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Yoram Binur è un ebreo israeliano, un giornalista che parla bene l’arabo e che, prima dell’intifada (انتفاضة), si è finto arabo per capire l’altro.
Binur ha avuto esperienze di lavoro da arabo per dei datori di lavoro ebrei, ha provato una relazione mista con una ragazza ebrea, ha vissuto tra gli arabi, ha condiviso con loro gioie e tormenti. Ha cercato di capire.
La sua esperienza è raccolta in un libro che è un elemento fondamentale per la comprensione reciproca tra arabi ed ebrei, ma anche un esempio più generale di come sia importante, passare il fossato e vivere nell’altra schiera. Cercare di comprendere la dove tutti gli altri cercano di dividere.
Devo dire che, dopo la stanza del figlio, l’idea di vedere un fil con Nanni Moretti che trattava dell’elaborazione di un lutto non mi attirava granchè, eppure mi sono lasciato convincere.
Sorvolando sulla famosa scena di sesso (che non mi ha colpito nè disturbato, se non per il fatto che si ha come la sensazione di vedere un film porno interpretato da uno zio) la prima impressione superficiale, che ho avuto alla fine del film, è quella di aver visto una storia delicata, che magari non piccava per originalità, ma capace di dare dei bei momenti.
Eppure il senso del film c’era, ed era nascosto nelle apparenti incongruenze, nell’ambiguità dei rapporti appena accennati, e lasciati irrisolti, nel triller lavorativo di sottofondo, nel senso di stranimento dell’intero film.
Il punto è che Caos calmo è la storia di una storia costretta a restare irrisolta, perchè all’inizio uno dei personaggi chiave muore. Non una storia di sofferenza quanto una storia di incompiutezza.
È una storia che ho conosciuto dalle pagine del meraviglioso capolavoro di Marjane Satrapi. È una di quelle storie che vien voglia di passare, che spiazzano coloro che pensano un Iran (ايران) stereotipato, patria soltanto di una massa di estremisti esaltati, quanto coloro che minimizzano gli orrori del regime islamico. Il tutto presentato in modo da divertire il lettore, senza tentare inutili patetismi.
Una storia che non dovrebbe lasciar contento nessuno ed invece appassiona tutti; che permette di capire quanto sia vicina una realtà così diversa e, di conseguenza, quanto ne siano temibili i rischi.
Il 22 Febbraio il film d’animazione tratto dal fumetto uscirà nelle sale italiane. Un’ottima occasione per farsi coinvolgere da questa incredibile storia.
Ho appena finito Infiltrato, di Omar Nasiri. Mi è piaciuto. Il che è un miracolo di per se perchè il 90% di tutto ciò che vedo, leggo e mangio non mi piace o lo reputo appena passabile.
Il libro è venduto come la storia di una spia infiltrata in AlQaeda che ora vive con un’altra identità in Germania: abbastanza fuorviante. In effetti, ammesso e non concesso che Omar Nasiri esista realmente, la storia presenta un personaggio estremamente dubbio che prima vende droga in Marocco, poi traffica in armi in europa e finisce a lavorare per i servizi segreti per salvare la mamma innocente da un eventuale futuro in carcere. Il tutto è narrato con profondo senso del ritmo, e con una grossa dose di suspance che certamente rende il tutto godibile anche solo come romanzo di azione con un protagonista magari non limpido, ma certamente capace di attirare simpatie.
Il resto della storia, l’addestramento nei campi in Afghanistan, il ritorno in europa e le “dimissioni” da infiltrato non hanno di certo lo stesso fascino narrativo. I racconti sono frammentari e decisamente non emerge alcuna “trama”: alla fine questa si rivela la parte più profonda del libro. Presenta uno spaccato dell’Islam, dei mujiaidin e, soprattutto, della jihad che, a mio umile e del tutto ignorante parere, risulta quantomeno verosimile e non velata dall’odio nè nei confronti del mondo mussulmano nè nei confronti di quello occidentale.
Rispetto all’orrendo “Mercante di Pietre” questo libro davvero offre argomenti di rifelssioni.
Wolverine è ateo.
La cosa viene accennata in una delle prime storie degli X-men scritte da Claremont (Uncanny X-men #159), nella quale il nervoso mutante cerca di scacciare Dracula incrociando i suoi artigli a mo’ di croce ed il vampiro gli risponde con sufficienza: “funziona solo se ci credi”.
Qua è là, per rendere i supereroi un po’ più umani, o per trattare tematiche un minimo più complesse, la religione fa capolino tra le pagine dei comics. Scopriamo così il problematico, ma profondo cattolicesimo di Dardevil, l’ebraismo fiero e, forse un po’ troppo sbandierato, di Kitty Pride, il protestantesimo non molto praticato, ma sicuramente sentito dell’ Uomo Ragno.
Insomma fare coming out sulla propria fede non è mai stato un problema per i supereroi, eppure uno studio abbastanza completo da farci sopra considerazioni statistiche non era mai stato fatto (o perlomeno mai pubblicato sul web) finora.
“[...] impensabile che un videogioco dai contenuti simili venga commercializzato e distribuito nel nostro Paese [...] Credo sia perversa la mente di coloro che hanno ideato e realizzato un videogame del genere.”
Walter Veltroni
“Speriamo di poterci muovere con un controllo preventivo sull’immissione in commercio dei videogiochi [...] sia un intervento penale, che è indispensabile, sia un intervento amministrativo e commerciale attraverso tale controllo possono essere elementi di deterrenza. [...] [Il sequestro] è possibile solo dove è configurabile un’ipotesi di reato, come l’istigazione a delinquere”.
Clemente Mastella
È una cosa che fa spesso discutere. Esistono delle storie che non ci lasciano indifferenti, delle storie che rovistano nel profondo del nostro animo alla ricerca delle cose più oscure che si agitano dentro di noi: paura, ribrezzo, indignazione, ma anche quell’inaccettabile senso di compiacimento. Esistono delle storie che hanno segnato un’epoca ed hanno creato dei grossi problemi al mezzo di espressivo stesso col quale venivano narrate. Ci sono passati i libri, poi è stata la volta dei film, poi i fumetti, a seguire i film di animazione (che non ne sono ancora usciti), ora è il turno dei videogiochi.
Qual è il problema? In cosa Rule of Rose è più pericoloso de Le sventure della virtù di Sade?
Chiunque può procurarsi il libro di De Sade in libreria, anche a dodici anni con l’unico effetto che i genitori del malcapitato lettore (è un libro orrido) penseranno «wow sta leggendo un libro!». Ma, si sa, i libri sono roba per adulti (!!!) mentre i videogiochi no, i videogiochi fanno parte di quell’insieme di cose che con la scuola ed i cartoni animati è deputato ad educare i nostri figli al posto nostro (che siamo tanto occupati).
Ed allora? Ed allora si rispolvera l’indice dei libri proibiti e lo si applica ai nuovi mezzi di comunicazione, senza pensare che se una censura assoluta fosse stata applicata seriamente alla creazione ed alla distribuzione di fumetti (per esempio) non avremmo mai avuto capolavori come Sin City (tanto per citarne uno) e sarebbe stata una gravissima perdita. Abbiamo visto produrre e realizzare anche un sacco di boiate, ma questo è il prezzo da pagare.
Forse sarebbe invece il caso di preoccuparsi che i nostri figli sviluppino uno spirito critico autonomo, sarebbe meglio guidarli affinché scoprano il mondo gradualmente e siano in grado di leggere la Bibbia e le memorie di Ghandi, ma anche De Sade, senza diventare santi o psicopatici…
Odio Baricco. Ho letto abbastanza sue cose da sapere che lo odio. Il mio odio per lui nasce da due essenziali ragioni, la prima è che quasi tutto ciò che scrive è in un dannatissimo bianco&nero. Non il bianco e nero del Sin City di Miller, quello è del tutto rispettabile, un bianco e nero solo bianco o solo nero; un bianco e nero che distingue esattamente il bene dal male anche se questi si intrecciano in regioni sempre più minute dello spazio, come in un frattale, come in alcuni disgni di Escher. Il bianco&nero di Baricco sono tonalità di grigio e, purtroppo, anche poche: quasi un grigio&grigio, come una trasmissione a colori vista su una vecchia TV, appunto in bianco e nero.
La seconda ragione del mio odio è ancor più profonda. E’ la stessa ragione che mi porta ad odiare, alle volte, scrittori di storie come Leiji Matsumoto e Akira Toriama. Il secondo, forse più noto alla massa del primo, è l’autore di DragonBall: lo odio proprio per DragonBall. Ad esser sinceri trovo Goku un personaggio simpaticissimo, trovo le sue avventure entusiasmanti e i disegni del cartone più che piacevoli: il problema è la lentezza. Scene che durano secondi, che si sommano in minuti e diventano un cumulo insopportabile di puntate in cui non accade nulla o quasi nulla. Baricco si comporta in modo simile, ma il suo peccato è, probabilmente, ancor più grave; lui, spesso, ha delle belle idee ma, pare, non abbia alcun interesse a cominicarle e si dedica ad una scrittura che ingenuamente (o meglio incoltamente) chiamo stream of consciousness. Scrive cioè quel che gli viene in mente sperando prima o poi di arrivare al cuore dell’argomento. Non che segua un percorso volutamente lungo, figurativamente a “spirale”, che porti il lettore per mano fino dove lui vuole; lui naviga a vista parlando delle sue emozioni: è il lettore che deve farsi carico di cercare la bellezza cristallina delle idee di cui parla. E’ troppo facile scrivere così.
Ho intrapreso da poco la lettura dei Barbari ed il mio odio per Baricco sta tornando nuovamente alla luce. Mi chiedo perchè delle idee così brillanti sulla cultura e la società debbano essere espresse in modo così pigro? Mi piacerebbe stampare il saggio (è on line, se cliccate su “Barbari” poche righe su c’è il link) e segnare le parti salienti per farne un riassunto ma per far questo dovrei prima trovare le risposte a domande che non so ancora formulare chiaramente.