro sgrana gli occhi dalla sorpresa e con il suo inglese fluente mi chiede:
«E che farà un Italia senza la ricerca… turismo?»
Sinceramente non ho saputo rispondere.
Sentirete della gente che parla di meritocrazia e non sa cosa dice.
La ricerca in Italia, ieri, era un sistema in cui alcuni bravissimi rimanevano fuori, alle volte perché sorpassati da raccomandati, ma molto, molto, molto più spesso perchè c’erano altri, troppi bravissimi in competizione per pochi posti.
Dopo la legge 133 della Gelmini è un sistema in cui i bravissimi resteranno fuori insieme ai raccomandati ed agli altri bravissimi perché non ci sarà più spazio per nessuno.
Dal punto di vista della visibilità internazionale il nuovo governo Berlusconi si guadagna così un altro editoriale su nature, molto peggiore del precedente.
Io ho dedicato 5 anni della mia vita, dalla laurea ad ora, alla fisica. Ho pubblicato un certo numero di articoli su riviste internazionali, sono co-inventore di alcuni brevetti, ho contatti personali con gruppi di altre università italiane e straniere, aziende importanti ed un centro di ricerca militare americano.
Ora cerco lavoro fuori. Il bello è che non sono un genio o uno su mille, come me ci sono un sacco di altri italiani più o meno giovani dotati di una buona preparazione scientifica e capacità di ricerca eccellenti. Alcuni di questi li conosco direttamente e tutti quelli che conosco stanno lavorando all’estero o si stanno organizzando per emigrare.
Un docente universitario polacco in una lettera di dimissioni al ministro della pubblica istruzione scritta dopo il decreto del ghetto tra i banchi disse:
Distruggete una centrale elettrica e sarà buio subito; distruggete l’università e sarà buio fra cinquant’anni
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Pubblicato da Lex su 31/03/09
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