Pubblicato da Francesco Principe su 14/11/07
In questi giorni si è fatto un gran parlare del parroco che svolge il proprio ufficio a Paderno di Ponzano Veneto, ovvero don Aldo Danieli. La vicenda è interessante. Il maturo uomo di culto, illuminato da una coscienza innovatrice e da uno spirito autenticamente rivoluzionario oltre che, presumiamo, da una genuina fede cristiana, ha deciso, apriti cielo, di destinare un ampio locale inutilizzato della propria parrocchia ai fedeli islamici per le loro necessità religiose. Difficile immaginare diversamente, la sua comunità e l’opinione pubblica nazionale si sono spaccate disponendosi su due opposti fronti. Da un lato chi pensa che ciò sia giusto o almeno che non rappresenti qualcosa contro cui indirizzare la propria indignazione, dall’altro chi ha visto in questo un cedimento, una crepa in quel muro che dovrebbe tenere le due entità “noi” e “loro” ben distinte. Il parroco, dal canto suo, dichiara di essersi informato sulla serietà delle persone, di aver sentito il parere della Digos, di aver tenuto un consiglio pastorale e infine di aver deciso la nuova destinazione d’uso. La cosa è andata avanti senza particolari intoppi per circa due anni, poi, quasi per caso, balza sulla prime pagine dei giornali. Subito entra in scena la macchina da guerra leghista che attraverso Luca Zaia, vicepresidente del Veneto, invita monsignor Andrea Bruno Mazzocato, vescovo di Treviso, a «chiarire la posizione del parroco». Il monsignore, nel giro di qualche giorno, risponde alla chiamata in trincea affermando che quegli spazi non sarebbero più stati luogo di preghiera per i mussulmani. Forse questa vicenda doveva finire così, certo se fosse andata diversamente sarebbe stata una bell’esempio d’integrazione e reciproco rispetto. Sentire le parole del parroco sull’amicizia interreligiosa dava una bella sensazione a cui, in questi tempi bui, purtroppo non siamo abituati. Ancora una volta hanno vinto i muri. Alcune istituzioni e alcuni partiti non riescono a tenere il passo con l’evoluzione della società, sono divenuti un freno al cambiamento. Qualcuno dirà che essere conservatori è un diritto e forse una garanzia verso mutamenti non auspicabili. Potrebbe anche essere vero, tuttavia in determinati casi il conservatorismo ingessato e poco spontaneo attraverso il quale si vuol apparire eroici e immacolati crociati dell’unica possibile ideologia risulta semplicemente ridicolo. Forza Italia e Udc, appena letto il lancio d’agenzia in cui veniva anticipato che nella prossima edizione dell’Enciclopedia Treccani sarebbe comparso un riferimento troppo partigiano verso le unioni di fatto, sono immediatamente andati in escandescenze, come se un enciclopedista, prima di redigere alcunché, dovesse consultarli. Ciò sia d’insegnamento alla cultura, che mai nessuno tenti di fotografare la società o creare ponti fra le religioni senza passare attraverso il saggio e alto giudizio della politica.
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Pubblicato da Francesco Principe su 7/11/07
L’agghiacciante morte di Giovanna Reggiani ha fatto traboccare un vaso già colmo, sono stati infranti i limiti di sopportazione per coloro i quali sperimentano il disagio di convivere con una folla di “differenti” senza possedere strumenti sociali e culturali necessari ad affrontare adeguatamente la prova. Il clima è divenuto insostenibile, ovviamente alcune responsabilità vanno ascritte all’informazione. Passano per vere equazioni secondo le quali ogni straniero sarebbe una potenziale minaccia, ogni rumeno un rom e ogni rom un criminale sul punto di compiere raccapriccianti efferatezze. Tutte asserzioni di una falsità esemplare, presupposizioni prive di qualsiasi fondamento, generate da un’ignoranza mostruosa, da una faciloneria ingiustificabile, nonché nate all’insegna della montante xenofobia. Ormai fa notizia solo lo straniero che infrange la legge, a parità di reato un Italiano fa meno audience, quindi, potendo scegliere perché i reati non mancano mai e prediligendo i primi, molte testate finiscono per fornire un’immagine falsata della realtà. Così gli italiani che delinquono divengono pochi, la maggioranza silente dei tanti non italiani che vivono nei nostri confini e mai commettono un crimine non viene rappresentata, diventa facile pensare che le nostre città siano state violate da un’orda selvaggia. E’ vero, in Italia il problema della delinquenza straniera esiste, è serio e tangibile, non ammetterlo sarebbe ipocrita, tuttavia, una seria informazione farebbe forse notare l’inevitabilità che la crescente immigrazione faccia fisiologicamente crescere la quantità di eventi delinquenziali operati da stranieri e forse, per senso di responsabilità, riporterebbe anche qualche dato. Qual’è il peso percentuale degli stranieri regolari che infrangono le leggi e degli italiani che si macchiano di crimini? Esiste una mole sterminata di rapporti ufficiali in proposito, facilmente consultabile, le sorprese non mancano per i tanti che si fanno prestare idee dall’agitatore di turno. Il decreto sulle espulsioni e il giro di vite sugli accampamenti abusivi erano provvedimenti forse necessari, certamente non in questa forma e sicuramente non in questi tempi. La prima, più che di prevenzione, ha il sapore di repressione, i secondi, invece, danno marcatamente l’idea di una ritorsione cieca e rabbiosa. Il premier romeno, pur ribadendo l’intenzione di collaborare con il governo italiano, parlando del decreto, ha definito queste misure «improvvisate, che generano paura e risvegliano l’odio». Come dargli torto? Si armano le mani degli squilibrati, dei tanti giustizieri della domenica. Quante ronde punitive alla Tor Bella Monaca, alla Ponte Mammolo siamo disposti a giustificare? Mons. Patrizio Benvenuti, nel corso dell’ultimo saluto a Giovanna Reggiani, ha detto: «Noi vogliamo giustizia, severa, austera, ma non intolleranza». Speriamo che il circo della politica e gli operatori dell’informazione una volta tanto sappiano farsi influenzare più dalla saggezza che dai tanti cori forcaioli.
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Pubblicato da Francesco Principe su 2/11/07
Sono passati venti anni dall’inizio della glasnost, da quando Gorbaciov decise di allentare progressivamente la morsa della censura per consentire un’informazione pubblica condivisa e reale, non controllata, quindi, dalla propaganda. Fu un grande cambiamento. Il popolo cominciò ad essere cosciente dei propri mali, il potere dovette confrontarsi, pian piano, con i tanti orrori non più nascosti. Non tutte le evoluzioni sono lineari, alle volte hanno battute di arresto. Altre volte, addirittura, cedono il passo a un’inversione di tendenza, a una vera e propria involuzione. Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaja viene uccisa. La comunità internazionale ha chiesto che fosse fatta luce sull’evento. Sebbene, di facciata, l’inchiesta pare compia passi avanti, in realtà nulla è emerso. Anna lavorava per la Novaja Gazeta, altri giornalisti della testata avevano già perso la vita prima di lei, Igor Domnikov e Yurij Shchekochikhin. Indagava sulla guerra in Cecenia. Il giornale, coraggiosamente, decise di pubblicare comunque l’inchiesta pochi giorni dopo la sua morte, o meglio diede alle stampe quel poco che fu possibile recuperare. Azione dovuta ma estremamente rischiosa. Dal 31 dicembre 1999, ovvero da quando Vladimir Putin assunse la presidenza succedendo a El’cin, almeno tredici giornalisti hanno perso la vita in Russia per le inchieste che conducevano. Quasi due mesi dopo la morte di Anna, veniva ucciso un controverso personaggio, Aleksandr Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi che da tempo lanciava pubblicamente pesanti accuse contro il presidente Putin in merito alla questione cecena. Poco prima di morire, Litvinenko indicherà proprio il presidente russo quale mandante dell’omicidio Politkovskaja. Questa scia di sangue è così netta e ben tracciata da far storcere il naso, alcuni hanno addirittura ipotizzato tesi complottistiche volte a screditare lo stesso Putin. La verità è una sola, parlare della Cecenia non allunga la vita, questo è un fatto. Antonio Russo, un nostro connazionale free lance per Radio Radicale, è stato trovato morto sette anni fa, con evidenti segni di torture sul corpo, dopo aver raccolto materiale compromettente che pare documentasse le torture inferte ai civili. Freedom House e l’Organizzazione Reporter Senza Frontiere hanno indicato nella Russia uno dei luoghi più pericolosi in cui esercitare la professione giornalistica. Non sempre, per fortuna, questa repressione viene portata avanti attraverso mezzi così cruenti ma è sistematica. Dopo il varo di leggi restrittive e nuovi organismi di controllo per l’informazione qualche mese fa l’agenzia delle proprietà statali ha addirittura sfrattato l’Unione russa dei giornalisti (Ruj), un sindacato che tutela centomila giornalisti russi, senza addurre alcuna motivazione per il provvedimento. Ciò è accaduto pochi giorni prima dell’assemblea indetta dall’Unione, all’ordine del giorno era prevista una discussione sulla mancanza di sicurezza per i giornalisti e sull’impunità per i loro persecutori.
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Pubblicato da Francesco Principe su 23/10/07
Solo qualche giorno fa abbiamo fatto notare, da questa stesse colonne, quanto sia incredibilmente semplice applicare la censura nell’era di Internet. Parlavamo della Birmania. Verrebbe da dire “grazie a Dio la nostra realtà nazionale è ben diversa”. Possiamo manifestare pubblicamente il malcontento, l’opposizione, esercitare la critica e, alle volte, persino la satira. Con un minimo di cautela e buon senso, ovvero senza scadere nell’eversione o nell’incitamento a delinquere, le nostre idee contro il potere e chi lo esercita possono viaggiare con sufficiente libertà. Il sale della democrazia è proprio questo. Il nostro paese è diverso non perché siano diverse le persone che lo governano, almeno non solo per questo, bensì perché sono differenti le leggi che regolamentano il modello di vita civile che adottiamo. Abdel Kareem Nabil Soliman è in carcere da oltre un anno, ne deve scontare altri tre, la sua colpa è quella di aver duramente criticato il presidente egiziano Mubarak dal proprio blog. Il Povero Kareem è un pacifista, non è un pericolo per nessuno, tuttavia, che volete farci, è finito in galera per le proprie opinioni, in quella nazione le leggi sono quelle che sono. Questo è il motivo per cui chi fa informazione ha il dovere di vigilare, denunciando implacabilmente ogni deriva liberticida, ogni tentazione a scadere nell’eccessivo controllo della società, ogni gemmazione di totalitarismo. Se la Birmania sembra ancora lontana, il rischio per chiunque di finire in galera a causa del proprio spazio web ci ha avvicinato, speriamo solo per pochi giorni, all’Egitto. Gentiloni e Di Pietro ammettono l’errore e si scusano, hanno firmato un testo senza averlo sufficientemente ponderato, un disegno di legge che costringerebbe chi fa editoria, persino non a fini di lucro e via Internet, parliamo quindi anche dei blog e dei siti personali, ad iscriversi presso il Registro degli Operatori di Comunicazione, assoggettando questi ultimi oltre che alla burocrazia del caso anche ad eventuali controlli. Il disegno di legge equipara queste attività all’editoria cartacea convenzionale. Fra le singolari conseguenze di questa discutibilissima interpretazione, qualora l’autore di un sito del genere dovesse ricevere una denuncia per diffamazione, questa sarebbe considerata diffamazione a mezzo stampa, vale a dire non diffamazione semplice ma aggravata, quindi con sanzioni più dure e possibile reclusione. Non si deve cedere all’allarmismo, tutelare chi può essere diffamato è giusto, tuttavia, questo disegno, se fosse approvato così com’è, si presterebbe a divenire uno strumento di possibili storture e censure. Molte le voci di condanna, anche fra gli stessi ministri. Sembra che le opportune correzioni verranno apportate. C’è però parecchio su cui riflettere, innanzi tutto sul fatto che i firmatari adesso si difendano affermando di non aver compreso cosa firmavano. Questo dimostra quanto le nostre fragili libertà siamo affidate a custodi troppo miopi o troppo furbi per non dichiararsi tali all’occorrenza. Inoltre ciò dimostra quanto sia facile scivolare, quasi senza rendersene conto, in una situazione diversa da quella in cui viviamo.
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Pubblicato da Francesco Principe su 9/10/07
A guardare la cosa dalle nostre comode poltrone europee tutto ciò sembra uscito da uno sconcertante, allucinante, romanzo di fantapolitica. Una nazione chiamata in due modi diversi, uno spontaneo e uno imposto, con due capitali, una ufficiosa e una ufficiale, quest’ultima edificata dal nulla per sostituire la prima, essendo l’ex-capitale indifendibile dal mare e non avendo questa l’indubbio vanto di sorgere a poca distanza da un villaggio, altrimenti insignificante, che ha dato i natali all’attuale dittatore. Poi processioni di religiosi e civili che immolano la propria esistenza per la democrazia, che sfilano innocenti e non violenti verso il mattatoio, senza alcun apparente desiderio di sottrarsi ad esso. Due fazioni, quella civile pacifica e quella militare violenta, due entità opposte a fronteggiarsi in uno scontro asimmetrico in cui da una parte c’è il diritto e dall’altra la negazione di questo diritto. Peccato che di romanzato, in questa vicenda, ci sia ben poco. Ci troviamo di fronte ad una distopia reale, ovvero una utopia rovesciata, negativa, fatta di ossa e sangue. Possiamo apprendere tanto da questa vicenda. inanzi tutto, cosa quasi incredibile, scopriamo che anche adesso le informazioni possono essere controllare, che la censura rimane incisiva anche nell’era del collegamento globale. Come la giunta militare ha fatto, basta affermare: “si è interrotto un cavo” oscurare Internet e di colpo ben poco arriva alle nostre orecchie e ai nostri occhi, quel poco non sappiamo se sia credibile perché a gestire l’informazione rimangono solo attori di parte oppure comprensibilmente anonimi e quindi per definizione non verificabili. Da quel punto in poi l’uomo comune non sa, dalle nostre comode poltrone possiamo solo perderci in mille sterili elucubrazioni. Questo facciamo. Algide analisi, fiumi di parole, interventi inesauribili, oceani di inchiostro e, in ultimo ma non per ultimo, manifestazioni spontanee di sdegno, giuste, lodevoli, quanto purtroppo poco efficaci. Auspicheremmo che a livello più alto le cose vadano diversamente, campa cavallo, l’ONU non fa che dimostrare la propria imbarazzante inadeguatezza di fronte al complesso scenario geopolitico che ogni giorno è chiamata ad affrontare. Basta il veto della Cina e nulla si può fare, né si farà. Pechino ha interessi da difendere, importa materie prime, inoltre come potrebbe giustificare un precedente del genere, ovvero aver consentito azioni contro un governo che viola i diritti umani e reprime nel sangue il dissenso, quando ad ogni piè sospinto viene accusato giustamente delle stesse cose? Allora la comunità internazionale rimane alla finestra, praticamente inerte, inventa altre sanzioni commerciali e il congelamento di qualche spicciolo, ben sapendo che il grosso non potrà essere bloccato perché si muove da e per nazioni che mai supporteranno alcun tipo di embargo. Paradossalmente l’unica possibilità di confidare in una qualche azione incisiva è affidata proprio a chi questa azione non può volerla, la Cina da un lato e l’attuale giunta militare al potere nella città di Naypyidaw, ovvero la città sorta dal nulla. Questo mondo non fa che stupirci, speriamo che lo faccia ancora una volta.
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Pubblicato da Francesco Principe su 2/10/07
Il fenomeno che Beppe Grillo ha avviato era troppo complesso per intuirne subito ogni possibile implicazione, ancora tutto può accadere ma l’onda di piena sembra passata, appare quindi ragionevole tracciarne ora i contorni. Molti hanno gridato alla novità. Grillo non è una novità, dice le stesse cose da anni, grossomodo nello stesso modo di sempre. Non è neanche inedito che un comico faccia tremare i palazzi irrompendo a passo di marcia nella politica, lo fece già Coluche in Francia candidandosi dal nulla alle presidenziali del 1981, vinte da Mitterrand. Anche all’epoca i professionisti della politica ebbero un brivido di paura, nessuno pensava che potesse realmente vincere ma sembrava in grado di modificare significativamente gli equilibri del potere, almeno fino a quando non decise di ritirare la propria candidatura. La verità è una sola, la politica italiana è autoreferenziale e basta poco per farla vacillare, è lontana dalle esigenze degli elettori e odiosa per i suoi sprechi, specie in tempi in cui tutti avvertono la necessità di tirare la cinghia. Questo tutti già lo pensavano, tutti lo dicevano. Grillo ha avuto solo il merito di amplificare, in gran parte grazie ad Internet, un sentimento che viene dalle masse. Ha fatto, in pratica, il suo mestiere di comunicatore. Qui i suoi meriti si fermano perché la politica non è solo comunicazione e i suoi primi incerti passi nel terreno dell’avversario potrebbero anche essere gli ultimi in questo campo. A destra e a sinistra tutti parlano di lui, cavalcano ciò che dice meglio di lui, in gergo velistico si direbbe che “gli tolgono il vento”. Anche loro fanno il proprio mestiere, saper manovrare per conservare il potere è una delle capacità necessarie per un potente. Mastella, da sempre duramente attaccato, è stato sbrigativamente perdonato dopo le sue aperture, Di Pietro è ormai una presenza abituale alle manifestazioni del comico, altri, certamente, seguiranno. Grillo rischia di rimanere al largo, con le vele flosce, fornendo paradossalmente nuovo vento proprio a chi si proponeva di fermare.
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Pubblicato da Francesco Principe su 25/09/07
In Italia siamo meno tolleranti, gli animi, verso chi è diverso, si scaldano più facilmente che nel recente passato e soprattutto, cosa egualmente grave, tutto ciò, seppur in una certa misura, ci appare stranamente “normale”. Questi fatti diventano meno importanti anche agli occhi di chi è chiamato a giudicare. Qualche giorno fa a Roma, nel campo nomadi di Ponte Mammolo, dopo il lancio di due molotov, una quartina di persone hanno fatto irruzione inscenando una marcia simile a quelle del Ku Klux Klan, presumibilmente armati e alcuni, sembra, a volto coperto. Pare che il tutto sia nato quale risposta alle violenze e ai furti perpetrati da chi vive nelle baracche. Le forze dell’ordine sono intervenute, e già qui siamo alla farsa, c’è stato un solo trattenuto. Anche nelle accuse sono andati leggeri, solo resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo di arma bianca e possesso di oggetti atti ad offendere. Otto mesi di detenzione agli arresti domiciliari, pena comminata in rito abbreviato, decretata in tale forma per motivi di salute. Va bene, direte voi, questi bravi cittadini si saranno fatti saltare la mosca al naso, l’apparato giudiziario avrà compreso le attenuanti. I quaranta saranno forse dei bravi giovani con un comprensibile desiderio di maggiore legalità, qualcuno potrebbe pensare. Peccato che il fermato, dal canto suo, non abbia proprio una fedina penale immacolata. Non dobbiamo essere cinici, magari, nel tempo trascorso dal suo ultimo crimine, si sarà ravveduto, sarà stato folgorato da un ardente desiderio d’ordine. Avrà solo confuso l’ordine con i roghi di baracche e le marce punitive. Non sarebbe il primo, se continuano così le cose, non sarà l’ultimo. Il messaggio da lanciare certamente non era questo. Nessuno può essere autorizzato a pensare che un’azione del genere costi così poco, far passare la marcia di un gruppo armato come una “bravata” priva d’importanza è pericolosissimo.
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