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Videogiochi e Internet, violenza o intrattenimento?

Pubblicato da Francesco Principe su 1/04/08

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare di quanto la Rete e l’intrattenimento videoludico domestico possano essere fuorvianti per le giovani menti. In questo non c’è nulla di nuovo, è un dibattito che si riaccende con una certa periodicità. Chi lo cavalca, in genere, non ha gli strumenti per capire di cosa parla, non ha mai adoperato un videogame o usato Internet oltre il web e la posta elettronica. In pratica non si è mai avvicinato a questi nuovi mezzi espressivi in maniera completa e, non comprendendoli, finisce spesso per imputare ad essi comportamenti umani preoccupanti che, neanche questi, comprende. La recente discussione si è ravvivata intorno al controverso rapporto della psicologa Tanya Byron che, alla fine, al di là dei titoli di alcuni giornali con cui veniva presentato, spesso artatamente e colpevolmente esagerati, non aggiunge nulla a quello che già sappiamo: i rischi e le opportunità dei nuovi mezzi sono grossomodo bilanciati, la comunità scientifica è spaccata, non esistono al momento evidenze scientifiche incontrovertibili che possano far ritenere intrinsecamente deviante la loro fruizione. L’unica proposta concreta della psicologa, di dare agli adulti maggiori informazioni per “instradare i bambini” è stata da molti ampiamente fraintesa, ritenendola una sponda utile ad avviare nuove, inutili, crociate e un insulso allarmismo. Abbandoniamo il rapporto e passiamo ad un discorso più generale. Occorre far chiarezza, non si può negare che soggetti particolarmente vulnerabili e plagiabili possano essere in qualche modo “deviati” dai videogiochi e dalla Rete. E’ già accaduto e probabilmente accadrà ancora. Possiamo davvero evitarlo? A voler cercare violenza la si trova ovunque. Una mente predisposta può scovare contenuti devianti molto facilmente, non c’è bisogno di scomodare la Rete o i videogiochi. Spesso, per addormentare i nostri figli, raccontiamo di una bambina divorata da un lupo finito sventrato. Cappuccetto Rosso trasuda violenza eppure nessuno si sogna di bandirlo. Il telegiornale, la cui fruizione è consigliata da molti educatori, è in genere decisamente truculento. Tuttavia solo per i nuovi canali comunicativi è sfoderato il concetto di intrinsecamente deviante. Idea pericolossisima. In passato molti libri sono stati ritenuti devianti e, per questo, alcuni di essi sono finiti nei roghi. Altre volte a poter deviare è stata chiamata in causa la musica, lo stesso Charles Manson, pluriomicida americano, sosteneva di aver ricevuto istruzioni per le proprie stragi attraverso le canzoni dei Beatles. Tuttavia quando ascoltiamo un pezzo di musica rock oppure ci capita fra le mani il libro “Versi Satanici” di Rushdie sorridiamo amaramente al pensiero che qualcuno abbia combattuto per impedirne la libera circolazione. Questo non vuol dire che un genitore non debba filtrare ciò che arriva al proprio bambino, è l’esatto contrario, può e deve farlo, ma immaginare controlli alla vendita e filtri automatici vuol dire solo demandare ad altri le proprie responsabilità rinunciando ad un altro spicchio di libertà d’espressione. Tempo fa Veltroni, per far comprendere quanto la tentazione del censore si annidi in ogni potente, proprio a proposito del videogioco “Rule of Rose” disse: «impensabile che un videogioco dai contenuti simili venga commercializzato e distribuito nel nostro Paese […] Credo sia perversa la mente di coloro che hanno ideato e realizzato un videogame del genere.» Forse non aveva torto nella valutazione dell’opera, ma che qualcuno possa decidere per tutti se una concezione dell’intelletto umano, anche discutibile, possa essere veicolata, fa semplicemente accapponare la pelle.

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